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(it) Italy, Sicilia Libertaria #470 - PER UNA CRITICA LIBERTARIA DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE. L'ordine degli algoritmi (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Wed, 7 Oct 2026 07:28:35 +0300


Gli scrittori di fantascienza, soprattutto nordamericani, si sono dedicati a mappare il futuro dell'Occidente e del mondo, anche costruendo modelli di comportamenti di apparati meccanici, prima fra tutti Isaac Asimov con i suoi robot positronici. Finalmente ci siamo: il Multivac centralizzato asimoviano si è trasformato negli algoritmi di Intelligenza Artificiale e queste già si muovono verso la loro fusione in un'unica mente digitale. E non c'è molto di cui stare allegri... L'avvento dell'Intelligenza Artificiale infatti non rappresenta una semplice innovazione tecnica, ma una profonda ristrutturazione delle forze produttive e delle modalità di controllo sociale oltre, evidentemente, del modo di investigare e apprendere. Il potenziale di calcolo e l'automazione cognitiva potrebbero, in una società libera dallo sfruttamento e dalla violenza, alleggerire l'umanità dalla fatica del lavoro ed estendere i confini del sapere condiviso. Purtroppo, all'interno della trappola capitalista, questa tecnologia si trasforma nel suo opposto: un potente dispositivo di centralizzazione del potere, sorveglianza di massa e precarizzazione esistenziale. Il pericolo reale non è la distopia fantascientifica di una macchina ribelle, come lo skynet dei film di Terminator, ma la realtà quotidiana di algoritmi prodotti e utilizzati dai monopoli della Silicon Valley e dagli apparati statali per disciplinare il lavoro, orientare il consenso e automatizzare la guerra materiale e cognitiva.
In questo scenario di trasformazione radicale si inserisce l'enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, a sua volta matematico ma anche con esperienze di campo in America latina, dimostrando, nei limiti delle sue credenze, una sorprendente lucidità quando denuncia l'ipocrisia tecnologica, demistificando l'idea che l'IA sia uno strumento neutrale. Il Papa, occorre riconoscerlo, ha il merito di evidenziare come la tecnologia incorpori fin dalla sua progettazione precisi rapporti di forza ed interessi economici, denunciando con forza il pericolo di una "schiavitù digitale", lanciando la parola d'ordine di "disarmare" l'IA, sottraendola ai monopoli per renderla "abitabile", proponendo "alleanza educativa" globale per arginare l'isolamento sociale ed evitare che i sistemi automatici riducano la persona a mero dato di profitto, chiedendo a gran voce che le valutazioni umane rimangano sovrane, chiaramente il tutto secondo la sua visione del mondo: famiglia tradizionale tutta casa e chiesa! Tuttavia, l'enciclica ricade nel solito vicolo cieco del moralismo e della delega: la convinzione che il mostro tecnologico possa essere addomesticato tramite appelli etici ai governanti e severe regolamentazioni statali o sovranazionali. La visione papale rimane aggrappata all'utopia di un capitalismo dal volto umano e di uno Stato inteso come tutore benevolo. Per noi libertari, questa è un'ingenuità pericolosa: lo Stato non è un arbitro neutrale capace di imporre il bene comune, ma il principale comitato d'affari del capitale, affamato di quegli stessi algoritmi per affinare il controllo poliziesco, la gestione delle frontiere e la razionalizzazione del dominio.
Chiedere allo Stato di regolare l'algoritmo significa chiedere al carceriere di rendere più comoda la cella; e la regolamentazione imposta non è mai uno scudo per il cittadino, ma il recinto legale entro cui il potere istituzionalizza le proprie pratiche di sorveglianza.
La prova lampante di questa ipocrisia istituzionale è la recente legge italiana sull'IA, completata dal pacchetto di decreti attuativi appena licenziato dal Consiglio dei Ministri che, dietro la solita cortina fumogena della "tutela" dell'essere umano e dell'allineamento formale all'AI Act dell'Unione Europea, spalanca di fatto le porte al controllo biometrico di Stato. Sotto l'etichetta delle "eccezioni per la sicurezza nazionale e l'ordine pubblico", le forze di polizia ottengono il via libera per l'uso del riconoscimento facciale in tempo reale e a posteriori. Si tratta di uno sdoganamento pericoloso che scavalca i già poco severi paletti dell'Unione Europea e che attira pesanti critiche per il rischio di trasformare lo spazio pubblico in un perenne panottico digitale. Le garanzie burocratiche promesse dal governo, come la richiesta del questore o l'autorizzazione giudiziaria, sono solo un anestetico: la realtà è la legalizzazione di un apparato digitale capace di tracciare e catalogare i corpi e le identità dei dissidenti, dei marginali e di chiunque osi turbare la quiete del capitale. Infatti, per chi non se n'è accorto, l'obbligo delle tessere di identità digitali sta completando il processo di centralizzazione dei dati sensibili della popolazione in mani private, includendo il POS obbligatorio in ogni compravendita e persino la possibilità di prelevare le tasse direttamente dai conti correnti come già si fa con gli impiegati statali e i pensionati.
Per giunta, questo autoritarismo algoritmico non si restringe a quello che succede nelle strade, ma intende colonizzare l'immaginario e la formazione delle nuove generazioni attraverso il controllo dei social e inserendosi direttamente nella scuola.
La legge italiana prevede infatti l'introduzione massiccia dell'IA nella didattica già a partire delle scuole elementari e nei licei, spacciandola per modernizzazione e "benessere digitale", mentre che, sotto la maschera della personalizzazione dell'apprendimento e dell'alfabetizzazione tecnologica, cela un progetto di addomesticamento profondo. L'uso di sistemi automatici per valutare il rendimento degli studenti o per orientarne i percorsi formativi introduce una classificazione predittiva fin dall'infanzia, marchiando i soggetti in base a standard comportamentali stabiliti da aziende private produttrici dei software, declassando la scuola da luogo di socialità, conflitto e crescita critica a laboratorio di addestramento, dove gli insegnanti si trasformano in meri operatori di piattaforma e gli studenti in fornitori involontari di dati comportamentali. È il trionfo della razionalità strumentale: abituare i giovani all'obbedienza verso l'autorità invisibile dell'algoritmo, normalizzando il controllo continuo come condizione naturale dell'esistenza.
Cosa fare, dunque, in una prospettiva libertaria? La risposta non può essere il luddismo nostalgico o il rifugio in un primitivismo sterile, né tanto meno l'attesa di un welfare digitale concesso dall'alto e che si possa gestire liberamente. La sfida si gioca sul terreno della riappropriazione e dell'autogestione: è necessario sabotare la logica del codice proprietario e sfidare l'apparato di sorveglianza statale attraverso lo sviluppo e il sostegno di infrastrutture digitali federate, software libero, crittografia forte e reti autogestite esterne al controllo statale e corporativo. Dobbiamo sottrarre la conoscenza e i dati collettivi al controllo della proprietà privata, praticando l'obiezione tecnologica nelle scuole e l'autogestione dei saperi nei territori. Solo spezzando il monopolio tecno-politico e rimettendo la tecnologia nelle mani delle comunità autogestite potremo trasformare gli algoritmi da strumento di controllo e oppressione a mezzo di emancipazione sociale e solidarietà libertaria.

Emanuele Amodio

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