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(it) Italy, Sicilia Libertaria #470 - BENZINA SUL FUOCO. - Da Augusta a Gaza, le guerre e i genocidi passano anche dalla Sicilia (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Tue, 29 Sep 2026 08:11:09 +0300


Augusta non è Gaza. Eppure, per una sera, la distanza tra la rada industriale più grande del Mediterraneo fatta di luci, veleni e soldi e le macerie della Palestina è sembrata ridursi fino quasi a scomparire in modo preoccupante ma terribilmente vero.Un filo nero lega Augusta a Gaza, luoghi colonizzati in modo diverso tra loro. Ma la violenza del capitalismo e dei suoi burattini è creativa nella sua sopraffazione e nel suo estrazionismo senza scrupoli. Questo filo non è invisibile e non è una posizione ideologica; è un filo fatto di petroliere, raffinerie, infrastrutture militari, interessi economici, contratti tra potenti e decisioni prese lontano dalle comunità che ne subiscono le conseguenze, addomesticate da tangenti e stipendi spesso da fame. È questo il tema affrontato sabato 30 maggio presso l'associazione Piano Terra, in contrada Piana, durante l'incontro-dibattito "Benzina sul Fuoco", che ha visto la partecipazione del giornalista di Report Manuele Bonaccorsi e della giornalista Luisa Santangelo.
L'iniziativa prendeva spunto dall'omonima inchiesta andata in onda su Report, un lavoro giornalistico che ha contribuito a far emergere interrogativi inquietanti sul ruolo delle raffinerie italiane, e in particolare di quelle siciliane, nella fornitura di carburanti destinati a soggetti coinvolti nel conflitto in Palestina. Una questione che non riguarda soltanto il commercio internazionale o la geopolitica, ma che investe direttamente il rapporto tra i territori e la guerra.
Per chi vive nella Sicilia orientale, questo tema non è affatto astratto. Da decenni Augusta, Priolo e Melilli rappresentano uno dei principali poli energetici del Mediterraneo. Un territorio devastato dall'inquinamento industriale, da appalti mafiosi, trasformato in una zona di sacrificio in nome dello sviluppo e del profitto (sempre dei soliti). Oggi emerge con sempre maggiore evidenza un'altra dimensione di quella stessa realtà: il possibile coinvolgimento delle infrastrutture petrolifere siciliane nelle catene logistiche che alimentano i conflitti armati e i genocidi. Report insieme a Greenpeace hanno documentato come, dal 2024 a oggi, siano partite dal nostro Paese spedizioni di carburante e prodotti petroliferi dirette anche verso aziende che collaborano con l'apparato militare di Israele, durante il genocidio palestinese. Tra i casi emersi c'è quello di Isab, il polo petrolchimico di Priolo, in Sicilia, da cui tra il 2024 e il 2026 sarebbero salpati almeno cinque carichi di carburante destinati a ORL Bazan, gigante energetico israeliano coinvolto nei rifornimenti alle forze armate dello Stato ebraico.
Di fronte a un conflitto che continua a colpire duramente la popolazione civile, la questione non riguarda soltanto le responsabilità del governo israeliano, ma anche quelle dei Paesi e delle aziende che ne sostengono indirettamente le operazioni. Se il diritto internazionale (quello che vale fino ad un certo punto secondo Tajani) impone agli Stati di non favorire né contribuire a violazioni dei diritti umani e a guerre contro i civili, come è stato possibile che queste forniture continuassero a partire senza ostacoli? Chi ha autorizzato, tollerato o scelto di ignorare questi traffici? Da sempre il movimento anarchico denuncia il carattere strutturale della guerra all'interno del sistema capitalistico e statale.
Le guerre non nascono dall'odio tra i popoli ma dagli interessi degli Stati, delle industrie, delle élite economiche che trasformano territori e persone in strumenti sacrificabili. Ma ogni conflitto moderno si regge su una gigantesca infrastruttura civile e industriale: carburante, trasporti, porti, telecomunicazioni, finanza. Le bombe che cadono sulle popolazioni civili non appaiono dal nulla. Dietro di esse esiste una rete globale di complicità che attraversa continenti e frontiere, i vostri figli, le nostre sorelle e noi stess3.
Quando un territorio (la Sicilia per esempio) viene integrato nelle catene produttive della guerra, la responsabilità politica riguarda anche chi quel territorio lo vive e lo attraversa. Non per attribuire colpe collettive, ma per affermare la necessità di conoscere, comprendere e opporsi. I petrochimici di Augusta, sia chiaro, non producono solo veleni capitalisti ma petrolio militare che uccide. Lo sappiamo da tempo, c'è una linea che collega Augusta a Sigonella, per esempio, tra il 2017 e il 2019 ci furono diversi furti di combustibile militare lungo l'oleodotto militare (denominato "GP5"), le indagini hanno sgominato bande specializzate che agivano forando la condotta sotterranea.
Viene da pensare che probabilmente a qualcuno non era andato per dritto qualche malaffare tra potenti e si sono rivendicati. Da questo punto di vista, la Sicilia possiede una lunga tradizione di lotte antimilitariste che oggi torna ad assumere una straordinaria attualità. Il pensiero corre inevitabilmente all'esperienza del movimento No MUOS, una delle più importanti mobilitazioni popolari degli ultimi decenni. Migliaia di persone, a Niscemi e in tutta l'isola, hanno sfidato governi, apparati militari e interessi strategici internazionali per denunciare il ruolo della Sicilia come piattaforma militare nel Mediterraneo. In quella lotta si affermava una verità semplice: la militarizzazione dei territori non produce sicurezza ma guerra; non tutela le popolazioni ma gli interessi geopolitici delle potenze.
Le stesse ragioni che animavano le lotte contro il MUOS parlano oggi alle mobilitazioni contro la guerra in Palestina. Perché il problema non riguarda soltanto le basi militari. Riguarda l'intero sistema che rende possibili le guerre. Riguarda i porti utilizzati per il traffico di materiali strategici, le industrie che alimentano le filiere belliche, le infrastrutture energetiche che sostengono gli apparati militari. Riguarda un modello economico che continua a presentarsi come inevitabile mentre scarica i propri costi sociali e umani sulle comunità più deboli. Durante il dibattito di Augusta è emersa con forza l'importanza dell'informazione indipendente come strumento di contro-potere. Le inchieste giornalistiche hanno il merito di squarciare il velo dell'invisibilità che spesso protegge gli interessi economici e militari. Ma l'informazione, da sola, non basta. Serve una società capace di organizzarsi, di costruire relazioni di solidarietà, di sviluppare pratiche di resistenza dal basso.
È questo il terreno sul quale l'anarchismo continua a offrire una prospettiva radicale e necessaria. Di fronte alla barbarie della guerra, gli anarchici non scelgono un fronte statale contro un altro.
Non si schierano con eserciti, governi o nazionalismi. Scelgono i popoli contro gli Stati. Scelgono le comunità contro gli apparati militari. Scelgono la solidarietà internazionale contro la logica delle frontiere e della competizione. Da Augusta a Gaza, da Niscemi ai porti del Mediterraneo, la posta in gioco rimane la stessa: sottrarre territori, risorse e vite umane alla macchina della guerra. In un'epoca in cui il riarmo viene presentato come una necessità e la militarizzazione come una soluzione, incontri come "Benzina sul Fuoco" rappresentano qualcosa di più di un semplice momento di approfondimento. Sono spazi di consapevolezza collettiva. Luoghi in cui si prova a ricostruire il legame tra ciò che accade nel mondo e ciò che accade sotto casa nostra.
Sia chiaro, la guerra non inizia quando cadono le bombe, la guerra inizia molto prima: nei consigli di amministrazione, nei ministeri, nei porti, nelle raffinerie, nelle basi militari. E si anche nel votare il male minore come partito politico che non rappresenterà mai il popolo ma semplicemente le solite élite che permettono scambi di potere a discapito dell'umanità, della solidarietà e dell'empatia tra popoli.La pace non sarà mai il risultato delle decisioni dei governi; nascerà, come sempre, dalla capacità delle comunità di organizzarsi dal basso, opporsi alle logiche del dominio e costruire relazioni fondate sulla libertà, sull'uguaglianza e sul mutuo appoggio.

Gabriel Cammarata

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