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(it) Italy, FDCA, Cantiere #46 - Lavorare uccide - Salute mentale: Una questione di genere e di classe - Ester Barahona Urruchi, Miranda de Ebro (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Tue, 29 Sep 2026 08:11:17 +0300


Il periodico della Confederación Nacional del Trabajo (CNT) ha dedicato il suo numero 443 (aprile-giugno 2026) a un tema che continua a segnare la vita quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori: gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali e, più in generale, il rapporto tra lavoro, salute e sicurezza. --- Il dossier Trabajar mata («Lavorare uccide») affronta la questione da punti di vista diversi: tecnico, sindacale, sociale e politico. Dai dati sugli infortuni alle carenze dei sistemi di prevenzione, dalle differenze di genere nella salute lavorativa alle responsabilità delle imprese, emerge un quadro che interroga non soltanto le condizioni di lavoro, ma il modello stesso di organizzazione della produzione.

Proponiamo ai lettori e alle lettrici de Il Cantiere il contributo sulla salute mentale, tradotto dalla nostra redazione, come occasione di confronto e approfondimento su un tema che riguarda ogni giorno la vita, la salute e la dignità di chi lavora.

Una donna entra una mattina nel nostro centro con un'aria terribile. Ci dice che non ce la fa più, che vorrebbe sparire. Da anni mette insieme lavori saltuari di poche ore, costretta a comunicare tutto al servizio pubblico per l'impiego per evitare sanzioni, perché percepisce un sussidio minimo che le viene ridotto ogni volta che trova qualche ora di lavoro in più.

Una delle aziende per cui lavora non le rimborsa nemmeno le spese di trasporto per raggiungere la zona industriale e ci racconta che, di fatto, sta perdendo denaro. Inoltre la assale la rabbia quando pensa che le imprese possano beneficiare del suo certificato di disabilità e che questa condizione serva anche a giustificare un salario più basso, in base a un contratto meno favorevole.

Non smette di piangere. Trema. Non l'avevamo mai vista così, anche se da tempo avevamo colto i segnali di un disagio che andava accumulandosi. È una donna forte, con alle spalle esperienze durissime. La ammiriamo e le vogliamo bene perché, oltre a tutto il resto, è affettuosa e riconoscente per il sostegno che cerchiamo di offrirle.

Quella mattina possiamo soltanto dirle che ha ragione, che non è giusto e che tutto questo è una schifezza. Parla per un po' con la psicologa. È evidente che è arrivata al limite. La sua autostima è sotto terra.

Per fortuna questa storia ha avuto un finale modestamente felice. Precario, ma pur sempre felice. Poco tempo dopo arrivò un'offerta di lavoro che riuscì a ottenere un contratto stabile, quasi a tempo pieno. Ben presto non ebbe più bisogno della terapia.

Ora entra spesso con il sorriso sulle labbra. A volte si lamenta del salario, e ne ha tutte le ragioni. Non perde di vista il fatto di essere ancora precaria e povera, ma la pressione si è notevolmente allentata e con essa è migliorato anche il suo stato di salute mentale.

Sono molte le discriminazioni che attraversano il suo corpo e la sua vita. Continueranno ad attraversarla, ma ha avuto accesso a quella piccola pozione di cui aveva bisogno per continuare ad affrontare la vita con forza e con umorismo. Altre storie, invece, non trovano mai una via d'uscita. Il vaso si riempie irrimediabilmente e non arriva alcuna soluzione. Nessun colpo di fortuna. Nessun treno da prendere che permetta di modificare almeno in parte le proprie condizioni di vita.

E sì, stiamo chiamando «colpo di fortuna» l'accesso a un lavoro mal pagato e regolato da un contratto indecente. Ma molte persone, soprattutto donne, sono escluse perfino da questo.

A questo punto non è più necessario spendere molte parole per dimostrare che la salute è profondamente legata alla classe sociale, al reddito e al genere. E sappiamo anche che quando parliamo di salute dobbiamo includere la salute mentale.

Tuttavia, sostenere che esiste una stretta relazione tra salute mentale e condizione socioeconomica può diventare problematico se non si considerano i diversi fattori in gioco. Si rischia infatti che coloro che si percepiscono

- a ragione o meno - come appartenenti alle classi medie o alte finiscano per pensare che la salute mentale sia una questione che riguarda soltanto i poveri e che quindi non possa toccarli.

Lo stesso accade con il genere. Si corre il rischio che molti uomini pensino, o continuino a pensare, che i problemi psicologici siano cose che riguardano le donne.

Questo avviene anche a causa del forte stigma sociale che continua ad accompagnare i problemi di salute mentale. Sappiamo che quanto più forte è lo stigma e quanto più radicati sono i pregiudizi su questi temi, tanto maggiore è la resistenza nel riconoscere e accettare una situazione di sofferenza psichica, sia in se stessi sia nelle persone care. Questo ritarda la richiesta di aiuto e peggiora quindi le prospettive di recupero della qualità della vita. Sappiamo però anche che, quando le persone delle classi popolari riconoscono un problema e chiedono aiuto, il sistema sanitario pubblico impiega mesi prima di offrire loro assistenza. E quando questa assistenza arriva, è spesso insufficiente, frammentaria e inadeguata.

Inoltre, il fatto che oggi si parli molto di salute mentale non si è tradotto in un reale aumento delle risorse pubbliche. Per questo motivo le prime visite psicologiche o psichiatriche richiedono tempi di attesa lunghissimi. E altrettanto accade per gli appuntamenti successivi.

Il rapporto di fiducia e il contesto di sicurezza che dovrebbero svilupparsi tra terapeuta e paziente diventano quasi fantascienza, un vero atto di fede, quando gli incontri avvengono una volta ogni quattro mesi.

Per questo motivo le persone che dispongono di redditi sufficienti per rivolgersi al settore privato, con maggiori o minori sacrifici economici, finiscono spesso per farlo. In questo sforzo molte famiglie compromettono il proprio equilibrio finanziario. Eppure, chi riesce ad accedere alle cure private diventa un privilegiato, collocato al di là della linea che separa coloro che possono curare il proprio disagio psichico da coloro che non possono farlo. Questa impossibilità di accedere a una terapia efficace fa sì che i problemi di salute mentale si trascinino per anni, talvolta per tutta la vita.

Quando entrano in gioco i problemi di salute mentale, si rischia di cadere in un circolo vizioso estremamente difficile da spezzare. La povertà e la precarietà impediscono l'accesso alle cure e, allo stesso tempo, il disagio psicologico rende estremamente difficile migliorare la propria condizione sociale, economica e lavorativa. Per le persone che soffrono di gravi problemi di salute mentale, trovare un impiego e riuscire a mantenerlo nel tempo è particolarmente complesso.

Un'equazione nella quale dobbiamo includere lo stigma, il tabù, il capitalismo e la produttività.

Il mercato del lavoro è un terreno fertile per il disagio psichico. È un ambiente ostile per chi già ne soffre e una fabbrica di nuovi malesseri per chi non ne aveva mai sperimentati prima. Ma non solo: anche la disoccupazione e la mancanza di opportunità lavorative producono sofferenza. Se accettiamo queste premesse, dobbiamo accettare anche che i fattori sociali abbiano un peso determinante nella salute mentale. Non si tratta di una scoperta recente. Eppure, nella pratica, continua a esistere una certa resistenza, tanto sociale quanto medica, ad accettare questi fattori come cause, elementi scatenanti o aggravanti del disagio psichico.

Se, da un lato, abbiamo una visione biomedica della salute mentale che tende a porre l'accento sui fattori biologici e, dall'altro, una società meritocratica che ci ripete continuamente che ognuno ha ciò che si merita o ciò che gli spetta, il risultato è un immaginario collettivo nel quale chi soffre o si ammala sarebbe responsabile della propria condizione o vittima esclusivamente della propria predisposizione genetica.

Scompaiono così le condizioni materiali di vita, le esperienze vissute e le diverse forme di violenza inserite in contesti sociali, economici, culturali e familiari che hanno ben poco a che vedere con le scelte individuali o con il patrimonio genetico di ciascuno.

Molti studi indicano che la mancanza di reti di sostegno contribuisce a generare o aggravare il disagio psicologico. Questo non significa attribuire la responsabilità alla cerchia familiare o alle persone più vicine a chi soffre di problemi di salute mentale. Non si tratta semplicemente di avere una famiglia che abbia saputo o potuto offrire il sostegno necessario.

Il problema è più profondo: viviamo in un modello sociale che scarica sulle persone una quantità enorme di richieste e offre in cambio pochissima cura.

Per questo molte persone e molti collettivi stanno investendo energie nella costruzione di reti di solidarietà. Si tratta di creare spazi di rifugio dove sia possibile esprimersi e ricevere il sostegno necessario.

Le organizzazioni che operano nel campo della salute mentale - associazioni, collettivi, gruppi di mutuo aiuto - rappresentano per molte persone e per le loro famiglie luoghi di fiducia e di sostegno. Luoghi preziosi per chi spesso si sente solo all'interno di un sistema che produce sofferenza e che, invece di offrire gli strumenti per superarla, la perpetua attraverso la precarietà delle condizioni di vita e la debolezza dei servizi pubblici.

Abbiamo finito per considerare molti disturbi psichici come patologie croniche, probabilmente perché è più semplice e più conveniente che riconoscere come, in moltissimi casi, siano proprio le condizioni di vita a trovarsi all'origine del malessere.

Cambiare queste condizioni significa spesso mettere in discussione alcuni dei pilastri fondamentali dell'eteropatriarcato neo liberale: rompere con la famiglia, con la coppia, con il mercato del lavoro, con i ruoli di genere, con le aspettative di successo.

E, a essere sincere, sappiamo che una simile trasformazione è quasi impossibile se sotto i nostri piedi non esiste una rete solida e se attorno a noi non ci sono molte mani pronte a sostenerci.

Per questo, mentre continuiamo a rivendicare il diritto a cure psicologiche e psichiatriche dignitose e gratuite, continueremo anche a costruire una rete di reti, nelle città come nelle campagne, luoghi in cui incontrare le altre persone e ritrovare noi stesse, luoghi in cui dare un nome ai nostri malesseri e, insieme, cercare alternative.

https://alternativalibertaria.org/
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