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(it) Italy, FDCA, Cantiere #46 - Il salvatore siamo noi (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Fri, 25 Sep 2026 08:27:41 +0300
Non perché siamo eroi, ma perché nessun altro lo farà al posto nostro.
La speranza è una pratica da organizzare insieme - Alessandro Ferretti
---- L'Italia è ormai da due mesi nella morsa di un caldo senza
precedenti che manda fuori di testa e trasforma ogni giornata in una
lotta per la sopravvivenza. Eppure, invece di agire per affrontare
questa emergenza, il governo che si riempie la bocca di sovranità ha
deciso di indebitarci tutti per oltre venti miliardi di euro (quasi 350
euro a testa) per comprare armi dagli Stati Uniti, affossando
ulteriormente il nostro Paese per arricchire ancor di più la nazione più
ricca e potente del mondo.
Nonostante questo clamoroso ceffone in pieno viso ai bisogni di tutti
gli italiani, nessuna reazione minimamente all'altezza di una simile
follia si è manifestata o si manifesterà. Le persone che ancora si danno
la pena di informarsi ormai non reagiscono più a nulla, come pugili
inebetiti dai cazzotti dell'avversario.
A parte quelli talmente esauriti da tifare davvero per il meteorite,
molti si consolano con un'illusione mortale che alimenta inettitudine e
rassegnazione: la gente sta ancora troppo bene, ma prima o poi il
bubbone scoppierà e chi sta male scenderà in piazza e fermerà questo
disastro. Ebbene, sappiatelo: non è vero. Non esiste nessun automatismo
di questo tipo. La psicologia e la storia ci dicono invece l'esatto
opposto: la sofferenza prolungata e crescente non genera rabbia attiva,
ma depressione, adattamento forzato e atomizzazione sociale in un
circolo vizioso potenzialmente infinito. Più si sta male, meno energie
mentali e fisiche si hanno per organizzarsi. Non ci sarà nessuna
ribellione spontanea e salvifica, la salvezza ce la dobbiamo guadagnare
e più aspettiamo a muoverci più diventa improbabile che una
mobilitazione di massa possa decollare, perché fronteggiare il
peggioramento delle condizioni materiali ingoia il tempo e le energie
necessarie per combattere. I soliti attivisti fanno quello che possono
ma non sono martiri né santi, e tanto meno supereroi.
Le élite al potere hanno capito perfettamente questa dinamica e la
sfruttano sistematicamente. Il paradosso, tutto a loro favore, è che le
ribellioni progressiste spontanee hanno successo quando le condizioni di
vita stanno migliorando, come è successo nel 1789 o nel 1968. Per
mantenere il dominio, chi comanda sa che non deve affatto risolvere le
crisi e dare speranza, ma piuttosto mantenere la società costantemente
in declino. Il circolo è vizioso: far peggiorare le condizioni sociali
fino a rendere la sopravvivenza un lavoro a tempo pieno, distrarre
l'attenzione pubblica incanalando la frustrazione verso conflitti
sterili e orizzontali, reprimere duramente chiunque si ostini ad
attivarsi con decreti sicurezza e criminalizzazione del dissenso. Tutto
questo indebolisce i resistenti dando spazio per intensificare
ulteriormente lo sfruttamento e la marginalizzazione. In questo teatrino
le opposizioni istituzionali non sono la soluzione, ma semplicemente i
panchinari del sistema. Coloro che siedono in parlamento o nelle
amministrazioni locali, i quadri e i funzionari di partito non hanno
alcun reale interesse personale a promuovere una lotta contro le
concentrazioni di potere che stanno annientando la società, perché
porterebbe loro solo rischi e guai. A parte lodevoli ma rarissime
eccezioni, preferiscono mettere su opposizioni di facciata, gestendo
quel po' di potere che comunque hanno, aspettando che eventualmente il
disastro logori la maggioranza al governo in modo da sostituirla, ma
continuando ad applicare le stesse politiche e a fare gli interessi dei
dominatori.
È un film che abbiamo visto troppe volte per far finta che stavolta
andrà diversamente, quindi smettiamola di prenderci in giro: dall'alto
non arriverà nessun salvatore. Andiamo pure a votare, per carità, ma
nella consapevolezza che chiunque andrà al governo continuerà
imperterrito a gestire il declino, a maggior gloria di chi ha già tutto
ma vuole ancora di più.
Per uscire dalla trappola dobbiamo innanzitutto smettere di coltivare
l'attitudine perniciosa di criticare chi si oppone al potere ma non lo
fa nel modo "giusto".
Ancora adesso ci tocca ascoltare gente che pontifica dicendo che "la
sinistra dovrebbe occuparsi degli operai invece che dei giovani, dei
diritti lgbt o dei migranti". Questa narrazione serve solo a seminare
divisione tra chi lotta per migliorare la propria condizione,
promuovendo un'assurda guerra tra ultimi su chi deve avere la priorità.
La lotta deve essere una e chiara: contro le élites, contro i grandi
ricchi, contro chi guadagna sulla devastazione delle nostre vite. Il
nemico è chi sta trasformando le nostre esistenze in un incubo
distopico, non il compagno di banco o di reparto che rivendica un altro
pezzo di dignità. Guardare in alto, uniti contro chi sta in alto, è
l'unica prospettiva che non ci fa sbranare tra noi.
Altri ancora giustificano la loro simbiosi con il divano dicendo che
tanto attivarsi non serve a nulla, serve solo a farsi il sangue amaro.
Eppure, un segnale che rompere l'inerzia porta risultati concreti c'è
stato, ed è recente. Milioni di persone sono scese in piazza per fermare
il genocidio a Gaza, nonostante la repressione, il silenzio complice
delle istituzioni e la stanchezza: hanno imposto il tema sull'agenda
pubblica, rotto la narrazione dominante e costretto la politica a fare i
conti con una mobilitazione reale. Quel cessate il fuoco, per quanto
fragile, dimostra che l'azione collettiva ostinata può ancora spezzare
l'inerzia. Ma non può essere un fuoco di paglia a salvarci: deve
diventare una pratica continua e strutturata.
Dobbiamo smettere di essere spettatori passivi del nostro naufragio. Una
volta riconosciuta la sostanziale inutilità del voto, un modo per
trovare insieme la forza di resistere è quello di ricostruire il tessuto
sociale dal basso, nei quartieri, nei luoghi di lavoro e di studio.
Ci sono moltissime possibilità di azione che intaccano qui e ora la
macchina tritasperanze. Possiamo lottare per decementificare le nostre
città piantando alberi e creando giardini, opponendoci ai progetti
speculativi che consumano suolo e alzano la temperatura. Possiamo
batterci contro la gentrificazione e la turistificazione che fanno
lievitare gli affitti e moltiplicano gli sfratti, difendendo il diritto
ad abitare contro la rendita. Possiamo costruire strumenti di
informazione alternativa territoriale, raccontando meccanismi e
conseguenze locali del declino organizzato e le esperienze di resistenza
che provano a ribaltarlo. Spezzare il monopolio della narrazione è
essenziale per uscire dall'isolamento e dimostrare che non siamo soli a
volerci ribellare. Possiamo difendere la sanità pubblica opponendoci
alla chiusura dei servizi, partecipare a campagne di boicottaggio mirate
contro le aziende complici della distruzione ambientale o del genocidio,
impegnarci per liberare e ripristinare spazi pubblici abbandonati
trasformandoli in luoghi di aggregazione e socialità alternativi ai
locali per soli consumatori. Non sono stupidaggini di corto respiro:
sono laboratori pratici dove imparare a confrontarsi su temi concreti, a
collaborare, ad aggregare persone, a difendere dignità.
In questo quadro, le università e le scuole sono terreni fondamentali.
Sono state trasformate in ingranaggi di un sistema che ha la funzione di
promuovere una vuota meritocrazia nozionistica, disciplinando,
selezionando e marginalizzando. I docenti ancora consapevoli che le
popolano hanno però ancora l'opportunità di promuovere spazi di apertura
mentale e di critica del sistema, sperimentando forme di didattica
alternativa e percorsi di autoformazione collettiva. Si può decostruire
il mito tossico dell'eccellenza e del merito, che serve solo a
mascherare i privilegi dei grandi ricchi e a far sentire in colpa chi
non può farcela, rivendicando diritti e allargando gli orizzonti oltre
l'individualismo. Si possono costruire reti di azione comune tra
studenti, ricercatori precari, lavoratori e docenti, restituendo alla
conoscenza il suo ruolo di decodifica della realtà, che svela le logiche
di chi detiene il potere e crea i presupposti per un cambiamento.
So bene che questo ragionamento semplifica, e che tra il dire
"organizziamoci" e il farlo ci sono ostacoli enormi: la stanchezza, il
tempo che non c'è, le competenze che non si improvvisano, i conflitti
interni, il timore di fallire. Non ho la presunzione di offrire un
manuale né una ricetta valida per ogni quartiere o luogo di lavoro;
questo è un invito a mettersi in cammino, non una mappa dettagliata del
percorso. Le risposte su come farlo, come sostenersi, come non perdersi,
si trovano solo camminando insieme: i nodi si sciolgono discutendoli con
altri, non rimuginandoli da soli.
E siamo onesti fino in fondo: non ci salverà nessun testo, questo
compreso. Queste pagine servono solo se diventano un pretesto - se le
passi a un collega, a un vicino, a un compagno di studi e diventano
l'occasione per quella conversazione che rimandi da tempo.
A muoverci non è ciò che leggiamo: è la faccia di qualcuno che ti guarda
e ti chiede: lo facciamo insieme?
La speranza non è una favola che ci racconteranno a fine giornata, ma
una pratica che dobbiamo costruirci con l'impegno e l'organizzazione. Se
aspettiamo che sia il dolore a svegliarci, ci sveglieremo in un incubo
senza via di fuga. L'unica via d'uscita è dedicare energie reali,
continue e ostinate all'attività politica quotidiana, ora, prima che la
finestra di opportunità si chiuda del tutto. Iniziamo a parlare con chi
ci sta accanto, organizziamoci sui luoghi di lavoro, di studio e nei
quartieri.
Il tempo sta scadendo, continuare ad aspettare Godot sarebbe un
autentico suicidio.
https://alternativalibertaria.org/
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