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(it) Italy, Sicilia Libertaria #469 - STORIA. Antifascismo in provincia di Trapani attraverso un documento inedito (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Tue, 18 Aug 2026 06:43:14 +0300


L'appello che pubblichiamo, reperto superstite della lotta clandestina che i gruppi anarchici del trapanese (operanti principalmente a Trapani, Marsala, Mazara del Vallo, Alcamo e Castelvetrano) condussero sotto il fascismo, non vide mai la luce. Concepito probabilmente per essere diffuso nella Sicilia Occidentale il 1° maggio 1936, venne sequestrato dalla polizia fascista il 4 febbraio precedente in casa del parrucchiere comunista Pietro Moralis, a seguito di una «soffiata» dell'ex anarchico Salvatore Renda, fiduciario dell'OVRA fin dall'agosto 1935.

Moralis aveva ricevuto l'incarico di «rimetterlo ai compagni di fede all'estero per la pubblicazione e la diffusione» da Baldassare Marino, l'anarchico che aveva materialmente redatto l'appello, sollecitato dai gruppi aderenti nel trapanese al Fronte Unico Antifascista Italiano (FUAI) che le retate del 1935 non erano riuscite a scompaginare. Baldassare Marino (Trapani 10 febbraio 1879-26 febbraio 1939), titolare di un piccolo negozio «di moda per signora», ereditato dal padre, era ben noto alla polizia, insieme al fratello Cesare (avvocato, nato a Trapani 10 febbraio 1883 e radiato dallo schedario dei sovversivi il 26 settembre 1928), per aver fatto parte del gruppo anarchico attivo in città ai primi del '900, essere stato assiduo collaboratore e corrispondente dall'estero (si era trasferito a Parigi nel 1911) di diversi giornali anarchici, aver subito nel 1928 dal tribunale di Trapani una condanna a 40 giorni di carcere e 1.200 lire di multa per oltraggio e resistenza a un commissario di P.S., essere stato infine ammonito, quale anarchico pericoloso, il 22 dicembre 1930.

Pubblichiamo il suo appello non solo per richiamare alla memoria, a 90'anni esatti di distanza, l'antifascismo «eroico» di un periodo doloroso della nostra storia (un testo del genere comportava condanne a svariati anni di carcere e di confino), o per consegnarlo finalmente al pubblico, ma anche perché esso mantiene una inaspettata attualità. É infatti un attacco diretto alla Carta del Lavoro, che il fascismo introdusse il 30 aprile 1927, promuovendo il «lavoro giusto» (per i padroni), concepito come un «dovere sociale» per assicurare la potenza della nazione; che respingeva il minimo sindacale di categoria contrapponendovi l'obbligatorietà contrattuale, da perseguire in un clima di collaborazione e di conciliazione tra le classi sociali; che rigettava pertanto la lotta di classe frantumando i sindacati e trasformandoli in pubbliche istituzioni sotto il controllo dello Stato.

N.M

Ai Lavoratori d'Italia

Non è vero che l'odio parli sempre il linguaggio del delirio. Se l'odio ha cause legittime e profondamente umane, se l'amore della libertà fa odiare la tirannia, se l'amore della giustizia fa odiare la sopraffazione e la servitù, l'odio è santo e generatore di vita feconda e libera.

Odiare il regime fascista significa adunque, odiare l'Italiana schiava d'un regime infame, autoritario, omicidiario; significa tendere con tutte le forze dello spirito alla rinascita della libertà ed alla organizzazione della giustizia. E per conseguenza vogliamo non andarcene sotto terra senza prima avere trascinato nel fango il maestro elementare di Predappio - l'uomo esclusivo erettosi a legislatore -, senza prima avere sputato sui nomi dei suoi devoti luogotenenti.

Riflettete, o schiavi d'Italia, seppure l'abbrutimento politico e morale nel quale siete piombati non vi abbia tolto il sentimento della riflessione e la coscienza di ogni vostro diritto. Riflettete.

É possibile che non vi sentiate avvampare il petto di sdegno e di rivolta contro la vita meschina, pavida, ilota, militaresca impostavi dal regime? Miserabili ed oppressi eravate prima dell'arrivo dell'omuncolo cui i coboldi della stampa bovofica[sic]osano chiamare "provvidenziale", più miserabili e pezzenti siete oggi in quanto il regime ossessionato dal suo fatuo disegno di grandezza romana e di espansione imperiale vi estorce smungendovi bestialmente perfino gli ultimi centesimi destinati al pane della vostra prole.

Ma non avete, adunque, occhi per vedere il pauperismo trascinarsi numeroso, sbrindellato e famelico per le vie delle cento città; le vostre figlie ingrossare ognor più il numero delle prostitute d'Italia nei mille bordelli d'Italia? ... La immoralità fascista rivestita dai paludamenti della legalità coercitiva e coatta far brecce profonde nell'istintivo senso morale del popolo ad ogni ora tradito e beffato dal duce?

Riflettete o bruti e schiavi d'Italia! Che cosa vi ha dato la carta del lavoro?
Vi ha forse redenti dalla schiavitù della fatica salariata, risolto il problema millenario delle vostre pene infinite?

La carta del lavoro non è che una lustra ed un inganno colla quale si tenta di impecorirvi sempre più. La carta del lavoro è servita solamente a creare tanti sindacati quanti sono le categorie di mestieri, e, in quei sindacati il regime ha collocato una infinita creneide di spostati a distintivo semi-analfabeti dagli abiti attillati ed eleganti, viziosi, degenerati, bons viveurs, i quali ben piazzati in comodi e lussuosi uffici, muniti di marche, timbri e moduli stampati passano la giornata senza nulla produrre, solo solleciti del lauto stipendio che voi gli pagate colle vostre quote annuali col vostro lavoro e colla vostra miseria.
La Carta del Lavoro è servita solo ad inquadrarvi in una disciplina da Caserma per costringervi a seguire i numerosi cortei nelle infinite commemorazioni fasciste, per abituarvi a gridare coi crani bene imbottiti di fiabe e di ciarle, a gridare, bestie striscianti il saluto al re e al duce. Il re abbiamo detto a cui voi malgrado la vostra grande miseria pagate una forte Lista Civile per i suoi lussi e le sue gioie, al re che da ben 14 anni avalla e convalida colla sua firma tutte le malefatte del regime.
E, pertanto, perché vi ostinate a rimanere ancora ghetto e suburra? ...

Spezzate per dio le catene nelle quali Mossolini[sic]ha avvolto le vostre mani e le vostre caviglie e in un impeto di santa rivolta dall'uno all'altro lembo della patria vostra immiserita, imbestialita, proclamate, in faccia alla benedizione del sole l'avvento d'una Repubblica libera e giusta.
Questo il solo impero romano che voi dovete creare col vostro sacrificio e il vostro coraggio.
Dall'Italia senza libertà

un vecchio anarchico

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