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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #17-26 - Competizione globale, fragilità sociale. La crisi Natuzzi e la trasformazione del distretto del mobile imbottito (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 9 Aug 2026 07:16:55 +0300
«Siamo un'azienda globale». La frase pronunciata da Pasquale Natuzzi
durante il consiglio comunale aperto del Comune di Santeramo
probabilmente è la chiave migliore per comprendere ciò che sta accadendo
oggi non solo alla Natuzzi, ma all'intero distretto del mobile imbottito
tra Puglia e Basilicata.
Per anni quel distretto è stato raccontato come una delle storie di
successo del capitalismo italiano: fabbriche radicate nel territorio,
imprenditoria locale, lavoro diffuso, esportazioni in tutto il mondo.
Santeramo, Altamura, Matera, Laterza, Ginosa: nomi che hanno costruito
un pezzo importante della geografia industriale del Mezzogiorno.
Oggi però quella storia mostra tutte le sue contraddizioni.
La lunga vertenza Natuzzi, trascinata per mesi tra tavoli ministeriali,
incontri regionali, piani industriali e rotture delle trattative, non
riguarda soltanto una crisi aziendale. Racconta qualcosa di più
profondo: la trasformazione del rapporto tra impresa, territorio e
lavoro dentro la globalizzazione contemporanea.
L'azienda parla apertamente di ristrutturazione, competitività,
esternalizzazioni, reshoring, equilibrio economico-finanziario e
adattamento del modello di business. Il lessico è quello tipico delle
corporation globali, dove il territorio e il lavoro vengono letti
soprattutto attraverso i criteri della sostenibilità economica e della
capacità di reggere la competizione internazionale. E in effetti la
Natuzzi di oggi non è più semplicemente la grande fabbrica del
territorio. È una realtà quotata a Wall Street, presente con oltre mille
punti vendita nel mondo, che punta all'espansione commerciale
internazionale tra Londra, Singapore e Cina, mentre contemporaneamente
ridisegna il proprio assetto produttivo nella Murgia.
Da una parte si annunciano nuovi negozi, investimenti nel marketing,
nello sviluppo commerciale internazionale, nella logistica integrata e
nella creazione di nuove società di servizio. Dall'altra si discutono
esuberi, chiusure di stabilimenti, ricollocazioni del personale,
incentivi all'esodo, cassa integrazione e riduzione del costo del lavoro.
È qui che la frase «siamo un'azienda globale» acquista il suo
significato reale.
Non vuol dire soltanto vendere prodotti in tutto il mondo. Vuol dire
soprattutto che il territorio entra dentro una competizione permanente
con altri territori.
Santeramo compete con la Romania. La Murgia compete con altre aree
produttive internazionali. E i lavoratori vengono spinti a competere con
altri lavoratori dentro una filiera globale governata dalla riduzione
dei costi.
E infatti uno dei punti centrali della trattativa riguarda proprio il
reshoring, cioè il possibile ritorno in Italia di alcune produzioni oggi
delocalizzate all'estero. Ma anche questo ritorno viene subordinato a
una condizione precisa: la sostenibilità economica. Tradotto: si produce
qui solo se conviene abbastanza.
In questo senso la globalizzazione non elimina il territorio. Lo
trasforma in una variabile economica. Per decenni il distretto
industriale aveva funzionato come una comunità produttiva relativamente
integrata, fondata sulla presenza di manodopera locale, filiere
territoriali, saperi diffusi e un forte legame tra fabbrica e tessuto
sociale. La crescita delle imprese coincideva, almeno in parte, con
quella del territorio che le ospitava.
Oggi invece quel modello appare profondamente cambiato.
Il distretto sopravvive solo se riesce a restare competitivo dentro una
filiera globale dominata dalla pressione sui costi, dalla mobilità
produttiva e dalla finanziarizzazione.
E qui emerge un'altra contraddizione evidente. Da un lato le istituzioni
continuano a descrivere Natuzzi come un simbolo della Puglia produttiva,
un patrimonio del territorio, un'eccellenza del Made in Italy, quasi un
"faro" dello sviluppo industriale meridionale. Dall'altro, però,
l'intera discussione sul futuro del gruppo ruota attorno alla necessità
di ridurre i costi, riorganizzare la produzione, esternalizzare
attività, incentivare uscite e utilizzare ammortizzatori sociali per
mantenere competitiva l'azienda.
Anche il ruolo delle Regioni si colloca dentro questa logica. Si parla
di decontribuzione, politiche attive, fondi per la formazione, strumenti
pubblici di accompagnamento e sostegno agli investimenti. In pratica il
territorio viene chiamato a sostenere economicamente la permanenza
dell'impresa globale, nel tentativo di renderlo sufficientemente
competitivo rispetto ad altre aree produttive.
Anche il linguaggio dell'"esubero zero" racconta bene questa ambiguità.
Gli esuberi non scompaiono davvero: vengono trasformati in
prepensionamenti, incentivi all'uscita, ricollocazioni, mobilità, cassa
integrazione. Il problema sociale non viene eliminato, ma redistribuito
nel tempo e assorbito progressivamente dal territorio e dal welfare
pubblico.
Non a caso i sindacati hanno parlato di lavoratori che «pagano due
volte»: come operai, con salari ridotti e anni di ammortizzatori
sociali, e come cittadini, attraverso il sostegno pubblico garantito
all'azienda.
Ed è forse questo il punto politico più importante della vicenda.
Gli ammortizzatori sociali, che un tempo rappresentavano uno strumento
straordinario per affrontare crisi temporanee, diventano ormai una
componente strutturale del modello produttivo. La crisi non appare più
come un evento eccezionale, ma come una condizione permanente della vita
industriale.
Nel frattempo cresce anche la pressione finanziaria. La quotazione al
New York Stock Exchange, le difficoltà di bilancio, il rischio di
delisting, i ritardi nel pagamento dei salari mostrano quanto anche una
storica azienda manifatturiera italiana sia ormai immersa nelle logiche
della finanza globale.
E allora la vicenda Natuzzi smette di essere soltanto una vertenza locale.
Diventa il racconto di una trasformazione più ampia: quella di un
capitalismo che mantiene i marchi, i simboli e la retorica del
territorio, ma organizza sempre più produzione, lavoro e investimenti
secondo criteri globali di redditività.
Per anni il distretto del mobile imbottito è stato indicato come esempio
di sviluppo territoriale. Oggi quella stessa storia mostra il suo
rovescio. Quando un'impresa dice «siamo un'azienda globale», sta dicendo
anche che il rapporto con il territorio non è più un legame stabile, ma
una relazione continuamente rimessa in discussione dalla competizione
mondiale, dalla redditività finanziaria e dalla capacità di comprimere
costi e lavoro.
E in questa competizione le comunità locali scoprono improvvisamente di
non essere più il centro della storia industriale, ma una variabile tra
le altre. I lavoratori e le lavoratrici, invece, lo avevano già appreso
a proprie spese.
Totò Caggese
https://umanitanova.org/competizione-globale-fragilita-sociale-la-crisi-natuzzi-e-la-trasformazione-del-distretto-del-mobile-imbottito/
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