|
A - I n f o s
|
|
a multi-lingual news service by, for, and about anarchists
**
News in all languages
Last 40 posts (Homepage)
Last two
weeks' posts
Our
archives of old posts
The last 100 posts, according
to language
Greek_
中文 Chinese_
Castellano_
Catalan_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Français_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkçe_
_The.Supplement
The First Few Lines of The Last 10 posts in:
Castellano_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Français_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkçe_
First few lines of all posts of last 24 hours |
of past 30 days |
of 2002 |
of 2003 |
of 2004 |
of 2005 |
of 2006 |
of 2007 |
of 2008 |
of 2009 |
of 2010 |
of 2011 |
of 2012 |
of 2013 |
of 2014 |
of 2015 |
of 2016 |
of 2017 |
of 2018 |
of 2019 |
of 2020 |
of 2021 |
of 2022 |
of 2023 |
of 2024 |
of 2025 |
of 2026
Syndication Of A-Infos - including
RDF - How to Syndicate A-Infos
Subscribe to the a-infos newsgroups
(it) Italy, FAI, Umanita Nova #22-26 - Ribaltare la storiografia eurocentrica. "Le donne ombra" etiopi e la lotta antifascista in Africa (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 18 Jul 2026 09:23:20 +0300
Nei giornali borghesi di solito si legge di antifascismo solo in
ricorrenza del 25 Aprile, data che per noi anime anarchiche segna solo
una parziale vittoria nella conquista della libertà. La resistenza
anarchica ha fatto dell'antifascismo internazionale la propria morale.
Quando si parla di antifascismo, la memoria pubblica europea continua a
raccontare una storia incompleta e troppo comoda per le coscienze
occidentali. L'immaginario dominante colloca la lotta contro il fascismo
quasi esclusivamente tra le montagne italiane, nelle città occupate
dell'Europa occidentale o sui fronti della Seconda guerra mondiale.
Persino le esperienze di antimilitarismo popolare nate nel nostro Sud,
come le rivolte del movimento "Non si parte" contro la coscrizione
forzata, mosse da Maria Occhipinti a Ragusa a gennaio del 1945 (quando,
pur essendo in gravidanza, si stese davanti alle ruote di un camion
militare che stava rastrellando giovani), finiscono relegate a note
marginali di una storia scritta dagli Stati e dagli eserciti bianchi. È
una narrazione parziale, che tende a iniziare nel 1939 e a concludersi
con la sconfitta militare delle potenze dell'Asse nel 1945. Eppure, la
guerra globale contro il fascismo iniziò ben prima, e uno dei suoi
primi, più importanti e tragici terreni di scontro fu il continente
africano.
Nel 1935 l'invasione italiana dell'Etiopia rappresentò uno spartiacque
storico. Il regime fascista cercava il proprio impero (come le altre
potenze europee) attraverso una guerra di conquista brutale, fondata sul
razzismo biologico, sull'espansionismo militare e sulla presunta
superiorità civilizzatrice europea. Quell'aggressione non fu una comune
guerra coloniale come quelle del secolo precedente. Fu la manifestazione
concreta e moderna del progetto fascista: dominio totale,
gerarchizzazione razziale e militarizzazione della società.
L'Etiopia occupava una posizione simbolica enorme. Insieme alla Liberia,
era uno dei pochissimi Stati africani ad aver conservato la propria
indipendenza durante la violenta spartizione coloniale del continente.
Per milioni di africani e per le popolazioni nere della diaspora,
l'Etiopia era la prova vivente che la dominazione bianca non era
inevitabile. La resistenza etiope, spesso rimossa dalla storiografia
europea, costituì una delle prime grandi esperienze di lotta armata
contro il fascismo. Proprio per questo l'attacco di Mussolini ebbe una
risonanza dolorosa ed enorme ben oltre i confini del Corno d'Africa,
mobilitando cuori e coscienze in tutto il mondo.
La guerra d'invasione fu caratterizzata da una violenza spietata.
L'esercito italiano fece ricorso sistematico ai bombardamenti sui civili
e all'utilizzo di armi chimiche vietate dalle convenzioni
internazionali. L'iprite e i gas tossici furono versati deliberatamente
su villaggi, corsi d'acqua, aree agricole e formazioni della resistenza,
con effetti devastanti. Le stime più accreditate parlano di centinaia di
migliaia di vittime etiopi durante gli anni dell'occupazione; una
tragedia immane che ancora oggi occupa uno spazio marginale nei nostri
libri di storia.
Tra gli episodi più cupi vi fu il massacro di Yekatit 12, nel febbraio
del 1937 ad Addis Abeba. Dopo un attentato fallito contro il viceré
Rodolfo Graziani, le autorità coloniali scatenarono una vendetta cieca:
per tre giorni la popolazione civile fu trucidata, interi quartieri
furono devastati e migliaia di persone vennero uccise semplicemente
perché etiopi. A questo si aggiunsero altre stragi orribili, come quella
della grotta di Zeret, dove centinaia di resistenti e civili che vi
avevano cercato rifugio furono gasati e massacrati dalle truppe
italiane. Questi eventi dimostrano che il colonialismo fascista non fu
un'amministrazione autoritaria paternalistica, ma un sistema fondato sul
terrore. Il mito consolatorio degli "italiani brava gente", insomma,
appartiene a fandonie nazionaliste, non alla realtà della storia.
Di fronte a questa macchina da guerra, la resistenza etiope, spesso
rimossa dalla storiografia europea, costituì una delle prime grandi
esperienze di lotta armata contro il fascismo. Contadini, comunità
locali, combattenti irregolari e leader religiosi opposero una
resistenza tenace. Nonostante la disparità schiacciante di mezzi, la
guerriglia non si fermò mai, impedendo al regime di consolidare il
controllo sul territorio.
Mentre le democrazie europee sceglievano la strada dell'appeasement e la
Società delle Nazioni dimostrava tutta la propria impotenza davanti
all'aggressione, un'impotenza che ricorda, in modo speculare, quella
mostrata oggi dalle istituzioni internazionali davanti ai massacri
contemporanei a Gaza, in Sudan, in Myanmar, migliaia di africani
morivano già combattendo il fascismo. La guerra d'Etiopia fu, a tutti
gli effetti, il primo capitolo della resistenza globale antifascista.
In questa lotta, un ruolo fondamentale e profondamente umano fu svolto
dalle donne etiopi, troppo spesso cancellate. Non furono spettatrici, né
figure di retrovia. Furono protagoniste attive: imbracciarono le armi,
organizzarono reti di sostegno logistico, trasportarono munizioni,
curarono i feriti, garantirono i collegamenti clandestini tra i villaggi
e i partigiani, scrissero poesie che incoraggiavano alla resistenza.
Secondo le ricerche storiche, circa un terzo de3 partigian3
ufficialmente riconosciut3 dopo la liberazione erano donne. Alcune
assunsero ruoli di comando militare, scardinando l'idea di una guerra
tutta maschile.
Questa memoria è stata recuperata con forza dalla letteratura
contemporanea. Nel romanzo Il re ombra di Maaza Mengiste, le "donne
ombra" rappresentano proprio coloro che la storia ufficiale ha voluto
spingere ai margini. Molte protagoniste della lotta antifascista
africana sono state dimenticate non perché assenti, ma perché una
storiografia coloniale, patriarcale e bianca ha scelto di non
raccontarle. Per loro, resistere assumeva un significato doppio: era
lotta contro l'invasore e contro un sistema che voleva imporre
contemporaneamente il dominio coloniale e la sottomissione di genere. La
loro esperienza resta una delle prime manifestazioni di un antifascismo
capace di intrecciare opposizione al razzismo, emancipazione sociale e
autodeterminazione.
Questa differenza di prospettiva è fondamentale. Gli Stati occidentali,
che si sarebbero poi presentati come i liberatori del mondo dal
fascismo, continuavano a governare imperi coloniali fondati sullo
sfruttamento e sulla segregazione. Ma per gran parte del mondo
colonizzato, la lotta contro il fascismo e quella contro il colonialismo
erano esattamente la stessa cosa.
Questa contraddizione esplose drammaticamente nel momento della vittoria
alleata. Mentre in Europa si celebrava il 1945 come il trionfo della
"libertà", milioni di persone nei territori coloniali continuavano a
subire violenze, lavoro forzato e negazione dei diritti civili. La
vittoria sul nazifascismo conferì alle potenze europee una rinnovata
autorità morale, permettendo a Francia, Gran Bretagna, Belgio e altre
potenze vincitrici (es. USA) di presentarsi come i "buoni", difensori
della libertà e della civiltà pur continuando a governare vasti imperi
costruiti su una violentissima dominazione coloniale.
Un caso emblematico avvenne il 1° dicembre 1944 nel campo militare di
Thiaroye, in Senegal. I tirailleurs sénégalais, soldati africani che
avevano combattuto in Europa per liberare la Francia dal nazismo,
rivendicavano il pagamento delle indennità promesse. La risposta
dell'esercito francese fu la violenza militare: i veterani vennero
fucilati a sangue freddo, lasciando sul terreno centinaia di morti
(forse 400). Uomini che avevano sconfitto il fascismo venivano trattati
da sudditi nel momento in cui chiedevano dignità, semplicemente la loro
paga, non medaglie colorate, non riconoscimenti istituzionali.
Pochi mesi dopo, l'8 maggio 1945, mentre le città europee ballavano per
la fine della guerra, nelle città algerine di Sétif, Guelma e Kherrata
le manifestazioni pacifiche che chiedevano autonomia (mosse anche dal
sentimento di "liberazione" in Europa) furono represse nel sangue dalle
autorità francesi con una brutalità inaudita, provocando migliaia di
morti. Il giorno della liberazione europea coincise con uno tra i più
sanguinosi massacri coloniali della storia in Africa. Dovrebbe farci
riflettere, no?
La fine della guerra in Europa non segnò dunque la fine delle strutture
di dominio. Le successive guerre di liberazione nazionale, dall'Algeria
al Kenya, dal Mozambico all'Angola, furono la prosecuzione di quella
stessa lotta contro sistemi che condividevano con il fascismo il
razzismo istituzionale, la violenza militare e il culto dell'autorità.
Il punto interessante è che non si trattava semplicemente di rivendicare
l'indipendenza statale; In molti casi emergevano anche aspirazioni
sociali radicali, forme di autorganizzazione comunitaria e pratiche
collettive che mettevano in discussione non soltanto il colonialismo, ma
ogni forma di potere autoritario.
Da una prospettiva libertaria, questa storia evidenzia che
l'antifascismo non può essere ridotto alla difesa di uno Stato contro un
altro. Se il fascismo è l'espressione estrema della gerarchia, del
nazionalismo e della militarizzazione, allora l'antifascismo deve
necessariamente rifiutare il colonialismo e il razzismo a livello globale.
Oggi, mentre nelle nostre società riemergono soldati vannaccini
nostalgici e retoriche autoritarie riaffiorano ciclicamente dalle fogne
della storia, anche il continente africano si trova a fare i conti con
nuove forme di autoritarismo, estrattivismo e frontiere militarizzate
che separano il Nord e il Sud del mondo. Ma le mobilitazioni popolari, i
movimenti giovanili per la giustizia sociale e le lotte femministe in
Africa dimostrano che quella tradizione di resistenza non è scomparsa.
Dov'è la nostra solidarietà internazionale con loro? È davvero possibile
che sia stata tutta imbarcata sulle Flotilla e non rimanga più nulla?
Ricordare l'antifascismo africano significa rompere una narrazione
eurocentrica e parlare di una lotta antifascista globale che non è mai
terminata. La libertà non si commemora nei rituali di Stato, è una
pratica quotidiana di opposizione a ogni forma di dominio. Dalle
montagne etiopi del 1935 alle strade del mondo contemporaneo, la guerra
globale antifascista e la resistenza contro militarismo, colonialismo e
sfruttamento devono continuare sotto il segno della solidarietà
internazionale.
Gabriele Cammarata
https://umanitanova.org/ribaltare-la-storiografia-eurocentrica-le-donne-ombra-etiopi-e-la-lotta-antifascista-in-africa/
________________________________________
A - I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici
Per, gli, sugli anarchici
Send news reports to A-infos-it mailing list
A-infos-it@ainfos.ca
Subscribe/Unsubscribe https://ainfos.ca/mailman/listinfo/a-infos-it
Archive http://ainfos.ca/it
- Prev by Date:
(it) Italy, Sicilia Libertaria #469 - Sguardi sul mondo - SPAGNA. Libere le "Seis de La Suiza". Il sindacalismo non è un crimine (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
- Next by Date:
(it) France, UCL AL: Comunicato stampa dell'UCL: Presunzione di legittima difesa (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
A-Infos Information Center