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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #15-26 - Senza denari, senza calzari. Nuovo decreto lavoro: meno soldi in busta paga e rischio disoccupazione (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 14 Jul 2026 08:07:21 +0300
Il governo è prigioniero della sua stessa propaganda e trova soluzioni
che aggravano il problema anziché risolverlo. ---- Il nuovo decreto
varato dal governo Meloni contiene alcuni provvedimenti riguardanti
l'occupazione, la trasparenza retributiva e il contrasto al lavoro
sommerso nelle piattaforme digitali. ---- Nella premessa del decreto, il
governo sostiene di voler "favorire le pari opportunità nel mercato del
lavoro" e "incrementare l'occupazione giovanile stabile". A questo
proposito sono introdotti tre nuove riduzioni degli oneri contributivi
collegati ad assunzioni a tempo indeterminato, oltre a misure per il
cosiddetto salario giusto e volte al contrasto del caporalato nei
confronti dei lavoratori dipendenti dalle piattaforme digitali.
Gli articoli 1, 2 e 3 del decreto prevedono ciascuno un particolare
sgravio contributivo a favore dei datori di lavoro che, nel periodo dal
1° gennaio al 31 dicembre 2026, assumono donne, giovani al di sotto dei
35 anni di età e disoccupati con oltre 35 anni di età nella Zona
Economica Speciale (ZES) unica del Mezzogiorno. Il tutto a condizione
che si tratti di posti di lavoro a tempo indeterminato e che i soggetti
per cui si riceve lo sgravio siano disoccupati da oltre 24 mesi (12 per
le categorie svantaggiate). L'esonero è previsto fino al 100% dei
contributi, con tetti che variano da 500 a 800 euro mensili.
Alla fine della fiera, queste misure porteranno ad una diminuzione
dell'occupazione e dei salari. Gli sgravi contributivi intervengono
infatti direttamente sul salario, e precisamente su quella parte di
salario che viene chiamato salario differito, un risparmio forzoso con
cui i lavoratori accantonano le somme destinate a fornire loro un
reddito una volta usciti dal processo produttivo e collocati in
pensione, oppure per le assenze temporanee legate a malattie, maternità
e così via, o infine a risarcire i danni subiti a causa di infortuni sul
lavoro o malattie professionali.
Se parte del salario viene pagato dallo stato, vuol dire che il processo
produttivo che impiega queste persone non è capace di garantire loro un
reddito. Il provvedimento varato dal governo, nella sua miseria e
contraddittorietà, ci dice qualcosa di molto chiaro sul modo di
produzione capitalistico: che questo modo di produzione può sopravvivere
solo riducendo di molto il prezzo della capacità lavorativa, perché
questo è il salario, al di sotto del suo valore, cioè al di sotto del
valore dei beni e servizi necessari a ricostituire la capacità
lavorativa consumata nel processo lavorativo. Le lavoratrici e i
lavoratori possono essere occupati solo se parte del loro salario è
coperta dalla pubblica carità. È una condanna che vale più di tutti i
proclami di sindacati e partiti che si richiamano al movimento operaio,
perché viene dal nemico di classe. Una volta definito il "salario
giusto", così come viene fatto in un'altra parte del decreto, il governo
non può fare a meno di riconoscere che questo "salario giusto", per
miserabile che sia, non è compatibile con l'accumulazione capitalistica!
Queste misure sono inoltre incapaci di aumentare l'occupazione.
Un'impresa calcola i suoi bisogni occupazionali in modo indipendente
dagli sgravi del governo: l'aumento degli occupati è possibile solo a
fronte di una prospettiva di aumento della produzione, su cui gli
incentivi contributivi possono fare ben poco, tenuto conto che il costo
del personale rappresenta una piccola parte dei costi di un'impresa.
Alla fine, gli sgravi contributivi porteranno solo a scegliere i nuovi
occupati fra le categorie che beneficiano degli incentivi, escludendo
chi appartiene ad altre categorie.
Anche nel caso in cui una nuova impresa decidesse di aprire un'attività
sfruttando gli incentivi, magari aprendo un'altra sede nella Zona
Economica Speciale che riguarda il Mezzogiorno, e occupasse nuovo
personale, quest'azienda potrebbe beneficiare di un vantaggio
competitivo dato dagli incentivi rispetto alle altre e quindi la nuova
occupazione avrebbe come conseguenza la diminuzione dell'occupazione
nelle aziende concorrenti.
Che cosa accadrà poi dei lavoratori una volta finiti gli sgravi
contributivi? Con la fine degli incentivi finirebbe anche il vantaggio
competitivo dell'azienda e il capitalista potrebbe o chiudere
semplicemente l'azienda divenuta improduttiva, oppure chiedere sacrifici
ai dipendenti per mantenere la competitività. È facile immaginarsi il
risultato di questo ricatto.
In un solo caso le misure varate dal governo potrebbero avere un effetto
benefico sull'occupazione e sull'economia: se fossero legate a precise
scelte di politica industriale, tendenti a rendere il Paese indipendente
da importazioni particolarmente onerose, come i pannelli solari o le
batterie. Ma simili scelte di politica economica si scontrano con le
scelte ideologiche del governo a favore delle fonti fossili di energia e
del nucleare.
Nel Capo II del decreto, il governo si arroga il compito di definire che
cos'è il "salario giusto", travisando la stessa lettera della Costituzione.
Secondo la Costituzione il giusto salario deve essere proporzionale alla
quantità/qualità del lavoro e, in ogni caso, sufficiente a garantire
un'esistenza libera e dignitosa. Che cosa significa un'esistenza libera
e dignitosa è dato dallo sviluppo generale della società: la fame è
fame, ma una cosa è saziarla mangiando cibi crudi con le mani, altra
cosa mangiando con coltello e forchetta cibi cotti. L'esperienza di
questi anni ha dimostrato che la contrattazione collettiva, anche quella
condotta dai sindacati "più rappresentativi assai", è ormai incapace di
assicurare alla grande massa dei lavoratori il tenore di vita
conquistato con le lotte dell'ormai lontanissimo autunno caldo. Facendo
quindi riferimento alla contrattazione collettiva nazionale, il decreto
aggira la Costituzione, impedendo alla magistratura del lavoro di
verificare la capacità dei contratti collettivi nazionali di adempiere
al dettato costituzionale.
Esiste un criterio diverso? Sì, esiste il paniere usato per l'indice dei
prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. Basterebbe fare
riferimento a quell'indice per avere assicurato almeno il mantenimento
del tenore di vita.
Gli effetti del decreto quindi si traducono, in prima battuta, in una
legittimazione della diminuzione della capacità d'acquisto delle
retribuzioni dei lavoratori dipendenti. Ma in seconda battuta il decreto
ha un ulteriore effetto sulla rappresentanza, costringendo i sindacati
maggiormente rappresentativi a firmare contratti al ribasso per
mantenere il riconoscimento della rappresentanza. Uno dei criteri della
rappresentanza è la firma dei contratti collettivi: se non firmi
contratti non sei rappresentativo. Questa norma è stata usata contro i
sindacati di base e conflittuali, ma ora si ritorce anche contro uno dei
sindacati considerati tradizionalmente rappresentativi, la CGIL. Ad
esempio nel settore della scuola: il sindacato di categoria della CGIL
non ha firmato l'ultimo CCNL e si trova ora escluso dai diritti legati
alla rappresentatività in quel settore, vittima di quei meccanismi che
per anni aveva usato contro i sindacati di base.
In pratica, il salario giusto è quello stabilito dal contratto firmato
dal sindacato rappresentativo, però qual è il sindacato rappresentativo
lo decidono i datori di lavoro, firmando o meno i contratti a loro
convenienza, e quindi riconoscendo i diritti sindacali alle
organizzazioni più condiscendenti.
Il decreto interviene anche sui rinnovi contrattuali. L'articolo 10
stabilisce che, in caso di mancato rinnovo del contratto a 12 mesi della
scadenza, le retribuzioni siano adeguate di una percentuale pari al 30%
dell'indice IPCA, a titolo di anticipazione forfettaria.
L'IPCA è l'indice dei prezzi al consumo, che è previsto pari all'1,90%
nel 2026 e al 2,00 nel 2027 e nel 2028. Se la norma fosse stata
applicata nel 2026, gli incrementi in busta paga sarebbero stati pari
allo 0,57%, nel 2026, e allo 0,60% nel 2027 e nel 2028. Da una ricerca
su internet appare che oggi l'indennità di vacanza contrattuale si
aggira attorno allo 0,80%; anche in questo caso ci troviamo di fronte ad
un peggioramento introdotto dal nuovo decreto e ad un ulteriore furto a
danno dei lavoratori.
L'unico provvedimento "favorevole" ai lavoratori contenuto nel decreto è
quello relativo al caporalato digitale. Ma non è farina del sacco di
Meloni o Calderone, si tratta dell'adeguamento ad una norma europea.
Questo decreto quindi sancisce una serie di misure a favore dei
capitalisti e a tutto danno della classe lavoratrice. Oggi, di fronte
alla miserevole condizione degli occupati e dei disoccupati, il governo
fa finta di intromettersi nelle relazioni tra classe padronale e classe
lavoratrice; facendo ciò tenta di rallentare la crescita del movimento
operaio, e di impedire, con qualche ingannevole riforma, che la lotta
consenta alle classi sfruttate di prendere con le proprie mani tutto
quello che spetta loro, cioè il benessere di cui godono le classi
privilegiate.
Come sosteneva Malatesta, quando il governo si fa regolatore e garante
dei diritti e dei doveri, ha cura di qualificare come reato e di punire
ogni atto che minacci i privilegi dei governanti e dei proprietari,
dichiarando giusto e legale il più atroce sfruttamento delle persone.
Smascheriamo le manovre del Governo, diamo centralità alle lotte dal basso.
Tiziano Antonelli
https://umanitanova.org/senza-denari-senza-calzari-nuovo-decreto-lavoro-meno-soldi-in-busta-paga-e-rischio-disoccupazione/
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