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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #16-26 - Ma se Giordano Bruno fosse campato. Opporsi alla restaurazione tradizionalista. Liberare il pensiero critico (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 22 Jun 2026 07:52:44 +0300
Il significato storico della vicenda di Giordano Bruno può essere
compreso solo all'interno delle vicende storiche e sociali dell'Europa a
cavallo tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. ---- Si tratta di
un periodo in cui le tendenze alla trasformazione sociale erano
tutt'altro che sopite, anche in Italia. Era una situazione in cui si
erano sviluppate le condizioni materiali per la trasformazione sociale,
rendendo più acuto lo scontro fra oppressori e oppressi. Alla fine del
XVI secolo nella maggior parte d'Europa la lotta che coinvolse borghesi,
contadini, nobili, clero, monarchi assoluti non finì con la vittoria
delle forze rivoluzionarie, ma con la rovina comune delle classi in lotta.
L'incapacità della rivoluzione di affermarsi portò ad una situazione di
imputridimento sociale. La controrivoluzione, che assunse le forme della
Controriforma, riuscì ad avere il sopravvento e la devastazione sociale
fu enorme. L'Italia alla fine del Cinquecento era ancora un paese
all'avanguardia in Europa, sia dal punto di vista economico che
culturale, anche se era ormai ai margini delle grandi correnti
commerciali che stavano prendendo la via degli oceani e abbandonavano il
Mediterraneo. Proprio in quel periodo, nonostante il tentativo di
mantenere vive le industrie e e i traffici che avevano reso prospera
l'Italia, comincia un periodo di decadenza che andrà sempre più
accelerando sotto il dominio spagnolo.
La Spagna stessa vede spopolarsi le proprie campagne e le proprie città,
in seguito alla politica militarista e imperialista dei primi ministri
che si succedettero in quegli anni. Ci troviamo di fronte ad una
restaurazione neofeudale che ripristina il predominio della nobiltà,
dell'aristocrazia di spada, e che trasforma i contadini ancora una volta
in servi della gleba. Questo succede ad Est e ad Ovest: succede appunto
nella Spagna, ma succede anche in Polonia, in Germania e così via. Si
tratta di un enorme fenomeno controrivoluzionario che distrugge le basi
materiali delle classi rivoluzionarie.
Alla fine del XVI secolo le grandi monarchie europee, la Spagna degli
Asburgo, la Francia di Enrico VI e l'Inghilterra di Elisabetta, a cui
succederà nel 1601 Giacomo I, raggiungono tra loro una pace che durerà
fino all'inizio della guerra dei Trent'anni e oltre. Le monarchie sono
accomunate dal convincimento che esista un "bien commun des couronnes"
un bene comune delle corone, come scriverà un ministro del re di Francia
all'ambasciatore a Londra. E quale può essere questo bene comune, se non
la paura di nuove crisi rivoluzionarie?
La Spagna è protagonista della politica controrivoluzionaria, che
continuerà anche dopo aver perso il rango di grande potenza, ma anche la
Francia ha subito una bruciante esperienza dalle guerre di religione,
mentre il re d'Inghilterra deve ormai fare i conti con i puritani e la
stessa ricca borghesia olandese deve guardarsi dal radicalismo popolano
dei calvinisti più intransigenti.
Uno dei segni più evidenti del carattere controrivoluzionario di questo
"pacifismo" dei monarchi assoluti è dato dal riavvicinamento tra corone
e aristocrazie. Gli stati nazionali si erano formati attraverso la lotta
contro la nobiltà feudale; in questa lotta i monarchi assoluti si erano
appoggiati sui ceti artigiani e finanziari delle città e sui contadini
delle campagne. Alla fine del Cinquecento, al contrario, la scena
politica è dominata dal riavvicinamento tra corone ed aristocrazie, che
giunge talvolta ad una vera e propria capitolazione dello Stato assoluto
di fronte alla casta nobiliare. Questa anacronistica restaurazione
neofeudale si accompagna sul piano internazionale al pacifismo aulico, e
su quello religioso alla reazione anticalvinista, su cui convergono sia
le forze suscitate dalla Controriforma cattolica, come le ali
conservatrici, anglicane e luterane, della Riforma protestante. Bisogna
tener presente che i contrasti di classe, nel clima culturale
dell'epoca, assumono la forma di contrasti religiosi.
L'ondata neofeudale è massima nelle aree dove si afferma la
Controriforma, come l'Italia, la Spagna, la Polonia, le Fiandre
meridionali; è visibile, anche se attenuata nei suoi effetti, nei paesi
di cattolicesimo regalista o protestantesimo conservatore, come la
Francia, la Germania, la Scandinavia; diminuisce in Inghilterra, dove
questa tendenza si scontra con l'energica resistenza dei puritani,
diminuisce ancora, fino quasi a scomparire, nei paesi calvinisti, come
le Fiandre settentrionali: le Province Unite.
La restaurazione domina nelle campagne, dove la nobiltà terriera
beneficia dell'aumento del valore delle terre causato dall'inflazione e
impone, con l'appoggio dell'autorità statale, il ripristino delle
servitù reali, che alla fine del Medioevo le città libere o le monarchie
assolute avevano abolito o trasformato in rendite in denaro. La
proprietà della terra, nell'immaginario neofeudale, è il simbolo del
dominio di casta dell'aristocrazia: ecco quindi che i fondi si coprono
di maggioraschi e di fidecommessi, destinati ad impedire le divisioni
ereditarie dei patrimoni, per trasmetterli intatti al primogenito.
Questa nobiltà tratta il lavoro come cosa degradante, vede nel risparmio
e nella cura attenta dei propri affari un indice di avarizia e grettezza
d'animo, mentre considera la prodezza nelle armi la più ammirabile delle
virtù e l'ozio fastoso come ideale di vita del gentiluomo. Ecco perché
l'aristocrazia fastosa e irresponsabile del Seicento si trova a corto di
denaro nonostante tutto il suo grano e le sue terre e deve darsi da fare
per procurarselo. La nobiltà cerca allora il denaro altrui, cioè il
denaro di tutti quelli che lavorano e pagano le imposte. L'arrembaggio
al pubblico erario è il nocciolo della restaurazione neofeudale: la
pacificazione reciproca tra monarchie assolute e aristocrazie non è
altro che un gigantesco compromesso per divorarsi, d'amore e d'accordo,
i sudori della gente comune, dei contadini in primo luogo.
Tutto ciò ha una sola, brutale, conclusione: la morte. La popolazione
europea, cresciuta rapidamente fino al cadere del secolo XVI, arresterà
la sua crescita nei primi anni del Seicento e poi comincerà a
precipitare. E quando si legge che tante città italiane, spagnole o
tedesche perdono fino alla metà o tre quarti della popolazione, non si
può pensare ad altro che ad una lunga fila di cadaveri: cadaveri di
gente morta di fame nelle carestie, cadaveri di appestati, cadaveri di
accoltellati e di giustiziati, cadaveri di soldati lasciati a marcire
sui campi di battaglia, cadaveri di figli del popolo, morenti come le
cavallette ai piedi dei palazzi fastosi o delle cattedrali rilucenti d'oro.
L'Italia, nel tardo Cinquecento, è impegnata in un interminabile
combattimento di retroguardia. È lo sforzo di un paese che non vuole
morire, contro un complesso di fattori che lo trascinano verso la
decadenza. Finanza genovese o medicea, commercio dei grani, industria
veneziana o seta lombarda segnano la persistenza di una vitalità
economica della penisola. Ma è una vitalità legata a filo doppio alla
produzione di lusso per le corti e gli aristocratici, oppure funzionale
a finanziare le avventure militari della Spagna: con la decadenza
dell'aristocrazia e le ripetute bancarotte dello stato spagnolo questa
vitalità verrà meno senza trovare altri sbocchi, perché l'Italia è
tagliata fuori dalle grandi rotte oceaniche, dai mercati asiatici e
dall'accesso alle materie prime baltiche. Gli stati regionali, il ducato
di Savoia, le repubbliche di Genova, Venezia e Lucca, il granducato di
Toscana, lo Stato pontificio, rafforzatisi all'ombra dei domini
spagnoli, non hanno nessun futuro.
Anche sul piano intellettuale, l'Italia della fine del Cinquecento
continua ad alimentare la cultura europea: grandi pontefici additanti
alle masse i simboli dell'universalismo cattolico, missionari gesuiti
sciamanti dalla Francia al Giappone e dalla Svezia alla Cina, tormentati
seguaci del radicalismo del Socini, filosofi naturalisti, precursori dei
fondatori della scienza moderna, come Bernardo Telesio, Tommaso
Campanella o Giordano Bruno.
Pensatori intrepidi che affrontano con coraggio il carcere o, come
Giordano Bruno, il rogo per mano dell'Inquisizione.
L'adagiarsi in un conformismo accidioso è il destino della cultura
italiana, specchio fedele della sottomissione della stessa attività
economica capitalistica alla restaurazione neofeudale e della
sottomissione degli Stati italiani alla supremazia asburgica. Il rogo di
Giordano Bruno illumina la decadenza dell'Italia.
È la rovina comune delle classi in lotta, menzionata prima.
La paura della rivoluzione contadina e delle plebi cittadine ha ispirato
la reazione neofeudale del Seicento.
Ancora oggi, la paura della rivoluzione proletaria è la protagonista,
mai menzionata, della scena politica di tutti gli stati. L'esaurimento
degli istinti animali del capitalismo spinge le classi dominanti ad una
sempre più spudorata politica di rapina delle risorse naturali e della
capacità lavorativa, mascherata da emergenze artefatte o comunque
risolvibili con un radicale cambiamento del paradigma economico e
l'eliminazione di apparati statali sempre più elefantiaci ed inutili. La
restaurazione finanziaria ed immobiliare è l'ancora di salvezza di un
sistema soffocato dalle sue contraddizioni; ma questa restaurazione ha
le sue ricadute con l'aumento della miseria, della fame, della
disoccupazione, ed alla miseria economica si accompagna la miseria
intellettuale, che esclude masse sempre più vaste dalla cultura e dalla
conoscenza, trasformate in aride fonti di guadagno.
Ancora oggi la messa al bando del pensiero critico si accompagna alla
persecuzione verso chi di questo pensiero critico è portatore. Come la
stagnazione economica che si prefigura per la società capitalistica
riproduce la stagnazione del Seicento, così l'attuale repressione del
dissenso, che assume anche forme violente, richiama il rogo di Giordano
Bruno e di tante altre ed altri meno noti.
La restaurazione giudaico-cristiana dell'Occidente si accompagna, nella
fase attuale, alla restaurazione confuciana in Cina e all'ascesa al
potere di forze politiche integraliste musulmane o indù negli altri
stati dell'Asia.
La restaurazione crollerà, prima o poi, sotto il suo stesso peso; ma con
quante morti, con quanti sacrifici per le persone e per l'ambiente
dipenderà dal tempo che lasceremo passare prima di porre fine al suo
dominio. Intanto il nostro compito è collegare pensiero critico e
modelli sociali alternativi, per creare, rafforzare ed allargare gli
elementi della nuova società.
Il sacrificio di Giordano Bruno ci insegna che la critica della
religione non può essere lasciata all'evoluzione spontanea della
coscienza sociale, ma deve diventare un'arma di attacco contro il
principale puntello ideologico della restaurazione.
Tiziano Antonelli
https://umanitanova.org/ma-se-giordano-bruno-fosse-campato-opporsi-alla-restaurazione-tradizionalista-liberare-il-pensiero-critico/
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