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(it) Italy, FDCA, Cantiere #43 - I negazionisti del cambiamento climatico - Carmine Valente (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Fri, 10 Apr 2026 08:56:06 +0300


«Gli sviluppi dell'umanità si intrecciano nel modo più stretto con la natura circostante. Un'armonia segreta si stabilisce tra la terra e i popoli che essa nutre; quando le società sconsiderate si permettono di manomettere ciò che determina la bellezza del loro territorio, finiscono sempre col pentirsene. Là dove il suolo è stato deturpato, là dove ogni poesia è scomparsa dal paesaggio, ivi si è estinta l'immaginazione, la mente s'è impoverita e la routine e il servilismo si sono impadroniti dell'anima inducendola al torpore e alla morte. Tra le principali cause della decadenza di tante civiltà successive, bisognerebbe mettere al primo posto la brutale violenza con cui gran parte delle nazioni hanno trattato la Terra nutrice».[1]
Il geografo e anarchico Élisée Reclus nel saggio del 1866 Du sentiment de la nature dans les sociétés modernes, ripreso nel testo sopracitato, già ci dava esempio di quel "sentimento della natura" che caratterizzerà tutta la produzione geografica della sua opera matura. Da attento osservatore del territorio e dei paesaggi che lo circondavano e che nel suo lavoro di geografo aveva osservato in giro per il pianeta, non gli sfuggiva l'opera di distruzione che l'uomo operava sia nell'agricoltura, sia nella nascente industrializzazione. Le riflessioni di Reclus si basano essenzialmente sulle sue osservazioni empiriche, ma la scienza ancor prima aveva individuato alcuni meccanismi che dimostravano come l'azione umana incideva sul clima e di conseguenza sul territorio.
Già ai primi dell'Ottocento - nel 1822 per l'esattezza - Jean Baptiste Joseph Fourier (1768-1830) fu il primo a parlare di "effetto serra" e pur non prevedendo le conseguenze sugli equilibri del clima, ipotizzò che l'energia proveniente dal Sole, riflessa verso il cielo dalle superfici degli oceani, fosse intrappolata dal vapore d'acqua e dagli altri gas dell'atmosfera del nostro pianeta.
Fu Eunice Newton Foote, in un'epoca in cui le donne erano spesso escluse dal mondo accademico e scientifico, ad aprire la strada alla moderna scienza del clima.
Foote è stata la prima scienziata ad aver sperimentato l'effetto del riscaldamento della luce solare su diversi gas e ha teorizzato che la modifica della proporzione di anidride carbonica nell'atmosfera ne avrebbe modificato la temperatura. Espose questa ricerca nel suo articolo Circostanze che influenzano il calore dei raggi del sole alla conferenza dell'American Association for the Advancement of Science del 1856 dove a presentare la ricerca fu il professor Joseph Henry, dello Smithsonian Institution, dal momento che le norme sociali del tempo impedivano alle donne di presentare documenti di fronte all'associazione. Joseph Henry, a conferma del mutamento dei tempi anche in relazione al problema dei diritti, introdusse i risultati della ricerca affermando: «La scienza non è di nessun Paese e di nessun sesso. La sfera della donna abbraccia non solo il bello e l'utile, ma il vero».[2]
L'importanza della scoperta di Eunice Newton Foote risiede nel fatto che, già nel XIX secolo, una scienziata aveva identificato il ruolo cruciale della CO2 nel riscaldamento dell'atmosfera. Questa intuizione è alla base della scienza del clima contemporanea e delle nostre attuali preoccupazioni per il cambiamento climatico.
La scoperta di Foote venne successivamente confermata, sempre nel corso del XIX secolo, dall'irlandese John Tyndall e dagli svedesi Svante Arrhenius e Nils Ekholm.
John Tyndall è considerato il "padre" della scienza del clima e ha scoperto e spiegato l'effetto serra, dimostrando che i gas nell'atmosfera, come l'anidride carbonica e il vapore acqueo, assorbono la radiazione infrarossa (calore). Le sue scoperte del 1859 hanno aperto la strada alle ricerche successive, in particolare a quelle di Svante Arrhenius, che nel 1896 sviluppò un modello per calcolare l'impatto della CO2 sulle temperature globali.
Oggi il consenso scientifico rimane quasi unanime: oltre il 99% degli scienziati concorda sul fatto che il riscaldamento globale sia causato dall'attività umana.[3]
Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere
Questo proverbio che affonda la propria origine nel Vangelo di Giovanni sintetizza in modo assai efficace la posizione dei personaggi di potere che negano, contro tutte le evidenze scientifiche, la crisi climatica come conseguenza del riscaldamento globale.
Dopo 170 anni da quando Eunice Newton Foote fece dei semplici esperimenti con delle fiaschette e con la luce del sole, dimostrando che l'anidride carbonica intrappolava più calore della normale atmosfera, assistiamo a dichiarazioni deliranti da parte di chi ha nelle proprie mani il destino dell'umanità.
Durante il suo intervento all'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York nel settembre 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilasciato una serie di affermazioni riguardanti il cambiamento climatico. Di fronte a circa 190 rappresentanti di Paesi di tutto il mondo, Trump ha definito il riscaldamento globale come «la più grande truffa mai perpetrata nel mondo».
Precedentemente, nel 2012, twittò che i cinesi hanno inventato «il concetto di riscaldamento globale» perché credevano che avrebbe danneggiato in qualche maniera l'industria USA. Alla fine del 2015 chiamò una «bufala» il riscaldamento globale.[4]
Nonostante la cialtroneria evidente di queste affermazioni, la campagna contro qualsiasi approccio green è arrivata al punto di coniare l'espressione "clean, beautiful coal" (carbone pulito e bello) facendolo diventare un marchio di fabbrica della sua retorica politica per promuovere l'industria mineraria americana, sostenendo che le nuove tecnologie avrebbero reso il carbone una fonte di energia ecologica. A fronte di tale arroganza e ignoranza, è esemplare la risposta di Rob Jackson, climatologo dell'università di Stanford. «Il carbone uccide milioni di persone ogni anno. Il presidente americano può raccontare che il carbone sia pulito, ma ci sono persone - madri, padri, figli e figlie - che moriranno per questa bugia».
La conclusione naturale di queste farneticazioni è arrivata il 20 gennaio 2025, quando il presidente americano Donald Trump ha firmato una serie di ordini esecutivi che prevedono il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.
Il presidente degli USA, in questa campagna negazionista, è in buona compagnia: leader populisti e imprenditori miliardari gli fanno eco, dall'Europa di Orban e Salvini, all'America Latina di Milei in Argentina e Bolsonaro, ora fuori gioco, in Brasile, con il sostegno di imprenditori che cavalcano il negazionismo climatico per la protezione degli asset industriali legati ai combustibili fossili.
Le conseguenze dei cambiamenti climatici
A ottobre del 2025, prima della COP30, irrompe nel dibattito Bill Gates, raccogliendo così il plauso di Trump: «Abbiamo appena vinto la guerra contro la bufala del cambiamento climatico. Bill Gates ha finalmente ammesso di essersi completamente sbagliato sulla questione - e aggiunge - Ci è voluto coraggio per farlo, e per questo gli siamo tutti grati».
Ma cosa ha detto Bill Gates di così importante?
Il fondatore di Microsoft ha affermato che il cambiamento climatico, sebbene comporti conseguenze serie «non porterà alla fine dell'umanità». Gates ha aggiunto che, sebbene il cambiamento climatico avrà conseguenze «gravi[,]le persone potranno vivere e prosperare nella maggior parte dei luoghi della Terra nel prossimo futuro». E ha quindi affermato che affrontare le malattie e la povertà a livello globale aiuterebbe invece a preparare le popolazioni vulnerabili a un clima in evoluzione, piuttosto che diffondere allarmi di catastrofe globale.[5]
Il modo di affrontare i cambiamenti climatici di Bill Gates rispecchia la visione delle élite economiche e finanziarie che governano il mondo e delineano un percorso che in qualche misura già oggi si sta realizzando. L'armageddon, l'apocalisse finale, che molti catastrofisti del clima prospettano, in realtà non è dietro l'angolo: come tanti processi sarà accompagnato da uno stillicidio di piccoli e grandi disastri, e in questi anni in tanta parte del mondo già lo verifichiamo. Quello che è certo sarà il diverso impatto che i cambiamenti climatici avranno sui territori.
Là dove la povertà è il tratto costitutivo delle comunità, le forze naturali - le acque, mari e fiumi; il vento; il caldo - distruggeranno paesaggi, spazzeranno via abitazioni e luoghi di produzione, cancelleranno culture; là dove si concentra la ricchezza, si faranno barriere, si costruirà sull'acqua, si depurerà l'aria, si guarderà allo spazio pensando la colonizzazione di altri ipotetici pianeti. Una fiducia cieca nelle possibilità tecnologiche che nel breve periodo sembra e sembrerà sufficiente a contrastare i disastri ecologici, accompagnata da un radicato egoismo di classe che prova a nascondere i segni evidenti di un processo che rapidamente si avvicina al punto di non ritorno.
Nel cuore pulsante del capitale, nelle city finanziarie di Londra, New York, Singapore, Parigi, Milano, quello che accade a Niscemi, e alle tante Niscemi nel mondo, è poco più di un incidente di percorso, il frutto fatale e naturale delle intemperie. Tutto ciò, non incidendo sui meccanismi di sfruttamento e di accumulazione, non arresterà il processo; le contraddizioni ambientali aumenteranno e le conseguenze sempre più saranno trasversali, attraversando continenti, territori e città, coinvolgendo ceti e classi sociali.
Prospettive di lotta anticapitalista
In molti, nel dibattito politico a sinistra, sostengono che le questioni dell'ecologia, così come quelle della pace, non sono adatte a creare forti forze anticapitaliste, limite che sta proprio nella loro stessa universalità che non consente di farle costituire come forze sociali non avendo una propria definita identità sociale. Un punto di vista che se assunto in maniera schematica non coglie il mutamento della realtà - ovvero l'accelerazione delle contraddizioni climatiche - e le nuove soggettività militanti che tali contraddizioni hanno generato e alle quali non sono estranee pratiche radicali di protesta e forme di organizzazione orizzontali e sostanzialmente libertarie.
Forse parlare di "proletariato ambientale" come fa il filosofo ambientalista giapponese Kohei Saito citando autori anglosassoni[6]può apparire eccessivo, ma indubbiamente l'intreccio tra difesa dell'ambiente, contrasto alla guerra e lotta economica rappresentano il terreno ideale per la costruzione di un vasto e radicato movimento che concretamente potrà contrastare la folle corsa verso scenari di guerra sempre più ampi e devastanti e contro il disastro ambientale che trova nella guerra un elemento di forte accelerazione.
Note
[1]Élisée Reclus, Natura e società: Scritti di geografia sovversiva, Elèuthera, Milano, 1999, p. 175.
[2]Kyla Mandel, This woman fundamentally changed climate science - and you've probably never heard of her, «ThinkProgress», 18/05/2018. (https://archive.thinkprogress.org/female-climate-scientist-eunice-foote-finally-honored-for-her-contributions-162-years-later-21b3cf08c70b).
[3]Consenso scientifico, «Focal Point IPCC per l'Italia», (https://ipccitalia.cmcc.it/consenso-scientifico).
[4]Anthony Zurcher, Does Trump still think it's all a hoax?, «BBC», 02/06/2017, (https://www.bbc.com/news/world-us-canada-40128034).
[5]Bill Gates: "Il cambiamento climatico non ci farà estinguere", «Prometeo 360», 29/10/2025, (https://prometeo.adnkronos.com/green-economy/bill-gates-cambiamento-climatico-non-fara-estinguere-umanita-strategia-green-premium).
[6]John Bellamy Foster, Brett Clark, Richard York, The Ecological Rift: Capitalism's War on the Earth, Monthly Review Press, New York, NY (US), 2010.

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