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(it) Italy, FDCA, Cantiere #42 - Per una storia del Movimento Comunista Libertario in Italia - A.G. (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 7 Apr 2026 08:51:42 +0300
Il capitale è un processo storicamente molto dinamico, che ha sempre
posto il cambiamento alla base della sua sopravvivenza e della sua
evoluzione, trascinando con sé contraddizioni enormi. La produzione si è
progressivamente internazionalizzata fondendo le capacità produttive
manuali e intellettuali di oltre 3,5 miliardi di salariate e salariati,
che producono ricchezza sociale la quale, anziché essere redistribuita
con criteri di equità al fine di sanare gli squilibri più gravi, viene
concentrata in pochissime mani private: è da questa insanabile
contraddizione storica che ha avuto origine e continua a replicarsi
"tutto il male del mondo". Questa consapevolezza, verificata nel corso
del conflitto di classe, ha costituito anche in Italia la base portante
di ogni successivo sviluppo e di ogni realizzazione ascrivibile al
comunismo anarchico e caratterizza quindi anche la fase che stiamo
analizzando, che inizia alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso,
con la rinascita dei gruppi comunisti anarchici e comunisti libertari
(d'ora in avanti GCL), intendendo in questa fase specifica il comunismo
libertario quale sinonimo di comunismo anarchico.
Il secondo dopoguerra vede un movimento anarchico ricostituito dopo il
ventennio fascista ma profondamente provato dalle sconfitte subite che
ne hanno acuito i limiti e i ritardi: le alterne vicende della
rivoluzione russa fino al consolidarsi dello stalinismo nei partiti
comunisti facenti riferimento alla III Internazionale; le sconfitte dei
tentativi rivoluzionari nel primo dopoguerra; l'ascesa del fascismo e
del nazismo in Europa, unitamente alla sconfitta subita nella guerra e
nella rivoluzione in Spagna, acuiscono la crisi che libera le divergenze
maturate sul piano delle risposte politiche e organizzative.
Le nuove energie, soprattutto giovanili e di classe provenienti dalla
resistenza al fascismo, alla quale gli anarchici hanno partecipato
significativamente, non riescono a invertire la crisi di prospettive che
rende confusa e incerta l'azione politica e sociale.
Ma le eredi e gli eredi di quello che fu un prestigioso movimento
rivoluzionario non intendono comunque arrestarsi anche se le divergenze
interne che sorgono, e il conflitto sociale e di classe che inizia a
manifestarsi alla fine degli anni Sessanta, colgono il movimento
anarchico italiano in una condizione di crisi irrisolta in materia di
teoria, di strategia, di tattica e di prassi organizzativa. Le reazioni
a questo stato di cose sarebbero state molteplici: tra queste, quella
ascrivibile ai GCL, fuori ma anche all'interno della Federazione
Anarchica Italiana (FAI), fondata nel settembre del 1945. Se è vero che
fin dalla fine degli anni Sessanta i GCL iniziano a muoversi con
decisione verso l'ambizioso obiettivo di costruire in Italia
un'Organizzazione Politica comunista anarchica (OP), è anche vero che i
medesimi gruppi non riescono ad assumere criticamente le esperienze
politiche e organizzative a loro più affini.
L'esperienza dei Gruppi Anarchici d'Azione Proletaria (GAAP, 1949-57),
per altro vicina in ordine di tempo e che aveva raccolto alcuni fermenti
presenti anche nella FAI, non viene infatti contestualizzata e
sottoposta alla necessaria critica, ma schematicamente riproposta nei
contenuti di riferimento. Al riguardo è il caso di ricordare che la
dispersione delle fonti e delle risorse militanti e l'epilogo della
vicenda dei GAAP, rifluiti nel leninismo, nella socialdemocrazia e nella
dispersione, non avrebbero di certo aiutato. Ciò finì per costituire
un'eredità ingombrante e di difficile riproposizione, anche in
considerazione delle polemiche che da questa scaturirono all'interno del
movimento anarchico italiano. D'altronde la dispersione riguardò
soprattutto l'elaborazione politica che fu in larga misura
consapevolmente rimossa: un'omissione, questa, che non consentì ai GCL
di rielaborare, valorizzare e riproporre criticamente quei "punti fermi"
distintivi, che in teoria, strategia e in materia di organizzazione
politica avevano caratterizzato in particolare l'esperienza dei GAAP.
Anche i GCL individuano nella discontinuità organizzativa
caratterizzante l'anarchismo nel corso della sua storia una delle cause
della sua crisi: riscoprono e ripropongono un Bakunin materialista e
comunista, un Carlo Cafiero e un Pietro Gori che si muovono nella stessa
direzione con Luigi Fabbri ed Errico Malatesta solo per citare alcuni
teorici, tutti riconsiderati in senso classista nell'accezione
qualificativa del termine, per rilanciare in teoria e soprattutto nella
realtà sociale il processo di costruzione dell'Organizzazione Politica
dei comunisti anarchici. Uno sforzo considerevole che vede la
pubblicazione di numerose dispense relative alla storia del movimento
operaio e dell'anarchismo, ma anche di elaborazioni compiute sulle
caratteristiche della fase economica e politica in atto, sull'intervento
sindacale, nei movimenti di massa, nel territorio, su tematiche come la
sanità e sul ruolo della scuola, presupposti assunti per un'azione
organizzata nella realtà sociale che esprime anche concreti tentativi di
coordinamento a livello nazionale.
Ma, nonostante questo sforzo, i GCL iniziano il loro percorso politico e
organizzativo partendo da un'esperienza inevitabilmente limitata proprio
per la giovane età anagrafica delle sue componenti militanti, le quali -
prive di memoria storica - avrebbero faticato non poco per recuperare e
assumere criticamente le esperienze e le elaborazioni precedenti, per
acquisirle e trasformarle poi in una proposta politica organica
realmente praticabile.
L'assenza di memoria storica dovuta alla dispersione e all'omissione dei
presupposti materialisti e comunisti dell'anarchismo, sommata alla già
accennata discontinuità organizzativa caratterizzante l'anarchismo
medesimo fin dalla I Internazionale, influì negativamente anche
sull'assunzione dei contenuti di un altro riferimento per così dire
storico: la Piattaforma di Arsinov (dal nome del suo probabile estensore
materiale, il russo Petr Arsinov, 1887-1937?), per come nacque (1926),
per come si sviluppò e, soprattutto, per il suo orientamento decisamente
classista e per i contenuti politici e organizzativi che la distinsero.
La Piattaforma di Arsinov è una delle parentesi più rimosse e meno
studiate della storia del movimento anarchico, e questo non solo per la
sua ridotta dimensione quantitativa ma, soprattutto, per l'aspro
dibattito che ne seguì e che vide scendere in campo, nell'infuriare
delle polemiche, i maggiori esponenti del movimento anarchico
internazionale dell'epoca. Il tentativo intrapreso dagli anarchici russi
e ucraini esuli a Parigi (tra cui lo stesso Arsinov, Nestor Makhno, Ida
Mett e altri) che nel 1926 aveva dato luogo alla Piattaforma, unitamente
a quello intrapreso dai GAAP in Italia un quarto di secolo dopo, non
propose un ripetitivo e nostalgico ritorno ai dettami della Prima
Internazionale, ma costituì un vero e proprio processo di revisione
della dottrina, nella consapevolezza della grave condizione di crisi
dell'anarchismo, per una sua rinnovata affermazione nella realtà sociale
in fasi inedite dello sviluppo capitalistico.
Non è questa la sede per attardarsi in ricostruzioni storiche relative
alla vicenda della Piattaforma, ma è importante rilevare che in Italia i
GCL recuperano proprio da questa alcuni contenuti politici e
organizzativi che diverranno distintivi, quali l'unitarietà
dell'organizzazione in teoria e strategia, l'omogeneità tattica e la
responsabilità collettiva, riproponendoli però in un percorso
decontestualizzato, analogo a quello intrapreso nell'assunzione dei
contenuti politici e organizzativi della più vicina esperienza dei GAAP.
Anche nel caso della Piattaforma mancò quindi un bilancio critico di
un'esperienza che lacerò il movimento anarchico internazionale: assieme
alle indicazioni costruttive della Piattaforma i GCL non colsero i suoi
punti di caduta, limitandosi a riproporre enunciati organizzativi che
finivano inevitabilmente per assumere ruoli efficientistici e
autoreferenziali. Un limite questo chiaramente individuato dai GAAP che
cercarono invece di "risolvere" con una elaborazione appropriata e
documentata (ricordiamo tra le altre elaborazioni: Resistenzialismo
piano di sconfitta; Piccola enciclopedia Anarchica; le Letture di
Bakunin e Malatesta; i numerosi articoli pubblicati su «Umanità Nova»,
«Volontà», «L'Impulso», «Il Libertario»), di ricollocare la propria
proposta politica e organizzativa nella fase storica nella quale ci si
trovava a intervenire.
Queste acquisizioni e considerazioni, sia pure con qualche eccezione,
non costituirono un riferimento condiviso e collettivo per i GCL,
rimanendo al massimo patrimonio dei singoli gruppi e quindi ai margini
dell'elaborazione politica complessiva, e si risolsero nell'assumere
semplicisticamente gli aspetti più funzionali e immediatamente
adattabili al percorso organizzativo che si intendeva intraprendere. Il
Convegno Nazionale Lavoratori Anarchici (CNLA) tenutosi nell'agosto del
1973 a Bologna, accuratamente preparato da alcuni gruppi interni e
esterni alla FAI (i gruppi liguri della OAL in primo luogo), segna il
punto alto della presenza qualitativa e quantitativa misurabile in
termini di elaborazione politica dei GCL. Il convegno vedrà l'adesione
preventiva di cinquantasei gruppi, dei quali circa venti aderenti alla
FAI (anche se poi il documento finale fu sottoscritto da trenta gruppi
per varie assenze al convegno o per dissenso sui contenuti), e una
partecipazione stimabile intorno alle duecento presenze, in larga parte
giovani lavoratrici e lavoratori, che definiranno il rapporto da tenersi
con l'Organizzazione di Massa (OdM), intendendo con questo termine il
sindacato nella sua più ampia accezione. I gruppi aderenti al CNLA
riportano nelle varie realtà territoriali le indicazioni del Convegno:
il riconoscimento del rapporto tra OP e OdM, rapporto che con qualche
artificio lessicale viene definito "dialettico", conduce all'indicazione
della presenza negli organismi di base del sindacato ed è assunto e
perseguito con una sostanziale omogeneità. Questa prassi costituisce un
indubbio progresso rispetto a quella perseguita in altri ambiti del
movimento anarchico, laddove le scelte congressuali, o comunque
collettive, non sono vincolanti: le indicazioni del CNLA sono invece
elaborate collettivamente e assunte come strategia e tattica
dell'intervento sindacale, nonostante alcune divergenze limitate, però,
solo ad alcuni gruppi.
L'urto con la FAI sarà inevitabile, e il successivo XI congresso della
Federazione tenutosi a Carrara nel dicembre del 1973 sancisce la
definitiva rottura con il percorso intrapreso dai gruppi aderenti al
CNLA. Nel suo prosieguo il CNLA non eguaglierà più i risultati
quantitativi e qualitativi raggiunti a Bologna, configurandosi per
quello che in realtà era, e cioè un coordinamento di gruppi comunisti
anarchici e comunisti libertari tra i quali iniziavano a maturare alcune
divergenze sui modi e sui tempi di costruzione dell'OP, e si
caratterizzerà da subito non tanto come l'embrione dell'OdM, così come
alcune sue componenti interne ritenevano, peraltro con approssimazione,
ma come l'ambito nel quale viene a essere definita la strategia e la
tattica dell'intervento sindacale e nel territorio, qualificandosi
quindi come ambito specificatamente politico.
Il raggiungimento di un certo traguardo unitario non riesce però a
contrastare un altro limite emergente, già precedentemente evidenziato e
che va complicandosi: i gruppi in questione nascono come aggregazioni
territoriali più o meno radicate, estese e omogenee, che però non
superano, almeno nella fase della loro massima espansione, la dimensione
regionale (gruppi pugliesi, marchigiani, toscani, emiliani, liguri) o
locale (Milano, Roma, Napoli, Perugia, ecc.). Così il confronto che
consegue tra queste entità organizzate inizia, si sviluppa e perdura
come confronto tra realtà precostituite.
I GCL non si concepiscono quindi come processo di crescita di un insieme
militante che intende divenire tendenzialmente omogeneo in teoria,
strategia, tattica e prassi organizzativa, ma come un coordinamento di
gruppi organizzati sorti in realtà tra loro disomogenee che, in quanto
tali, si confrontano con un'oggettiva difficoltà. È questa un'altra
differenza con gli orientamenti della Piattaforma che si poneva come
entità militante il cui coordinamento organico avrebbe costituito una OP
della quale i gruppi erano l'articolazione territoriale e non,
viceversa, la premessa del processo di aggregazione organizzativa. I GCL
tendono invece a raggiungere l'omogeneità teorica, strategica e
organizzativa proprio come singole entità già organizzate: ne consegue
che il confronto imbastito è tra gruppi; che i processi unitari che si
intende perseguire caratterizzano i gruppi; che in questi processi
l'elemento trainante è inevitabilmente costituito dai gruppi
maggiormente rappresentativi, con tutte le rigidità del caso e in un
contesto localistico mai realmente superato.
Inoltre, particolare questo non irrilevante, l'esperienza complessiva
dei GCL si pone in alternativa alla FAI rispondendo all'ostracismo di
questa con una logica di contrapposizione in analogia con l'intera
esperienza della Piattaforma, quando era necessaria una interlocuzione
profonda e non solo formale proprio in considerazione degli sforzi
compiuti dalla FAI medesima sul piano organizzativo nella vicenda che,
nel 1965, aveva condotto al "Patto associativo" e alla frattura con le
tendenze anti-organizzatrici rappresentate dai Gruppi di Iniziativa
Anarchica (GIA): la fase era cambiata e il movimento anarchico italiano
e internazionale era mutato dai tempi della Piattaforma, ammesso e non
concesso che la logica della contrapposizione sia stata, anche in quel
caso, opportuna.
Tutti questi eventi furono invece insufficientemente valutati dai GCL a
ulteriore riprova che l'assenza di memoria storica scoraggia la
valutazione critica e induce a replicare schematicamente comportamenti
mutuati dalle precedenti esperienze di riferimento che,
decontestualizzate, inducono all'errore. Inizia quindi a verificarsi un
arretramento sia rispetto alla vicenda dei GAAP che a quella della
Piattaforma, quando quest'ultime esperienze intesero recuperare,
restaurare e riproporre la concezione bakuniniana della "minoranza
agente" e del "dualismo organizzativo", in una dimensione duale nel
rapporto tra Organizzazione di Massa e Organizzazione Politica,
declinata in una prassi organizzativa e militante. Il percorso
intrapreso risulterà quindi complessivamente fragile, sia per le
difficoltà della fase e per il mancato radicamento nella realtà sociale,
sia perché i GCL non riescono a omogeneizzarsi in forma compiuta
superando la limitata condizione del coordinamento tra gruppi,
caratterizzato da tratti di autoreferenzialità e settarismo in quanto,
obiettivamente, il problema consisteva nell'individuare quale entità
territoriale dovesse gestire i processi di unificazione, senza alcun
progresso rispetto al limite dei gruppi di affinità, laddove l'entità
organizzata più forte e attiva finisce per esercitare un condizionamento
rispetto a tutte le altre.
Ne conseguirà una elaborazione squilibrata, incapace cioè di sviluppare
un'opportuna gestione delle risorse (intellettuali, militanti,
materiali, economiche...) che, in quanto ridotte, non consentirà di
investirle in base alle priorità dettate dalla fase in atto in un
percorso di crescita collettiva, che resterà patrimonio non di un
tessuto militante ma dei singoli gruppi, parte dei quali si
disperderanno. Nonostante tutti questi limiti i GCL operano comunque una
proficua e quanto mai opportuna riproposizione dell'anarchismo comunista
e di classe, con la ripresa dell'intervento nel sociale, specialmente
sul piano sindacale, studentesco e nei territori; si cimentano
nell'elaborazione storica e politica dando luogo a interessanti processi
di crescita qualitativa e quantitativa, sia pure limitati ad alcune aree
geografiche. In quegli anni i GCL riscoprono e ripropongono la tematica
organizzativa, stimolando al riguardo anche il dibattito interno e
esterno alla FAI; dimostrano che è realmente perseguibile e praticabile
un anarchismo comunista, saldamente legato alla lotta di classe, colta
nelle sue trasformazioni nell'ambito delle dinamiche imperialistiche in
atto; individuano la necessità di un intervento politico organizzato
nella realtà sociale, che ponga l'anarchismo come un'entità attiva e
visibile, caratterizzata da una elaborazione politica autonoma tale da
poter essere spesa a livello di massa, favorendo il processo di
costruzione dell'OP. Sia pure con innumerevoli contraddizioni i GCL
evolvono comunque verso un anarchismo anticapitalistico,
antimperialistico, internazionalista, disponibile a chiari processi di
aggiornamento, agevolando così quel recupero critico delle più
qualificate esperienze storiche del movimento proletario e anarchico,
nel tentativo di opporre alla discontinuità e alla deriva organizzativa
il rilancio del concetto bakuniniano di minoranza agente e di dualismo
organizzativo, che caratterizzerà i successivi percorsi del comunismo
anarchico e del comunismo libertario in Italia.
La fine degli anni Settanta del Novecento vede maturare la sconfitta
dell'intera opposizione sociale e di classe: si accresce la competizione
imperialistica e il capitale si riorganizza su scala mondiale in quel
processo che sarebbe poi passato alla storia come globalizzazione
neoliberista, ricollegandosi così agli scenari attuali. La crisi che
sorprenderà l'intera sinistra extraparlamentare, nel quadro del
ripiegamento del movimento del 1977, che anticipa la grande
ristrutturazione capitalistica dei successivi anni Ottanta con la
sconfitta del movimento sindacale di fronte ai cancelli della FIAT
(1980) e la disgregazione sociale e politica che ne seguì, coinvolgerà
inevitabilmente anche i GCL, la cui consistenza si ridimensionerà
alquanto, riuscendo comunque dopo varie vicissitudini a organizzarsi a
livello nazionale, nel 1985, nella Federazione dei Comunisti Anarchici.
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