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(it) Italy, Sicilia Libertaria #457 - LA MANCATA INSURREZIONE SICILIANA DEL 1° MAGGIO 1891 Parte Prima (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 3 Apr 2025 09:05:09 +0300
Il libro di Davide Turcato, Il metodo anarchico, ha riaperto il "caso"
della mancata insurrezione anarchica prevista per il 1° maggio del 1891.
Turcato concentra la sua attenzione sui fatti di piazza Santa Croce in
Gerusalemme a Roma e sull'atteggiamento favorevole ai moti di piazza che
Malatesta avrebbe nutrito in quei giorni. ---- Moti in realtà, o più
sovente preparativi insurrezionali malamente abortiti, se ne contarono
sia a Roma e Firenze - dove il 1° maggio furono arrestate diverse
centinaia di militanti anarchici - che in molte altre località d'Italia.
Ma l'insurrezione generalizzata, prevista su tutto il territorio
nazionale e persino all'estero, non ebbe luogo. E nonostante chi, come
Eugenio Pellaco e Pietro Gori, v'intravide un'iniziale «splendida
affermazione dell'anarchia» (nell'intento scoperto di sopire le
arroventate polemiche successive), essi servirono perlopiù da pretesto
al governo per scompaginare le deboli strutture del partito anarchico
nato a Capolago nel gennaio precedente.
Oltre che nel Lazio e in Toscana, i principali conati organizzativi del
nuovo partito si manifestarono in Romagna, a Napoli e in Sicilia, dove
la repressione statale si scatenò in anticipo sui tempi, tra la fine
marzo e l'inizio aprile. Gli anarchici romagnoli delle varie tendenze
avevano cominciato a raggrupparsi in federazione eleggendo a proprio
centro federale la città di Forlì. In Sicilia e a Napoli, fin dalla
primavera del 1890, il lavorìo organizzativo era stato avviato da
Merlino, che vi aveva effettuato due viaggi clandestini, da Paolo
Schicchi che sbarcava a Catania il 2 gennaio 1891 e da un folto numero
di militanti sorti come funghi e che nelle principali città dell'Isola
erano raccordati dall'opera instancabile di un ferroviere anarchico,
Emmanuele Gulì.
Su mandato del Giudice Istruttore di Forlì, proteso a criminalizzare la
federazione romagnola, venne effettuata anche in Sicilia, a partire dal
25 marzo, e poi a Napoli, il 10 e il 17 aprile 1891, una serie di
arresti e perquisizioni per reato di «cospirazione tendente a mutare
violentemente la costituzione dello Stato e la forma del Governo».
Furono sequestrate numerose carte e corrispondenze, presso Amilcare
Cipriani e i principali esponenti dell'anarchismo meridionale, che
servirono a corroborare quanto, grazie ad alcuni infiltrati nei gangli
del movimento, era già a conoscenza della polizia riguardo al progetto
insurrezionale. I rinvenimenti, e le soffiate di Leopoldo Cristina - tra
i fondatori del gruppo anarchico catanese -, consentirono ad esempio
all'autorità giudiziaria della città etnea di aprire un filone
d'indagini parallelo a quello romagnolo, che coinvolse, oltre ai ben
noti Cipriani, Merlino, Malatesta, Nabruzzi, Paoletti, Manzoni di Rimini
e De Felice Giuffrida, ben 45 anarchici delle province di Catania,
Palermo, Messina, Agrigento, Caltanissetta e Trapani. L'inchiesta si
concluse peraltro sei mesi dopo, per tutti gli imputati (a Catania,
mediante sentenza della Camera di Consiglio, il 3 agosto 1891), con un
non luogo a procedere per insufficienza d'indizi, dato il rifiuto
opposto dai singoli questori di rivelare all'autorità giudiziaria le
proprie fonti informative.
In questi mesi gli anarchici delle regioni coinvolte si videro
perseguitati e controllati a vista dalla polizia, a tal punto che il
movimento anarchico sembrò rianimarsi in Romagna, dove aveva la maggiore
consistenza, solo alla fine di giugno, per la presenza - segnalata a più
riprese - di Errico Malatesta, mentre in Sicilia fini col disintegrarsi
per l'aspro contrasto tra gli «antiprimomaggisti» (che contestavano la
rivoluzione a data fissa e la disciplina di partito) e i
«primomaggisti», declinazione della più nota contrapposizione tra la
«libera iniziativa» (o antiorganizzazione) e l'organizzazione strutturata.
Il rapporto dell'ispettore capo di P.S., cav. Dal Fabbro, facente
funzione di questore a Catania, stilato a caldo nello stesso giorno in
cui procedeva alle prime perquisizioni -, ci informa sulla consistenza
del progetto insurrezionale siciliano. In alcuni passi essenziali,
verificati in altre fonti di epoca contemporanea e successiva, si legge
che «sui primordi dell'anno 1890 non esisteva ancora in Catania alcun
gruppo anarchico. Ma poiché, in primavera, comparve qui a far propaganda
il noto Merlino Francesco Saverio, raccomandato a Giuseppe De Felice
Giuffrida, egli reclutò al partito i giovanetti Leopoldo Cristina,
Giuseppe Giuffrida Monaco e Barnaba Giordano in Catania, come a
Caltanissetta tirò a sé l'impiegato ferroviario Gulì Emanuele: e costoro
fin d'allora si diedero a lavorare per la Rivoluzione Sociale». Tra le
carte Crispi pubblicate da Palamenghi nel 1924 spiccano alcuni rapporti,
frutto di delazioni all'interno dei gruppi anarchici romani, che
riferiscono del "lavoro" a cui, nell'agosto 1890, «Merlino attende,
d'accordo col Malatesta, e pel quale raccomanda agli anarchici anche di
Roma di affrettare il loro ordinamento». Quel "lavoro" consisteva nel
propugnare «un tentativo di insurrezione dei solfatai di Sicilia, cui
dovrebbero rispondere alcune province del Continente». E difatti,
continua Dal Fabbro, «Gulì Emanuele valendosi delle sue parentele di
Palermo e delle facilitazioni che aveva nei viaggio quale impiegato
ferroviario e pagatore nei varii paesi dell'Isola, diffondeva
specialmente fra i zolfatari le idee rivoluzionarie sospingendoli, anche
con pubbliche arringhe, agli scioperi e alla guerra contro i
padroni[...]La sua attività poi crebbe assai in seguito al Congresso
Anarchico di Capolago (4, 5 e 6 gennaio 1891) e alla formazione della
Commissione organizzatrice del Congresso Socialista italiano, costituita
da Malatesta Enrico, Cipriani Amilcare e Paoletti Enrico, nonché in
seguito alla pubblicazione del relativo Manifesto compilato da Francesco
Saverio Merlino allo scopo di promuovere una seria agitazione con vie di
fatto pel 1° Maggio 1891, ricorrendo anche alla rivolta nelle varie
parti del Regno».
Quindi, la nascita del partito anarchico a Capolago non precede il
progetto insurrezionale, che in Sicilia è già abbozzato, ma lo segue e
lo asseconda, per coordinarlo e replicarlo a livello nazionale. «In quel
tempo medesimo - prosegue Dal Fabbro - il Gulì trattava per una venuta
di Amilcare Cipriani in Sicilia, cui assicurava che qui tutti i
solfatari sono con esso Gulì pronti alla rivoluzione sociale.
Attendendosi poi tale venuta eccitava egli i socii a coordinarsi con lui
per farsi trovar pronti quando fosse qui Cipriani, e raccoglievali in
segrete conferenze[per accenderli]all'opera criminosa leggendo tra altro
una lettera, pare del pastaio Gallo Giuseppe da Girgenti, ove diceasi
che il personale delle solfare è tutto con loro e che tanti altri sono
con essi di accordo e sospirano il giorno 1° Maggio per fare la
Rivoluzione Sociale».
Dall'aprile del 1889, a seguito della morte di un picconiere e per
l'incipiente crisi del settore, le agitazioni degli zolfatai (la
principale classe "industriale" in Sicilia, forte di oltre 30.000
addetti) avevano conosciuto un crescendo di scioperi, tumulti e scontri
con la forza pubblica, in tutto il bacino minerario posto tra le
province di Agrigento e Caltanissetta, culminato in veri episodi
insurrezionali a Sommatino il 10 giugno, a Favara il 24 giugno e a
Montedoro il 7 luglio 1890. Nel marzo 1891 l'agitazione si era riaccesa
soprattutto nella miniera Apaforte di Serradifalco, alla Grottacalda di
Piazza Armerina, alla Tallarita di Riesi, alla Cozzo Disi di
Casteltermini e alla Canicassé di Caltanissetta, in queste ultime due
certamente ad opera di anarchici e socialisti rivoluzionari.
Il 5 marzo Gulì partì da Catania, in permesso per motivi di famiglia,
alla volta di Palermo. In realtà, «a Palermo Gulì dovea recarsi anche
per prendere parte ad una riunione di anarchici di ogni paese
dell'isola. Questa ebbe poi luogo il dì 11 corrente in una sacristia
conceduta all'uopo dal custode. Furono 40 circa gli intervenuti, fra i
quali oltre al Gulì, Gallo Giuseppe pastaio di Girgenti e Noè Giovanni
da Messina, proprietario del giornale il Riscatto. In siffatta riunione
si deliberò che fino al 10 aprile tutti si preparassero, dal 10 al 20
stessero aspettando se insorgesse qualche altra parte d'Italia, e in
contrario caso la Sicilia prendesse col 1.° Maggio la iniziativa. E si
stabilì che il movimento si farebbe unendosi cento capi dalle diverse
parti dell'isola bene armati in Grotte, e di là passerebbero a Canicattì
per sollevare i solfatai e disarmare quella compagnia di soldati, nonché
i Carabinieri di Recalmuto, dopo di che dividendosi in squadre si
getterebbero per Caldare a Palermo e dall'altra parte a Girgenti, mentre
altri soci sommoverebbero la popolazione nelle diverse città». Di questa
«riunione plenaria», che rimase sconosciuta al confidente principe della
questura di Palermo, Salvatore Zappulla, sono pervenute varie notizie e
aneddoti, in epoche diverse, come quello raccontato da Paolo Schicchi,
che vi prese parte, sul «Vespro dei Gladiatori» nel 1950: emerse una
proposta, respinta all'unanimità con sdegno, di ricercare un
abboccamento, al fine di sopperire alla carenza di mezzi finanziari,
nientemeno con l'ex regina Maria Sofia di Borbone!
In alcune lettere sequestrategli all'epoca e in altri scritti oggi
depositati presso l'archivio federale svizzero, a Berna, Schicchi
conferma l'intensa attività di proselitismo svolta in quei giorni tra i
minatori dell'interno dell'Isola in vista della prevista insurrezione,
il cui schema (concentramento a Grotte, presa della stazione di Caldare,
nodo ferroviario nevralgico nei pressi di Aragona, e assalto, divisi in
"squadre", alle città di Palermo e di Agrigento) si ricollega ad
avvenimenti del passato rivoluzionario siciliano, specialmente alla
rivolta palermitana del «sette e mezzo» (16-22 settembre 1866) ma anche
al moto repubblicano di Grotte dell'8 febbraio 1868.
Alla direttrice principale dell'insurrezione, si sarebbero accompagnate
delle sollevazioni armate nelle principali città dell'Isola. Non
conosciamo nei particolari quanto si fosse stabilito per Messina,
Trapani e Marsala. Per Catania, dove Cipriani cementerà un accordo con
De Felice Giuffrida, si pensò d'invadere i paesi del circondario,
sguarniti di forze di polizia, inscenando una «passeggiata operaia»,
impadronendosi dei treni della Circumetnea, a Piano della Tavola o a
Valcorrente, per piombare in un secondo momento su Catania e rinverdire
così l'epopea della presa garibaldina della città.
A Palermo, invece, fin dal 6 aprile il questore mostrava d'essere
perfettamente al corrente dei contatti in corso degli anarchici «con
tutti quelli dei vari partiti che esercitano maggiore influenza sulle
masse, e specialmente con moltissimi di coloro che ebbero una parte
importante nella insurrezione del 1866[...]Prendevano nota di costoro,
non che degli uomini sui quali ognuno di essi, nel momento dell'azione,
farebbe sicuro assegnamento». Assicurava addirittura che «da alcuni
malevoli che sogliono profittare dell'occasione, per come fecero al 1860
e al 1866, si stiano costruendo cartucce e raccogliendo munizioni».
Il 18 marzo, di sera, giungeva in Sicilia Amilcare Cipriani, il
«colonnello della Comune» ovvero colui che, come specificava Dal Fabbro,
«fra la bassa gente alcuni chiamano il Secondo Garibaldi».
Natale Musarra
https://www.sicilialibertaria.it/
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