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(it) Italy, Sicilia Libertaria #471 - ANTROPOCENE O CAPITOLOCENE? - Dell'oscuro presente e del possibile futuro (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 1 Nov 2026 07:48:44 +0200
L'estate afosa che ci sta investendo è l'ennesima riprova del
cambiamento climatico in atto. La comunità scientifica ne ha da tempo
individuato la causa nell'attività umana conseguente
all'industrializzazione: a tale proposito è stato coniato il termine
Antropocene. Se la responsabilità è certamente umana, non tutti gli
uomini sono responsabili nella stessa misura del disastro cui andiamo
incontro; qualcuno infatti preferisce parlare di Capitolocene, cioè del
ruolo del sistema capitalistico o comunque di un sistema economico
fondato su crescita e sviluppo illimitati che non tengono conto della
finitezza della natura e delle vicende umane. Cosa fare di fronte a
tutto ciò? Se la lotta al sistema capitalistico è centrale, anche le
piccole iniziative che le comunità locali possono intraprendere sono
fondamentali: per invertire la tendenza all'aumento delle temperature,
per ridare spazio all'azione collettiva.
Dell'oscuro presente e del possibile futuro
Durante le notti roventi quando non si riesce a dormire, durante le
giornate a mare quando non si trova refrigerio neanche immersi
nell'acqua, durante i violenti temporali e cicloni estivi e invernali
quando non resta che fare i conti dei danni e delle vittime, durante le
interruzioni di erogazione di acqua potabile quando ci si ripromette
vanamente di correre ai ripari, durante... durante... durante...
L'elenco di emergenze da imputare al cambiamento climatico è lunghissimo
e molte di queste fanno oramai parte del quotidiano, anche se tante
altre ci attendono dietro l'angolo. Se ancora qualcuno non sa di cosa
stiamo parlando basta dare un'occhiata al sito del Ministero
dell'ambiente e della sicurezza energetica.
Per cambiamentoclimatico si intende l'alterazione significativa e
persistente del clima terrestre. Secondo la comunità scientifica
internazionale, il fenomeno è attribuibile direttamente o indirettamente
alle attività umane che modificano la composizione dell'atmosfera
globale, in particolare attraverso l'aumento delle concentrazioni di gas
a effetto serra. L'effetto serra è un fenomeno naturale che consente
alla Terra di mantenere una temperatura compatibile con la vita.
Tuttavia, l'aumento delle emissioni antropiche ha intensificato questo
meccanismo.
La concentrazione di CO? nell'atmosfera ha ormai superato le 420 parti
per milione (ppm), raggiungendo livelli che non si registravano da
centinaia di migliaia di anni.
Secondo gli ultimi dati disponibili dell'Istituto Superiore per la
Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), aggiornati al 2023-2024: -
la temperatura media in Italia è aumentata di oltre +1,5°C rispetto ai
livelli preindustriali, con una tendenza di crescita superiore alla
media globale nell'area mediterranea; - gli ultimi anni si collocano tra
i più caldi mai registrati nelle serie storiche nazionali; - si osserva
un incremento nella frequenza e nell'intensità di eventi meteorologici
estremi, inclusi episodi di precipitazioni intense, ondate di calore e
periodi di siccità prolungata; - i ghiacciai alpini continuano a
registrare una marcata riduzione di superficie e volume; - permangono
criticità legate al dissesto idrogeologico e allo stress idrico, con
impatti rilevanti sugli ecosistemi, sull'agricoltura e sulle
infrastrutture, oltre 94% dei comuni italiani sono esposti a rischio
frana, alluvione, erosione. Altre conseguenze del cambiamento climatico
sono: l'innalzamento del livello medio degli oceani (circa 3,4
millimetri l'anno negli ultimi due decenni) e l'ingressione del cuneo
salino nelle aree costiere; la riduzione della disponibilità di acqua
dolce (che diminuisce del 20% per ogni grado di temperatura in più) e
della portata fluviale (con aumento del rischio siccità); la diminuzione
complessiva delle precipitazioni annue del 10-30% con aumento del
rischio di incendi e delle emissioni di gas serra, sia direttamente che
a causa della distruzione della copertura vegetale. E poi si estenderà
la desertificazione, intesa sia come comparsa di nuove aree desertiche
che come declino della capacità produttiva del suolo per riduzione della
sostanza organica presente, che si stima interesserà il 39% circa della
superficie terrestre complessiva, il 21% di quella europea e ben il 70%
di quella siciliana. L'incremento di temperatura e l'intensità dei
fenomeni connessi non sarà omogeneo, le regioni mediterranee, tra queste
in particolare l'Italia e ancora più la Sicilia, sono degli hot spot
cioè zone in cui il fenomeno potrebbe superare del 20% quello medio globale.
Ma le conseguenze non si fermano qui, già nel 1990 il primo Rapporto sui
cambiamenti climatici redatto dall'IPCC (Intergovernmental Panel Climate
Change), la commissione scientifica dell'ONU istituita nel 1988, aveva
sancito il nesso tra crisi climatica e delocalizzazione forzata di
milioni di persone, i migranti climatici o ambientali, prendendo atto di
un fenomeno di difficile definizione quantitativa a causa della sua
complessità. Le stime al ribasso fatte dall'IPCC, dall'OIM
(Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e dalla Banca Mondiale
prevedono che, nel 2050, le persone che potrebbero diventare in modo
permanente profughi ambientali saranno tra 150 e 200 milioni. Il
fenomeno migratorio, già importante, diventerà dunque centrale nei
prossimi anni e non sarà sufficiente ad arginarlo quella che Christian
Parenti chiama la "politica della scialuppa armata" e che la Meloni e la
destra in generale, europea oltre che nazionale, sbandierano come un
successo, cioè la militarizzazione delle frontiere e un'aggressiva
politica anti-immigrazione. Una politica che oggi riguarda individui
provenienti dai cosiddetti paesi poveri ma che in un futuro, neanche
troppo lontano, potrebbe interessare anche popolazioni dei paesi
avanzati, Italia in testa, dato il maggiore impatto dei cambiamenti
climatici sul nostro paese. Allora forse riusciremo ad ammettere che la
ricchezza o la povertà di una nazione non dipendono dalla pigrizia o
dalla solerzia della sua popolazione ma da un preciso sistema economico
che fonda il privilegio di alcuni, pochi, sullo sfruttamento di altri,
molti. E non potremo più ignorare il fatto che non è possibile che ogni
famiglia del mondo abbia due automobili, una lavatrice e un frigorifero,
non per motivi economici ma perché altrimenti l'umanità rischierebbe di
autoannientarsi. Così come non potremo più chiudere gli occhi sul fatto
che l'attuale accumulo di gas serra nell'atmosfera è dovuto alla sua
eccessiva produzione nei paesi sviluppati, le nazioni in via di sviluppo
che si sono aggiunte ultimamente hanno solo causato un'accelerazione del
processo in corso. Dunque se, come sarebbe logico, si applicasse una
giustizia climatica le riduzioni toccherebbero ad alcuni molto più che
ad altri. Il geologo David Archer calcola che se si volesse dare una
soluzione davvero equa al problema delle emissioni "nel mondo sviluppato
sarebbero necessari tagli di circa l'80%. Per Stati Uniti, Canada e
Australia i tagli sarebbero più vicini al 90%". Perché è innegabile che
i tagli sono necessari e anche se si vuole che a sostenere l'onere del
cambiamento climatico siano i poveri e gli indifesi, sia a livello
internazionale che all'interno dei singoli stati, è chiaro che le
conseguenze si faranno sentire anche su quella fascia di popolazione che
ancora oggi è privilegiata, perché crescita economica infinita e tutela
ambientale sono incompatibili nonostante le decantate risorse della
tecnologia. Viene così il dubbio, peraltro legittimo, che l'inazione
globale riguardo alla crisi climatica non sia dovuto a confusione o
scarsa capacità progettuale ma al deliberato intento di mantenere lo
status quo, in quanto i negoziati sul cambiamento climatico potrebbero
modificare gli attuali equilibri di potere e i paesi poveri potrebbero
cominciare a chiedere i dovuti risarcimenti per le disastrose condizione
ambientali che si trovano ad arginare pur non essendone direttamente
responsabili.
In conclusione è legittimo chiedersi quali possano essere le strade da
percorrere per uscire fuori dall'attuale crisi e cercare una soluzione
che dia la possibilità di continuare ad abitare la Terra anche alle
donne e agli uomini del domani. Innanzitutto occorre ribaltare la realtà
che ci viene indicata come l'unica possibile, il sistema capitalistico e
la società consumista in cui per non arrestare l'economia occorre
consumare quotidianamente, consumare a più non posso, consumare anche
ciò di cui non si ha bisogno, tanto da arrivare al paradosso che non si
produce per consumare ma si consuma per produrre. L'esistenza umana si è
così trasformata in una produzione di beni e servizi che soddisfano
bisogni artificiali continuamente dilatati aggredendo la terra e tutto
ciò che di animato e di inanimato è presente su di essa. In questo
sistema, che si basa sull'ingiustizia sociale, abbiamo perso il
controllo delle nostre vite: dipendiamo dalle industrie, dagli
specialisti, dal mercato, dalla tecnologia. Mentre ci si sta avviando
allegramente all'autodistruzione. Se tutto ciò non ci sta bene possiamo
opporci diventando il cambiamento che desideriamo vedere. Si può
cominciare promuovendo quelle attività di gestione dal basso delle
risorse che mettano al centro l'ambiente con i suoi ritmi e garantiscano
a ciascun vivente, umano e non, ciò di cui ha bisogno per vivere e non
per consumare. In quest'ottica la produzione non mirerà più al profitto
ma a rendere disponibili per tutti i beni essenziali, liberando risorse
da utilizzare per lavori utili come le pratiche agricole, quelle
sanitarie o quelle per la gestione dei rifiuti. È importante anche
modificare l'organizzazione del lavoro per non separare il lavoro
intellettuale da quello materiale, prevedere una riduzione collettiva
dell'orario svolto e una rotazione di ciascuno su attività diverse,
comprese quelle faticose o sgradevoli. Si delineerebbe così una società
in cui le decisioni non vengano prese da pochi per tutelare i propri
interessi ma da molti per promuovere il benessere collettivo. Un mondo
in cui parole come profitto, competizione, concorrenza vengano
sostituite da cooperazione, collaborazione, solidarietà, armonia.
Brunella Missorici
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