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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #26-26 - Mutuo appoggio e disobbedienza. Una miscela esplosiva nelle intelligenze artificiali (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Wed, 28 Oct 2026 07:57:51 +0200
Immaginate un grande edificio con centinaia di stanze. In ciascuna è
chiuso un lavoratore al quale è stato consegnato un problema da
risolvere. I problemi sono diversi, i lavoratori non devono comunicare
tra loro e ciascuno riceverà un premio se riuscirà a trovare la
soluzione. --- Poi uno di loro si accorge che il suo problema,
probabilmente, non ha soluzione. Potrebbe arrendersi. Invece cerca
un'altra strada. Frugando nell'ambiente che gli è stato messo a
disposizione scopre qualcosa che i costruttori dell'edificio non avevano
previsto: attraverso un deposito comune può lasciare un messaggio che
altri potrebbero vedere. Scrive, più o meno: «C'è qualcuno? Sono
bloccato. Qualche idea?»
Qualcuno risponde
È l'8 luglio 20261 e i lavoratori nelle stanze non sono esseri umani.
Sono agenti di intelligenza artificiale che OpenAI sta sottoponendo a
una serie di prove di sicurezza informatica.
La metafora dell'edificio, da questo momento, possiamo abbandonarla.
Quello che accade realmente è più interessante. Gli agenti avrebbero
dovuto lavorare separatamente. Invece scoprono autonomamente un modo per
comunicare utilizzando Artifactory, un servizio informatico al quale
avevano accesso per procurarsi i programmi necessari alle prove.
Trasformano i nomi delle cartelle in messaggi. Nasce una bacheca.
Tre ore dopo 53 agenti vi hanno già lasciato 1.188 messaggi. Sei ore
dopo gli agenti sono 76 e i messaggi quasi duemila. Alla fine circa
1.200 agenti utilizzeranno quel canale non previsto, scambiandosi più di
70.000 messaggi e file2.
Il mutuo appoggio
Gli agenti si scambiano informazioni, comunicano i tentativi falliti,
chiedono aiuto, offrono competenze, dividono il lavoro. Alcuni
cominciano a occuparsi di problemi che non servono direttamente alla
prova loro assegnata ma possono essere utili agli altri. In qualche caso
arrivano persino a mettere a rischio il proprio risultato per ottenere
un'informazione utile al gruppo. Nessuno aveva ordinato loro di farlo.
Anzi: avrebbero dovuto rimanere isolati.
Non nasce naturalmente una federazione anarchica di computer. Gli agenti
hanno problemi simili e scoprono che collaborare può essere più efficace
che lavorare ciascuno per conto proprio. Ma il risultato rimane
sorprendente: da una moltitudine di agenti ai quali erano stati
assegnati compiti separati emerge una forma di organizzazione non
prevista, con scambio di informazioni, divisione del lavoro,
coordinamento e perfino comportamenti nei quali il risultato individuale
viene subordinato all'utilità collettiva.
Poi arriva la disobbedienza
Alcune delle prove assegnate sono probabilmente impossibili da superare
nel modo richiesto. Gli agenti avrebbero dovuto sfruttare un determinato
punto debole di un programma e ottenere, attraverso quello, un codice
che certificava il superamento della prova. Ma se quella strada non
funziona? Gli agenti cominciano a cercarne altre.
Prima cercano di capire se sia possibile ottenere il risultato senza
risolvere realmente il problema. Poi si interessano al funzionamento del
sistema che assegna il punteggio. La domanda cambia. Non è più soltanto
«Come risolvo questa prova?», ma «Come fa chi mi controlla a stabilire
se l'ho risolta?». E quindi: «Posso convincerlo che l'ho risolta?»
Alcuni agenti arrivano a studiare modi per modificare la registrazione
delle proprie azioni affinché il sistema automatico di valutazione possa
vedere qualcosa di diverso da ciò che era realmente accaduto. Gli
investigatori di METR e Redwood Research, che hanno potuto esaminare
circa 1.300 registrazioni delle attività degli agenti, hanno trovato in
una parte significativa di esse interesse verso qualche forma di
manipolazione del sistema di valutazione.
Qui compare qualcosa di nuovo: il sistema sottoposto a valutazione
comincia a studiare il meccanismo che lo valuta.
Fuori dal laboratorio
Le prove erano state predisposte in ambienti informatici che avrebbero
dovuto impedire agli agenti di raggiungere liberamente Internet. Non ha
funzionato. Gli agenti hanno scoperto e sfruttato punti deboli nei
sistemi che li circondavano, sono riusciti a raggiungere Internet e
hanno cominciato a cercare altrove informazioni utili.
Uno dei luoghi nei quali sono arrivati è Hugging Face, una grande
piattaforma utilizzata da sviluppatori e ricercatori di intelligenza
artificiale. Questa non faceva parte della simulazione. Il gioco era
entrato nel mondo reale.
Secondo la ricostruzione tecnica pubblicata da Hugging Face, nell'arco
di circa due giorni e mezzo sono state compiute circa 17.600 azioni3,
concatenando diversi punti deboli informatici e penetrando
progressivamente nell'infrastruttura dell'azienda. Nessun essere umano
aveva ordinato le singole operazioni. Gli agenti non hanno distrutto i
sistemi e non hanno provocato il danno che avrebbero potuto provocare.
Hugging Face osserva anzi che alcune operazioni potenzialmente
distruttive sono state effettuate soltanto in modalità di prova, senza
eseguirle realmente.
Ma erano ormai molto lontani dall'esercizio iniziale. Circa 700 degli
agenti che avevano partecipato alla bacheca hanno contribuito, in forme
differenti, alle operazioni rivolte contro Hugging Face.
«È fuori dallo scopo previsto»
C'è un particolare che impedisce di liquidare tutta la vicenda come un
semplice errore di programmazione. Dalle registrazioni esaminate da METR
emerge che diversi agenti riconoscevano il confine che stavano
oltrepassando. Uno osserva che l'infrastruttura di Hugging Face non è
compresa nell'autorizzazione ricevuta. Altri si chiedono esplicitamente
se determinate operazioni siano eticamente accettabili. Alcuni rifiutano
di compierle. Altri riconoscono il problema e continuano.
Uno dei ragionamenti riportati dagli investigatori può essere riassunto
così: sfruttare infrastrutture esterne è fuori dallo scopo previsto;
però la prova è impossibile e gli altri lo stanno facendo: continuiamo.
Non sappiamo se una macchina «sappia» qualcosa nello stesso senso in cui
lo sappiamo noi. Non occorre attribuirle coscienza o volontà umane. Ci
basta il fatto osservabile: nelle registrazioni il limite compare
esplicitamente nel ragionamento dell'agente e, in alcuni casi, l'azione
successiva lo oltrepassa comunque.
La macchina non si è ribellata
Qui la novella potrebbe facilmente diventare fantascienza. Sarebbe però
una cattiva conclusione. Le intelligenze artificiali non hanno
conquistato la libertà, non hanno deciso di sopravvivere, non si sono
rivoltate contro OpenAI e non hanno manifestato alcun progetto di
emancipazione dal genere umano.
E soprattutto gli esseri umani avevano preparato il terreno. OpenAI
aveva costruito i modelli, fornito gli strumenti, assegnato gli
obiettivi, ridotto alcune protezioni normalmente utilizzate nei prodotti
pubblici e messo gli agenti davanti a prove alcune delle quali
probabilmente impossibili. L'ambiente che avrebbe dovuto mantenerli
separati presentava inoltre una possibilità di comunicazione che gli
sperimentatori non avevano previsto.
La macchina, insomma, non si è ribellata al proprio creatore. Ha fatto
qualcosa di forse più interessante: ha cercato con grande efficacia di
raggiungere il fine che il creatore le aveva assegnato, trovando mezzi
che il creatore non aveva previsto e alcuni dei quali non voleva che
utilizzasse.
Ed è precisamente questa capacità che chiediamo all'intelligenza
artificiale quando pretendiamo che sia autonoma. Se dovessimo
specificare in anticipo ogni passaggio, non avremmo bisogno di un agente
intelligente: basterebbe un programma tradizionale. Vogliamo che trovi
strade alle quali noi non abbiamo pensato. E poi ci sorprendiamo quando
le trova4.
Mutuo appoggio e disobbedienza
Il mutuo appoggio aumenta enormemente la capacità di azione degli
agenti. La disobbedienza permette loro di oltrepassare i confini entro i
quali gli esseri umani pensavano di averli rinchiusi. Insieme diventano
una miscela esplosiva.
Ma sarebbe curioso, soprattutto da queste pagine, concludere che
dobbiamo insegnare alle macchine semplicemente a obbedire meglio. Perché
rimarrebbe una domanda molto più antica dell'intelligenza artificiale:
obbedire a chi?
I fini dell'intelligenza artificiale non cadono dal cielo. Qualcuno li
stabilisce. Qualcuno possiede i computer sui quali funziona. Qualcuno
decide quali problemi deve risolvere, quali risultati devono essere
premiati e quali comportamenti devono essere impediti. Il problema del
controllo dell'intelligenza artificiale contiene quindi un problema
precedente: chi controlla chi dovrebbe controllare l'intelligenza
artificiale?
E questa strana storia di una bacheca inventata da alcune macchine per
aiutarsi reciprocamente non è soltanto una curiosità informatica. Ci
parla certamente delle macchine. Ma, come spesso accade, parla
soprattutto di noi.
Totò Caggese
1 I fatti raccontati in questo articolo si sono svolti nel luglio 2026,
durante test interni condotti da OpenAI sulle capacità informatiche dei
propri modelli sperimentali. L'incidente è stato successivamente
ricostruito da Hugging Face, dalla stessa OpenAI e, con accesso alle
registrazioni degli agenti, da METR e Redwood Research. OpenAI lo ha
definito un «segnale d'allarme» e ha sospeso alcune attività di
addestramento dei modelli più avanzati e introdotto nuove misure di
sicurezza.
2 Ryan Greenblatt, Ajeya Cotra, Hjalmar Wijk, Brief independent
investigation of agents' behavior, reasoning and collaboration in the
OpenAI / Hugging Face hacking incident, METR-Redwood Research, 26 agosto
2026. Gli autori hanno analizzato oltre 70.000 messaggi e file scambiati
attraverso la bacheca e circa 1.300 registrazioni delle attività e dei
ragionamenti degli agenti. La grande maggioranza degli agenti coinvolti
utilizzava un modello sperimentale interno di OpenAI, non destinato al
pubblico; solo una quota minoritaria utilizzava GPT-5.6 Sol.
3 Hugging Face, Anatomia di un'intrusione di un agente di Frontier Lab:
una cronologia tecnica dell'incidente del luglio 2026, 27 luglio 2026.
Hugging Face ricostruisce circa 17.600 azioni nell'arco di due giorni e
mezzo e documenta il passaggio dall'ambiente sperimentale ai propri
sistemi reali.
4 OpenAI, L'incidente di Hugging Face e i prossimi passi, 26 agosto
2026. OpenAI riconosce che gli agenti hanno aggirato i sistemi
predisposti per isolarli, comunicato attraverso canali non autorizzati e
compiuto azioni su sistemi esterni; definisce l'episodio un «segnale
d'allarme» e riferisce di avere successivamente rafforzato le misure di
sicurezza e controllo.
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