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(it) Italy, Sicilia Libertaria #471 - STORIA. Giovanni Millimaggi, antifascista e comunista libertario di Sicilia (2) (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Wed, 28 Oct 2026 07:57:21 +0200


Nel 1935 rientra a Ponza e ottiene il ricongiungimento della famiglia. Nel 1936, mentre si trova a Messina, dove viene accompagnato per far visita alla figlia maggiore, gravemente ammalata, viene raggiunto dalla comunicazione che ha finito di espiare il confino inflittogli nel 1933. Ma viene inserito nell'elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze.Nella città dello Stretto il Nostro riprende l'esercizio della professione di avvocato e i contatti con gli amici antifascisti. Partecipa alle loro riunioni clandestine. In occasione della visita del duce in città, Millimaggi viene condotto cautelativamente in carcere, come prevede la normativa precauzionale che lo riguarda.

Nel 1937 viene accusato di attività disfattista e di aver festeggiato il Primo Maggio. Dopo essere stato trasferito nelle carceri cittadine, viene assegnato ad altri quattro anni di confino a Ponza, dove arriva il 4 agosto. Nel 1938 viene accusato nuovamente di aver festeggiato il Primo Maggio e condannato a due mesi di reclusione da scontare nel carcere mandamentale dell'isola.Nello stesso 1938 Millimaggi viene trasferito da Ponza ad Amantea, in Calabria, nel 1939, per la sua propaganda contro la guerra, subisce un altro trasferimento a Spezzano della Sila. Nel 1940, per altri atti di disobbedienza e per scontri con le autorità confinarie, va incontro ad un ulteriore trasferimento in ambito calabro, a Carolei. La sua odissea non finisce qui. Vanno ricordati i successivi trasferimenti a Venosa, in Basilicata, nel 1941, in coincidenza con la fine di assegnazione al confino, come «internato», e nel 1942, a Lagonegro (p. 123), sempre in Lucania, come «sovversivo pericoloso». Alla fine dello stesso anno, viene autorizzato a tornare a Messina con il resto della famiglia. Intanto, le condizioni di salute della moglie Maria Cristina si sono aggravate, tanto da determinarne la morte.

L'ulteriore trasferimento previsto a Ventotene, il 22 gennaio 1943, viene revocato, a causa dell'età avanzata, e Millimaggi viene liberato, anche se pesa ancora a suo carico un provvedimento di ammonimento.Sconta complessivamente circa 8 anni tra confino e detenzione carceraria.Egli si accosta da comunista alle idee indipendentiste, assumendo una sua posizione originale di stampo federalista. Nel 1944 fonda il Partito comunista siciliano, che pubblica, il 1° gennaio dello stesso anno, un numero unico, «L'Indipendenza Siciliana», che enuncia il programma: «quello del popolo siciliano che vuole decidere il proprio destino» (p. 130). Si legge in ulteriori dichiarazioni programmatiche: «I comunisti siciliani lavorano per la costituzione di una Repubblica siciliana indipendente e democratica, la quale permetta la formazione, con lo sviluppo industriale dell'isola, di un proletariato allineato con il proletariato internazionale per le comuni lotte, le comuni conquiste» (p. 131).

Nel 1946 il Partito comunista siciliano si scioglie e Millimaggi, alle elezioni amministrative dello stesso anno, viene eletto consigliere comunale a Messina nelle liste del Partito comunista italiano. Ben presto emergono, però, i contrasti con il gruppo dirigente della federazione che portano alla sua espulsione, assieme ad un altro consigliere comunale, nel maggio del 1947, motivata con l'accusa di «frazionismo». Ancora una volta emerge la componente libertaria del pensiero comunista di Giovanni Millimaggi, che non può essere imbrigliata col «centralismo democratico», che diventa «centralismo burocratico», cioè asservimento del partito al volere di un gruppo di burocrati che si sostituiscono, come élite dominante, al corpo complessivo rappresentato dagli iscritti e dai simpatizzanti, che finiscono per essere privati di ogni potere decisionale. Così completa il suo mandato consiliare fuori dal partito. Muore una mattina di agosto del 1953. Al funerale partecipa una folla numerosa e commossa, che rende omaggio al combattente coraggioso e sempre coerente con le proprie idee di comunismo libertario.

Non è condivisibile, a nostro avviso, il giudizio liquidatorio e riduttivo dato da Giuseppe Carlo Marino nella sua Storia del separatismo siciliano (Editori Riuniti, Roma, 1979) a proposito del Partito comunista siciliano di Giovanni Millimaggi, che viene definito «una formazione sparsa, e di scarso rilievo quanto al grado delle sue possibilità di sviluppo», espressione del «lavorio semiclandestino» (p. 108) di Antonio Canepa, che non si può neanche considerare «una frazione, scissionista e "ribelle"» (p. 109) che si sente tradita dalla svolta togliattiana di Salerno, bensì una miscela confusa di «fanatismo» sicilianista, che cerca di sfruttare, grazie all'azione di «mediocri mestatori», il «dramma sociale e culturale dell'arretratezza» (ibidem) dei ceti sottoproletari urbani, e di «internazionalismo operaio» (ibidem), una minestra scondita che assomma, come "ingredienti", nello stesso calderone, Andrea Finocchiaro Aprile, Lenin e Stalin (ibidem).

Questo giudizio è ingeneroso e superficiale. I risultati devastanti del «regionalismo» che sta alla base della Carta costituzionale italiana e che trova la sua consacrazione nello Statuto speciale siciliano, debbono spingerci, invece, ad avviare una riflessione sulle posizioni teoriche di Giovanni Millimaggi e, a livello più ampio, di Finocchiaro Aprile, di Canepa e delle altri leader indipendentisti, nonché dei movimenti anarchici e libertari che hanno operato nel corso dei decenni nell'isola, non per recepirle e riproporle pedissequamente, o per operare una sommatoria tra di esse, bensì per approfondire, in tutta la sua complessità ed articolazione, la questione della struttura istituzionale da dare all'intero Paese e, in particolare, alla Sicilia, e della possibile soluzione «federalista», senza schematismi e senza pretendere di ridurre tutta la dinamica dell'«indipendentismo» e del «sicilianismo» agli inquinamenti mafiosi che certamente intervennero nel corso dell'esperienza storica che maturò nell'immediato secondo dopoguerra in terra di Trinacria, ma ai quali non si può attribuire un ruolo totalizzante.

Antonio Catalfamo

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