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(it) France, SocLib: PAROLE E COSE: LA PAROLA "ANARCHIA" E I SUOI DERIVATI (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 19 Oct 2026 08:06:06 +0300
«Tra tutte le parole che stiamo esaminando, il termine "anarchia" è il
più sfortunato. Etimologicamente significa "assenza di autorità" ed è
comparso solo nel 1791. Ha assunto subito un'accezione negativa: quella
di disordine, disorganizzazione, malgoverno. ---- Si tratta,
naturalmente, di un uso improprio del termine, che lascia credere che il
disordine derivi fatalmente dalla mancanza di autorità e che, al
contrario, l'ordine regni laddove l'autorità è presente. Tutto dipende,
in realtà, da cosa si intende per ordine e anche da cosa si definisce
autorità. La maggior parte delle persone, quando parla di quest'ultima,
intende l'autorità dello Stato. Eppure, sono esistite società non
statali in cui l'ordine non era né più né meno precario di quello
vantato dagli Stati. È stato il caso dei Celti prima della conquista
romana, degli indiani del Nord America e degli aborigeni australiani. Le
loro organizzazioni sociali non conoscevano lo Stato. Ciò non ne faceva
tuttavia delle società anarchiche, poiché l'individuo vi si piegava a un
diritto consuetudinario tacito - talvolta dispotico e sanguinario - alla
cui applicazione vigilavano iniziati, "saggi" o patriarchi. L'autorità
di un consenso, di un contratto sociale trasmesso oralmente e ritenuto
di origine divina, manteneva un ordine immutabile, sempre che si possa
dare questo nome allo stato di guerra quasi perenne che contrapponeva
popolazioni e tribù.
Si pone l'accento sui disordini che si verificano quando l'autorità
viene a mancare. Perché non si insiste su quelli provocati dall'autorità
stessa?» Ci sembra che in Europa abbia regnato un grande disordine dal
1805 al 1815, che terribili disordini si siano verificati nel 1870, poi
dal 1914 al 1918 e infine dal 1939 al 1945. Si può forse incolpare
l'assenza di autorità? No: questi disordini estremi - incomparabilmente
più vasti e devastanti di quelli che l'anarchia avrebbe potuto causare -
sono stati opera di Stati, di autorità, di persone a cui era stata
affidata un'autorità. Il disordine è certamente una cosa penosa; può
verificarsi, indubbiamente, in assenza di autorità, ma si verifica quasi
certamente al minimo eccesso di autorità.
I derivati della parola «anarchia» hanno subito le ripercussioni della
condanna che ha colpito il termine stesso. Di conseguenza, anche le
parole «anarchismo» e «anarchico» sono state colpite dal medesimo
anatema. Eppure, l'anarchismo è una dottrina coerente, sia nella sua
concezione sociale che nella sua filosofia individualista. Ma è
soprattutto la parola «anarchico» ad aver subito una distorsione
semantica: viene comunemente usata per indicare un «agitatore», un
«terrorista» o un «attentatore».
C'è indubbiamente una parte di verità in queste definizioni accusatorie.
Gli anarchici sono stati spesso promotori di scioperi duri e
intransigenti; fu il caso di alcune delle agitazioni scoppiate nel 1936,
poi «recuperate» dai comunisti e dalla C.G.T. Ora, uno sciopero è senza
dubbio una forma di disordine; tuttavia, spesso esso nasce come reazione
a un disordine ben più grave, costituito dall'insopportabile divario tra
le condizioni di vita delle diverse classi sociali. Quando la
distribuzione della ricchezza e la gerarchia salariale non sono altro
che un immenso e scandaloso disordine apparentemente ordinato, lo
sciopero appare, al confronto, come un disordine ben minore, determinato
peraltro da quello più grande. Anche l'accusa di «terrorismo» trova
talvolta giustificazione: è accaduto che degli anarchici si dedicassero
ad azioni terroristiche; ciò avvenne soprattutto nell'ultimo decennio
del XIX secolo. A questo proposito, è opportuno spendere qualche parola.
* * * * *
Tutte le ideologie, di qualsiasi natura - religiosa o politica -,
generano diverse tipologie di sostenitori: alcuni più inclini all'azione
violenta, altri che invece la rifiutano. Il cristianesimo, ad esempio,
ha annoverato tra le sue fila crociati guerrieri ed eremiti dediti alla
meditazione, frati mendicanti e monaci-soldati. Vi sono musulmani
fanatici della guerra santa e altri che si limitano alla preghiera.
Eppure si tratta di religioni dogmatiche. L'anarchismo, che è l'esatto
opposto di un monolite e si fonda sia sulla ragione che sulla
tolleranza, non poteva che dar vita a una grande varietà di
atteggiamenti; non deve dunque sorprendere la convivenza, al suo
interno, di terroristi e sostenitori della non-violenza (laddove la
non-violenza non equivale affatto alla passività). Non si tratta di
additare a esempio quegli anarchici che ricorsero al terrorismo, ma
sarebbe parziale sconfessarli senza riserve: sebbene non abbiano fatto
vacillare il vecchio mondo dalle fondamenta, lanciarono un segnale
d'allarme in un'epoca in cui il proletariato versava nella miseria e
nella disperazione. La loro rivolta assume oggi il valore di un fatto
storico che, pur non richiedendo apologie, viene considerato con
maggiore comprensione rispetto al passato: non sempre si giudica il
passato con la stessa ottica del presente.
Il terrorismo ha occupato uno spazio assai ridotto nell'attività degli
anarchici; inoltre, movimenti politici di ogni sorta hanno fatto ricorso
a metodi terroristici ben più di loro. In Russia, prima della
rivoluzione, vi furono terroristi in tutti gli schieramenti opposti allo
zarismo, inclusi i bolscevichi. Gavrilo Princip e il suo compagno
Gabrilovitch, che assassinarono l'arciduca Francesco Ferdinando e sua
moglie il 28 giugno 1914 a Sarajevo - scatenando così la mostruosa
ecatombe della Prima guerra mondiale - non erano anarchici, bensì
patrioti serbi; Raoul Villain, che uccise Jaurès un mese più tardi, era
un seguace di Maurras, l'esatto opposto di un anarchico. Ed è assai
probabile che non siano stati anarchici a far saltare in aria la statua
di Jaurès a Carmaux. Nella storia del terrorismo, si può affermare che
l'anarchismo occupi un posto piuttosto marginale. Oggigiorno, i gravi
attentati terroristici che costellano il conflitto ormai permanente tra
israeliani e palestinesi sono opera di nazionalisti di entrambi gli
schieramenti. D'altronde, quando si mette sotto accusa il terrorismo, si
tende spesso a trascurare il terrorismo di Stato, che è una costante;
non dimentichiamo che le grandi potenze si vantano di garantire la pace
mondiale attraverso l'equilibrio del terrore indotto dagli armamenti
nucleari di cui si sono dotate.
Ne consegue che confondere l'anarchico con un lanciatore di bombe è del
tutto assurdo. Facendo due conti, si sarebbe costretti a constatare che
gli anarchici hanno lanciato un numero esiguo di bombe, se paragonato
alla quantità di proiettili sganciati dagli aviatori di svariate nazioni
nel corso dell'ultimo conflitto. Città come Coventry e Rotterdam furono
rase al suolo; un bombardamento su Amburgo uccise centomila persone in
una sola notte; Le bombe incendiarie bruciarono Dresda, le bombe
esplosive polverizzarono Saint-Lô. Non furono gli anarchici a lanciare
tutte quelle bombe; e non solo non furono loro, ma - nel corso delle
guerre inespiabili fomentate dalla grande malavita internazionale - la
maggior parte di essi si sforzò di non parteciparvi, rimanendo estranea
ai milioni di crimini perpetrati; ciò non impedì loro, tuttavia, di
diventarne spesso vittime, soprattutto quando la loro astensione
volontaria veniva bollata come tradimento. Ricordiamo infine che non
furono questi presunti "lanciatori di bombe" a inventare, fabbricare e
sganciare la bomba atomica sulle città giapponesi; essi non vi ebbero
assolutamente alcuna parte.
* * * * *
Ahimè! Ben poco si può fare contro lo slittamento di significato di una
parola. Il termine *falot*, che un tempo significava "piacevole", oggi
indica qualcosa di "scialbo"; il *billion*, che un tempo equivaleva al
miliardo, dal 1948 vale mille miliardi; un *bi-hebdomadaire*
(bisettimanale), che ai tempi di Littré usciva una volta ogni due
settimane, oggi esce due volte a settimana. L'uso è sovrano; si esprime
attraverso la *vox populi*; ed è proprio l'uso ad aver conferito alle
parole "anarchia" e "anarchico" un significato che nemmeno le migliori
intenzioni sono riuscite a sovvertire.
Per questo motivo, Gaston Leval non le usava; quel coraggioso
combattente - renitente alla leva, insorto, volontario in Spagna, uomo
che non nascondeva mai le proprie convinzioni - evitava tuttavia il
termine "anarchico", preferendogli quello di "libertario", meno soggetto
ad ambiguità. Charles-Auguste Bontemps, al contrario, si è fatto carico
di riscattare la parola "anarchico" e di restituirle - o meglio, di
preservarne - il significato nobile; Nei suoi scritti fa riferimento
alla filosofia anarchica, traccia una regola di vita che egli stesso
definisce «anarchica» - e di cui è stato personalmente un esempio quasi
eremitico e del tutto disinteressato - e, quando parlava in pubblico,
anche di fronte a platee conformiste e borghesi, si è sempre presentato
come anarchico.
Aggiungiamo, per evitare l'accusa di averlo omesso, che nella fauna
umana - così varia e ricca di fenomeni - esiste una tipologia che si
autodefinisce «anarchico di destra». È composta soprattutto da critici
biliosi e misantropi, avari di sorrisi, che guardano tutto con cipiglio
e sono inclini - non senza talento né, a volte, senza una certa verve -
al pamphlet dilettantesco, nostalgico e disincantato. Il drammaturgo
Jean Anouilh è la figura di spicco di questa categoria di «anarchici»,
ai quali gli anarchici autentici non riconoscono, in genere, alcun
carattere rappresentativo. Secondo questi ultimi, gli «anarchici di
destra» finiscono anzi per screditare la loro immagine; tuttavia, ho
conosciuto esemplari pittoreschi che, se venissero esclusi dal gruppo,
lascerebbero un vuoto spiacevole nel campionario.
FONTE originale: *Espoir*, giornale della CNT-AIT (dicembre 1981)
https://www.socialisme-libertaire.fr/2026/06/les-mots-et-des-choses-le-mot-anarchie-et-ses-derives.html
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