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(it) Italy, Sicilia Libertaria #470 - LETTERATURA CARCERARIA. "AS3" di Valerio Callieri (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 6 Oct 2026 23:04:23 +0300
Gli scrittori di fantascienza, soprattutto nordamericani, si sono
dedicati a mappare il futuro dell'Occidente e del mondo, anche
costruendo modelli di comportamenti di apparati meccanici, prima fra
tutti Isaac Asimov con i suoi robot positronici. Finalmente ci siamo: il
Multivac centralizzato asimoviano si è trasformato negli algoritmi di
Intelligenza Artificiale e queste già si muovono verso la loro fusione
in un'unica mente digitale. E non c'è molto di cui stare allegri...
L'avvento dell'Intelligenza Artificiale infatti non rappresenta una
semplice innovazione tecnica, ma una profonda ristrutturazione delle
forze produttive e delle modalità di controllo sociale oltre,
evidentemente, del modo di investigare e apprendere. Il potenziale di
calcolo e l'automazione cognitiva potrebbero, in una società libera
dallo sfruttamento e dalla violenza, alleggerire l'umanità dalla fatica
del lavoro ed estendere i confini del sapere condiviso. Purtroppo,
all'interno della trappola capitalista, questa tecnologia si trasforma
nel suo opposto: un potente dispositivo di centralizzazione del potere,
sorveglianza di massa e precarizzazione esistenziale. Il pericolo reale
non è la distopia fantascientifica di una macchina ribelle, come lo
skynet dei film di Terminator, ma la realtà quotidiana di algoritmi
prodotti e utilizzati dai monopoli della Silicon Valley e dagli apparati
statali per disciplinare il lavoro, orientare il consenso e
automatizzare la guerra materiale e cognitiva.
In questo scenario di trasformazione radicale si inserisce l'enciclica
Magnifica Humanitas di Leone XIV, a sua volta matematico ma anche con
esperienze di campo in America latina, dimostrando, nei limiti delle sue
credenze, una sorprendente lucidità quando denuncia l'ipocrisia
tecnologica, demistificando l'idea che l'IA sia uno strumento neutrale.
Il Papa, occorre riconoscerlo, ha il merito di evidenziare come la
tecnologia incorpori fin dalla sua progettazione precisi rapporti di
forza ed interessi economici, denunciando con forza il pericolo di una
"schiavitù digitale", lanciando la parola d'ordine di "disarmare" l'IA,
sottraendola ai monopoli per renderla "abitabile", proponendo "alleanza
educativa" globale per arginare l'isolamento sociale ed evitare che i
sistemi automatici riducano la persona a mero dato di profitto,
chiedendo a gran voce che le valutazioni umane rimangano sovrane,
chiaramente il tutto secondo la sua visione del mondo: famiglia
tradizionale tutta casa e chiesa! Tuttavia, l'enciclica ricade nel
solito vicolo cieco del moralismo e della delega: la convinzione che il
mostro tecnologico possa essere addomesticato tramite appelli etici ai
governanti e severe regolamentazioni statali o sovranazionali. La
visione papale rimane aggrappata all'utopia di un capitalismo dal volto
umano e di uno Stato inteso come tutore benevolo. Per noi libertari,
questa è un'ingenuità pericolosa: lo Stato non è un arbitro neutrale
capace di imporre il bene comune, ma il principale comitato d'affari del
capitale, affamato di quegli stessi algoritmi per affinare il controllo
poliziesco, la gestione delle frontiere e la razionalizzazione del dominio.
Chiedere allo Stato di regolare l'algoritmo significa chiedere al
carceriere di rendere più comoda la cella; e la regolamentazione imposta
non è mai uno scudo per il cittadino, ma il recinto legale entro cui il
potere istituzionalizza le proprie pratiche di sorveglianza.
La prova lampante di questa ipocrisia istituzionale è la recente legge
italiana sull'IA, completata dal pacchetto di decreti attuativi appena
licenziato dal Consiglio dei Ministri che, dietro la solita cortina
fumogena della "tutela" dell'essere umano e dell'allineamento formale
all'AI Act dell'Unione Europea, spalanca di fatto le porte al controllo
biometrico di Stato. Sotto l'etichetta delle "eccezioni per la sicurezza
nazionale e l'ordine pubblico", le forze di polizia ottengono il via
libera per l'uso del riconoscimento facciale in tempo reale e a
posteriori. Si tratta di uno sdoganamento pericoloso che scavalca i già
poco severi paletti dell'Unione Europea e che attira pesanti critiche
per il rischio di trasformare lo spazio pubblico in un perenne panottico
digitale. Le garanzie burocratiche promesse dal governo, come la
richiesta del questore o l'autorizzazione giudiziaria, sono solo un
anestetico: la realtà è la legalizzazione di un apparato digitale capace
di tracciare e catalogare i corpi e le identità dei dissidenti, dei
marginali e di chiunque osi turbare la quiete del capitale. Infatti, per
chi non se n'è accorto, l'obbligo delle tessere di identità digitali sta
completando il processo di centralizzazione dei dati sensibili della
popolazione in mani private, includendo il POS obbligatorio in ogni
compravendita e persino la possibilità di prelevare le tasse
direttamente dai conti correnti come già si fa con gli impiegati statali
e i pensionati.
Per giunta, questo autoritarismo algoritmico non si restringe a quello
che succede nelle strade, ma intende colonizzare l'immaginario e la
formazione delle nuove generazioni attraverso il controllo dei social e
inserendosi direttamente nella scuola.
La legge italiana prevede infatti l'introduzione massiccia dell'IA nella
didattica già a partire delle scuole elementari e nei licei,
spacciandola per modernizzazione e "benessere digitale", mentre che,
sotto la maschera della personalizzazione dell'apprendimento e
dell'alfabetizzazione tecnologica, cela un progetto di addomesticamento
profondo. L'uso di sistemi automatici per valutare il rendimento degli
studenti o per orientarne i percorsi formativi introduce una
classificazione predittiva fin dall'infanzia, marchiando i soggetti in
base a standard comportamentali stabiliti da aziende private produttrici
dei software, declassando la scuola da luogo di socialità, conflitto e
crescita critica a laboratorio di addestramento, dove gli insegnanti si
trasformano in meri operatori di piattaforma e gli studenti in fornitori
involontari di dati comporNato nel contesto di un laboratorio di
scrittura presso il carcere di Rebibbia e pubblicato per Fandango Libri
lo scorso gennaio, AS3 è l'ultimo romanzo di Valerio Callieri. Il titolo
dell'opera colloca in maniera inequivocabile le vicende narrative nella
sezione di Alta Sicurezza 3, ovvero in quel sotto-circuito carcerario
cui sono costretti i detenuti imputati o condannati per associazione
mafiosa o finalizzata al narcotraffico, a condizione che gli stessi non
vi abbiano rivestito ruoli di vertice (diversamente il regime detentivo
è quello del 41-bis, nel migliore dei casi declassificato all'AS1). È
proprio in AS3 che si trova la maggior parte dei 9.264 reclusi in alta
sicurezza (dati del Garante Nazionale, aggiornati al 7 aprile 2026),
ovvero di quella consistente parte di popolazione carceraria che
rispetto alla detenzione ordinaria si ritrova ad affrontare uno stato di
ulteriore isolamento, culminante nella tortura legalizzata del 41-bis.
Ancora, nel momento in cui la differenza di trattamento incontra quella
di genere, ovvero quando ad essere relegate nel circuito di alta
sicurezza sono le donne detenute, ecco che la condizione di marginalità
loro imposta appare ancora più degradante.
Nel romanzo di Callieri, la sezione AS3 del carcere femminile di
Rebibbia conta sedici recluse in regime carcerario semiaperto. Tra
queste troviamo le protagoniste della storia - Anna, Monica e Virginia -
le quali si ritrovano a partecipare insieme a un concorso di scrittura e
a condividere le ore pomeridiane in una cella di socialità.
È dunque da questa occasione di scrittura che la narrazione delle
vicende prettamente carcerarie delle tre donne lascia spazio ai
flashback sulle loro precedenti vite libere, nonché ad alcuni inserti
riflessivi fuori campo, a cura della voce narrante. A venirne fuori è un
romanzo polifonico in cui le storie di fuori si interrompono e
sovrappongono a vicenda, superando con la sola forza dei ricordi in
collisione quei ristretti orizzonti di stelle che si possono a stento
intuire dal riflesso delle finestre di un edificio di fronte alla
sezione. Nell'esercizio di questa narrazione reciproca le tre donne
trovano dunque un appiglio per resistere alla quotidiana insensatezza
della detenzione, attraverso un atto di condivisione in grado di
realizzare il "noi" intorno al quale riconoscersi vicendevolmente,
ponendo un argine alla mortificazione e all'impotenza indotte
dall'isolamento. In tal senso, come afferma una delle protagoniste, «non
so se succede anche a voi, ma sono contenta perché stare qui con voi mi
aiuta. A dire "noi", mi aiuta. Non mi guardate come una pazza. Mi sento
meno sola». È pertanto lo sforzo di andare oltre le «parole senza colla»
(e quindi incapaci di aderire alla realtà) che si misura la possibilità
di infrangere la durezza della realtà carceraria, aprendo spiragli di
luce in cui realtà e immaginazione si confondono fino ad assumere una
consistenza spiazzante nella ristrettezza ambientale in cui l'una e
l'altra dirompono. Attraverso l'esercizio stesso del racconto condiviso
si concretizza insomma qualcosa che supera le parole stesse, qualcosa
che cova nei vuoti del non detto e che alimenta una consapevolezza nuova
per cui «so che siamo diventate "qualcosa". Perché ci stiamo legando con
cose che non si raccontano».
Lo sguardo multiplo sulla realtà carceraria di AS3 appare ulteriormente
amplificato dal ruolo di due coppie di personaggi, tutte al femminile:
per un verso, i riferimenti ai celebri personaggi di Antigone (Sofocle)
e Anna Karenina (Tolstoj) permettono di sondare i delicati rapporti tra
disobbedienza e autorità, consuetudine e infrazione sociale; d'altro
canto, le storie delle tre detenute si intrecciano con i fantasmi
dell'anonima educatrice loro assegnata e con la ribellione di Veronica,
la figlia adolescente di una delle protagoniste. L'intreccio di voci e
sguardi che ne scaturisce partecipa dunque alla difficile
rappresentazione della realtà carceraria, attraverso l'adozione a tratti
disorientante di tecniche combinatorie così come l'inserzione di
tipologie testuali "altre", quali le relazioni di sintesi educativa
delle detenute e le lettere - strappate o inviate - di Anna alla figlia.
Sebbene sia difficile distinguere il materiale scaturito nel corso del
laboratorio di scrittura a Rebibbia da quello ispirato alla libertà
creativa dell'autore del romanzo, appare evidente come al racconto degli
eventi letterari subentri con studiata insistenza una voce
extradiegetica che a tratti tradisce la fortunata adesione mimetica cui
invece tende il resto dell'opera, finendo per deviarne l'efficacia
narrativa verso una serie di inserti riflessivi a cura del narratore
esterno, coincidente con l'autore, il quale si interpone tra il lettore
e la storia sin dalla premessa al volume.
Emblematico, in tal senso, appare il ricorso a più riprese del
riferimento a Giovanni Falcone, quest'ultimo seppur spogliato dell'aura
di martire dello Stato e valorizzato piuttosto per la sua capacità di
comprendere con profondo acume e dichiarato rispetto le dinamiche
mafiose esplorate nell'ambito delle sue indagini: le medesime indagini e
i relativi processi che hanno contribuito a istituzionalizzare e
inasprire gradualmente il regime detentivo del 41-bis, che il 7 aprile
2026 contava 741 detenuti (dati riportati dall'ultimo rapporto di
"Antigone") e che in questi mesi è oggetto di una riorganizzazione
radicale - il cosiddetto piano "Kairos" - per cui si prevede il
concentramento di questi detenuti in soli sette istituti,
prevalentemente in Sardegna: Uta (Cagliari), Bancali (Sassari), Badu 'e
Carros (Nuoro), Opera (Milano), Spoleto, Sulmona e Parma. A queste vite
sepolte nel cemento va il pensiero di rabbia e dolore di chi scrive:
come il sole che sfiora di rado i corpi ristretti, sorge anche oggi
l'augurio che, proprio come AS3 di Callieri, nuove storie continuino a
illuminare il dramma quotidiano di chi vive in prigioni
Salvatore Laneri
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