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(it) Italy, Sicilia Libertaria #470 - DONNA, FAMIGLIA E GIUSTIZIA. Il sottoproletariato e le sueintricate questioni di genere (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 3 Oct 2026 08:25:44 +0300
In una Palermo primaverile e sghemba, tra esuberanti lavori stradali che
la feriscono senza curarla davvero, una madre - la chiameremo Vita -
viene convocata dal Tribunale per i Minorenni. Non è la prima e non sarà
l'ultima, ma il cuore le batte fortissimo e la balbuzie rende quasi
ridicole le sue risposte alle domande del giudice, prova certa di un
atteggiamento menzognero. --- Vita in questi anni vive la difficoltà
tipica delle donne e madri rimaste da sole dopo la carcerazione dei
mariti. Per un breve periodo aveva sperato che le cose si stessero
appianando con i domiciliari del compagno, ma lui li aveva bruciati
tornando a delinquere ed era rientrato in carcere dopo una manciata di
mesi, non riuscendo ad evitare che stavolta le conseguenze venissero
pagate da tutta la famiglia.
Vita ha tre tra figlie e figli: la primogenita, diciottenne, presto
partorirà una bambina, il secondo frequenta le scuole medie e la terza
sta concludendo la primaria. In famiglia c'è chi sa appena leggere e
scrivere, c'è chi pur andando ancora a scuola non riesce a farlo.
Nessuno ha una diagnosi, Vita non sa che cosa significhi, però assicura
sempre a tutta la famiglia le cure che conosce: cibo, vestiti,
giocattoli, igiene personale, rispetto delle regole comuni, presenza. Il
giudice, irremovibile, fa leva sulle sue mancanze e sulla sua difficoltà
di espressione per restituirle che è una pessima madre e che
probabilmente presto i due minori verranno allontanati dalla famiglia.
Sul capo di Vita pende un'accusa nuova di zecca, che le viene annunciata
senza mezzi termini: complicità con il marito, il quale durante i
domiciliari è stato ritrovato in possesso di una quantità considerevole
di hashish.
La soffiata è arrivata una mattina in cui a casa c'era solo lui, Vita
era a fare le pulizie dai suoi clienti, i minori erano dai parenti.
Quando la polizia ha fatto irruzione ha trovato la droga nel frigorifero
e a nulla è valso il tentativo dell'uomo di dichiarare che fosse per uso
personale e che nessuno in casa ne sapesse nulla. È stato ricondotto in
carcere e Vita si è ritrovata ancora una volta da sola, arrabbiata con
il marito, sommersa dalla vergogna per quella nuova macchia che sporca
l'immagine della sua famiglia.
Adesso che è stata convocata dal Tribunale per i Minorenni, Vita ha dei
compiti a casa urgenti: tocca a lei dimostrare in tutti i modi possibili
di essere estranea ai fatti, di essere una madre attenta e presente, di
meritare di esercitare la propria genitorialità. Il guaio è che potrà
farlo risultando innocente nel processo penale nel quale è coinvolta con
il marito, ma intanto le tempistiche del Tribunale per i Minorenni, come
da prassi, potrebbero essere molto più brevi dell'esito del
provvedimento penale, minacciando l'allontanamento dei figli ancora
sotto la sua tutela.
Questa storia sospesa e dolorosa, una fra tantissime non dissimili, ci
fornisce spunti interessanti per un'analisi dal punto di vista di genere
e ci chiede di farlo con l'impellenza che comunicano queste storie
famigliari in cui donne e minori troppo spesso vedono imposte delle
pieghe esistenziali non dialogate e disfunzionali. Al di là della
riflessione molto complessa sull'allontanamento coatto dei minori dai
contesti famigliari di appartenenza, che li costringe a finire in
comunità prive di una qualsiasi dimensione affettiva e in cui è
impossibile vedersi valorizzat* nella propria unicità, lo spunto di
genere più evidente è quello legato alle dinamiche donnauomo all'interno
di sistemi famigliari nel contesto del sottoproletariato, tra
delinquenza e tradizioni culturali marcatamente patriarcali.
Allontanandomi dal rischio di parlare di giustizia e legalità, sento
l'urgenza di dare voce a tutte quelle donne che vivendo stritolate tra
svantaggio socio-culturale e una percezione del femminile ancora del
tutto subordinato al maschile, trascorrono un'intera esistenza alla
mercé della volontà altrui, che sia quella del padre e dei fratelli, poi
del marito e di chi in sua assenza assume comunque il "controllo della
famiglia". Perché per ogni donna che lotta per abbattere le dinamiche
patriarcali ce ne sono ancora troppe che ignorano la possibilità di
un'alternativa alla subalternità di genere cui sono costrette.
Donne che concretamente incarnano un esempio effettivo di emancipazione
ritrovandosi a dover avere tutto sulle spalle mentre sono chiamate a
resistere alle sferzate dei venti violenti delle istituzioni, ma che
intanto non hanno la libertà di opporsi al marito che spaccia droga in
casa mettendo a rischio tutta la famiglia, a padri che le hanno fatte
prostituire, a fratelli che le picchiano quando non aderiscono a logiche
famigliari destinate a non cambiare mai, a tutte quelle figure maschili
che si passano il testimone del carcerato coinvolgendo troppo presto
anche i giovani di famiglia, che in quanto maschi sono destinati a fare
la stessa fine. Donne che in tutto questo marasma avvilente non hanno il
diritto di opporsi, non ci provano nemmeno e che devono collaborare,
subire processi, perdere figl* e nipoti, ricongiungersi in case
minuscole con altre donne rimaste sole, dividendosi tra lavori umili e
in nero, scolarizzazione incostante de* bambin*, cure faticose de*
anzian*, avvocati d'ufficio e fedine penali sporche a prescindere dalla
reale delinquenza esercitata.
L'utilizzo del contesto domestico da parte degli uomini per i loro
affari, la violazione di quel luogo di tutt* ma percepito di proprietà
di chi comanda, corrisponde a una spartizione delle colpe vigliacca e a
una sovraesposizione de* piccol* a contenuti, pratiche e testimonianze
che di fatto avvelenano le loro vite.
Il guaio è che molto raramente si risolve qualcosa mettendo quelle vite
in comunità, strappate dalle figure di riferimento, così come non si
risolve nulla a incolpare le donne poiché testimoni dei reati, perché si
continua a provvedere sul sintomo e non sul problema distruggendo
percorsi di vita e impoverendo le possibilità.
Perché a mio avviso il vero problema sta nell'assenza di alternative per
quelle donne e que* bambin*.
Per tante che delinquono volontariamente, altre vengono coinvolte
ingiustamente e il risultato di una società che procede a tentoni
cercando di spartire colpe e infliggere punizioni è sotto i nostri occhi
al di là di ogni giudizio. Finché la famiglia sarà sorretta da logiche
patriarcali sarà troppo facile trasformarla in un luogo ostile e nemico,
la prima e più dura prigione alle quali le altre seguono come pallide
repliche. Nella speranza che Vita e tutte le donne nella sua condizione
possano trovare tregua e sollievo, se non profondo cambiamento negli
anni a venire, si leva da qui il grido "Tutt* liber*" e la mano tesa
dell'anarchismo transfemminista.
.
Désirée Carruba Toscano
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