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(it) Italy, FDCA, Cantiere #46 - 1936: la CNT, il denaro e la rivoluzione spagnola - Jade Saab* (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sat, 3 Oct 2026 08:25:36 +0300


Questo articolo è una traduzione riadattata di un testo di Jade Saab, ricercatore e militante libano-canadese. Esamina le contraddizioni e le difficoltà della questione del denaro nella Rivoluzione spagnola (1936-1937), attraverso le scelte strategiche della Confederación Nacional del Trabajo (CNT). Analizza il tentativo di abolizione del denaro, i limiti incontrati di fronte al mantenimento delle istituzioni finanziarie da parte dello Stato, e sottolinea la necessità di un approccio rivoluzionario più coerente su questa questione.---I socialisti hanno a lungo considerato il denaro uno strumento centrale del capitale. Regolando non soltanto gli scambi e le relazioni sociali, esso rafforza anche il dominio, l'alienazione e la frammentazione dei lavoratori e delle lavoratrici. La sua abolizione è quindi diventata un obiettivo fondamentale per i rivoluzionari. Karl Marx metteva in guardia i sindacati contro un'eccessiva concentrazione sulle lotte quotidiane, invitandoli invece a puntare all'abolizione del sistema salariale, idea ripresa anche dal sindacato statunitense degli Industrial Workers of the World (IWW). Piotr Kropotkin, principale teorico dell'anarco-comunismo, precisò che ciò implicava non una nuova moneta, ma un'organizzazione fondata sui bisogni e sulle capacità di ciascuno e ciascuna.

Nonostante questo accordo teorico, gli esempi storici sono rari. La Comune di Parigi non abolì il denaro e la Rivoluzione russa mantenne, anzi rese ancora più complesso, il sistema salariale. Le teorie rivoluzionarie trattano spesso questa abolizione come una questione secondaria o successiva all'abbattimento dello Stato. Proponiamo qui di tornare su alcuni eventi significativi della Rivoluzione spagnola, caso emblematico in cui moneta e istituzioni finanziarie sembrano essere state insufficientemente pensate strategicamente dalla CNT.

La CNT al centro della rivoluzione

La Rivoluzione spagnola deve essere compresa come il punto culminante di una lunga «spirale di conflitto sociale»[1], nella quale i campi contrapposti - la Chiesa, l'esercito e i grandi proprietari da un lato, i sindacati dall'altro - innescarono un processo di radicalizzazione reciproca, culminato in una lotta finale per l'egemonia. Questa fase finale assunse la forma di un colpo di Stato fallito, promosso dal generale Francisco Franco nel luglio 1936 e degenerato poi in guerra civile. Se il golpe viene considerato l'innesco della rivoluzione, le sue radici affondano in una serie di insurrezioni armate precedenti, in particolare quelle del gennaio 1933 (guidata dalla CNT) e dell'agosto 1934 (promossa dal Partito socialista e sostenuta dalla CNT).

Nel maggio 1936 la CNT sintetizzò la propria elaborazione teorica della rivoluzione e del tipo di società desiderata nel concetto confederale di comunismo libertario[2]. La proposta riassumeva la posizione dell'organizzazione rispetto al denaro e sosteneva l'idea - paradossale - che, sebbene le regole della produzione e degli scambi dovessero essere sottoposte al principio «da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni», sarebbero comunque state necessarie «carte del produttore» attestanti «il valore del lavoro svolto dal possessore». Questa posizione contraddittoria era legata alla natura pluralista della CNT e rifletteva le divergenze tra le sue sezioni rurali e urbane. Divergenze che diventarono concrete dopo il colpo di Stato.

Il colpo di Stato di Franco scoppiò nel Marocco spagnolo il 17 luglio 1936. Numerose guarnigioni in tutta la Spagna aderirono alla ribellione e alcune riuscirono a impadronirsi delle città. Altre rimasero fedeli alla Repubblica. In diversi casi, le caserme furono assaltate da lavoratori e lavoratrici armati che redistribuirono le armi e crearono milizie sindacali. Di conseguenza, dopo il fallimento del golpe, lo Stato centrale perse il controllo del proprio apparato coercitivo, si aprì una situazione di doppio potere, con la CNT in posizione centrale[3].

Subito dopo, i lavoratori e le lavoratrici si impadronirono di un terzo del territorio rurale della Spagna repubblicana, pari a circa due terzi delle terre coltivabili. Organizzati in collettività agricole[4], essi requisirono anche fabbriche e servizi nei settori dell'industria pesante, dell'energia, dell'acqua e del commercio. In Catalogna, l'80% delle imprese risultava controllato dai lavoratori e dalle lavoratrici[5]. Queste collettività agricole erano governate da comitati rivoluzionari investiti di poteri legislativi ed esecutivi[6].

Nelle collettività agricole rurali il denaro venne sostituito da carte di razionamento che garantivano ai lavoratori e alle lavoratrici libero accesso agli alimenti in funzione della dimensione della famiglia[7]. Nelle collettività urbane venne invece introdotto un sistema di carte del produttore. La distribuzione dei beni avveniva in base alla produzione del lavoratore. In alcune collettività, tuttavia, salari e sistema monetario furono mantenuti a causa dell'opposizione di lavoratori e lavoratrici non aderenti alla CNT[8]. I salari furono aumentati e vennero introdotti numerosi benefici fino ad allora inaccessibili, come ferie e assistenza sanitaria gratuita.

Per facilitare l'organizzazione del lavoro su scala nazionale, la CNT istituì le Federazioni industriali nazionali (FIN)[9]. Le collettività agricole rurali avviarono sistemi di scambio e baratto con le città vicine e crearono federazioni locali e regionali[10]. Il «comunismo libertario» sembrava mettere radici.

Le istituzioni finanziarie furono trascurate

Mentre i lavoratori e le lavoratrici al fronte riorganizzavano rapidamente l'economia secondo principi libertari, i dirigenti della CNT rinunciarono a spingere la rivoluzione fino alle sue conseguenze più radicali. Scelsero invece di entrare nel governo centrale. La CNT giustificò questa scelta sostenendo che lo Stato, inteso come strumento di repressione al servizio del Capitale, non esistesse più. Questo ragionamento si sarebbe rivelato errato.

Alla CNT vennero affidati ministeri secondari all'interno di quello che essa stessa definiva un «governo rivoluzionario», ritrovandosi però senza una reale capacità di influenza. Dominato dal Partito socialista, il governo centrale era soprattutto interessato a mantenere buoni rapporti con Francia, Inghilterra e Belgio, proteggendone gli interessi economici[11]. Ciò era considerato necessario per garantire le forniture di armi, drammaticamente insufficienti nella guerra contro Franco. Ma questo orientamento verso le democrazie europee mise il governo centrale in diretta opposizione con le collettività agricole autonome dei lavoratori e delle lavoratrici. Per dimostrare il proprio controllo sui territori repubblicani, il governo avviò una campagna volta a «normalizzare» le collettività agricole attraverso un doppio processo di legalizzazione e isolamento economico.

Questo compito fu facilitato dal disinteresse della CNT nei confronti delle istituzioni finanziarie. La convinzione della CNT nell'abolizione della moneta - sostituita da scambi non monetari - la portò a trascurare l'organizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici all'interno delle istituzioni finanziarie e, quando la CNT decise di entrare nel governo, non venne compiuto alcuno sforzo per prenderne il controllo. Fa eccezione un piano, elaborato da una milizia della CNT a Madrid ma rapidamente abbandonato, che prevedeva il furto delle riserve auree del governo[12].

Nell'ondata di espropriazione di fabbriche e terre, le banche rimasero dunque intoccate. La CNT riteneva che non avrebbero più avuto alcun ruolo in una società post-rivoluzionaria. Così, benché le collettività agricole si federassero nelle FIN, esse non si integrarono nelle reti delle fabbriche non nazionalizzate né in quelle controllate dagli altri partiti politici o da altre collettività. La loro sostenibilità economica non risultava quindi garantita. Inoltre, il governo centrale riconquistò rapidamente il controllo del commercio estero.

Le collettività agricole non poterono più aggirare Madrid per quanto riguardava gli scambi economici o l'approvvigionamento di materiali ed equipaggiamenti.

Lo Stato centrale privò rapidamente le collettività agricole delle risorse finanziarie necessarie.

I consigli rivoluzionari che amministravano queste collettività vennero progressivamente sostituiti da municipalità tradizionali dipendenti da Madrid.

Questo processo di legalizzazione e integrazione divenne una caratteristica generale della rivoluzione e si estese anche alle milizie sindacali e ai tribunali popolari. L'ingerenza del governo centrale nella gestione delle finanze e delle risorse provocò un'inflazione incontrollata nei territori repubblicani[13], un deterioramento della qualità delle armi[14]e, infine, la sconfitta di fronte alle truppe di Franco.

Le lezioni di questa Rivoluzione

Che cosa possiamo apprendere dal caso spagnolo? La scelta della CNT di entrare nel governo centrale e la rinuncia alla transizione verso una società senza denaro sono entrambe legate a una lacuna nella sua teoria rivoluzionaria.

Come veniva sviluppato nel «concetto di comunismo libertario confederale», la CNT ignorò il fatto che, durante una rivoluzione, il potere è policentrico: più centri di potere lottano contemporaneamente per l'egemonia. La transizione del potere non avviene semplicemente da un campo all'altro, anche quando il potere è decentralizzato. L'emergere parallelo delle collettività agricole e dello Stato centrale trascinò la CNT in una situazione complessa, nella quale perseguire gli obiettivi rivoluzionari significava entrare in conflitto diretto con altri centri di potere, formalmente alleati contro Franco. Una volta entrata nel governo, l'assenza di una presenza sindacale della CNT all'interno delle istituzioni finanziarie garantì al governo centrale un vantaggio decisivo in termini di risorse economiche rispetto alle collettività. La CNT si ritrovò così priva dell'influenza necessaria per conservare le conquiste ottenute nelle prime fasi della rivoluzione.

Alcuni autori[15]sostengono che l'errore principale della CNT sia stato quello di non aver portato la rivoluzione fino in fondo. Tuttavia, anche un'eventuale vittoria della CNT non si sarebbe necessariamente tradotta in una società senza denaro. Il disprezzo nei confronti delle istituzioni finanziarie avrebbe comunque agito contro di essa.

Se le rivoluzioni sono innanzitutto eventi locali, esse devono comunque tenere conto della dimensione politica internazionale. Anche se fosse emersa una Spagna anarchica, essa non avrebbe potuto fare completamente a meno del denaro, necessario per funzionare e scambiare all'interno di un mondo capitalistico. Inoltre, nella concezione del comunismo libertario della CNT, costringere le persone a utilizzare il denaro o obbligarle a entrare nelle collettività agricole era considerato inaccettabile. Nella società post-rivoluzionaria immaginata dalla CNT, gli individui potevano restare indipendenti dal sistema collettivista; ed è ciò che la CNT fece durante la guerra, permettendo a chi non voleva aderire alle collettività di conservare le proprie parcelle di terra[16].

È dunque impossibile costruire una società senza denaro immediatamente dopo la rivoluzione? Bisognerebbe piuttosto adottare un approccio gradualista? Non necessariamente. In ogni teoria rivoluzionaria che punti ad abolire l'uso del denaro, diventa allora importante riflettere su un sistema duale post-rivoluzionario: un sistema in cui gli affari interni funzionano senza denaro, ma in cui venga mantenuto parallelamente un sistema monetario per gestire le relazioni interstatali e gli scambi con gli individui esterni al sistema delle collettività. Entrambi i sistemi resterebbero comunque fedeli ai valori della rivoluzione, come l'abolizione dello sfruttamento.

Integrare questo approccio parallelo in una teoria rivoluzionaria significa che l'organizzazione pre-rivoluzionaria non dovrebbe ignorare le istituzioni finanziarie come terreno di lotta - comprese tutte quelle istituzioni che si presume destinate a scomparire in un sistema post-rivoluzionario. Può sembrare controintuitivo. Perché un'organizzazione rivoluzionaria dovrebbe occuparsi di istituzioni che, in teoria, non dovrebbero più esistere dopo la rivoluzione? Perché, da un lato, un sistema parallelo implicherebbe che tali istituzioni non diventino immediatamente obsolete. Dall'altro, poiché il potere durante una rivoluzione è policentrico - e talvolta competitivo - organizzarsi all'interno di queste istituzioni può sottrarre risorse preziose agli altri centri di potere. Sviluppare teorie rivoluzionarie che integrino maggiormente questi sistemi paralleli permetterebbe dunque di evitare gli stessi errori commessi dalla CNT.

*) Articolo pubblicato sul n. 371, maggio 2026, Alternative Libertaire curato da Niels Zwarteveen

[1]1 George Lawson, Anatomies of Revolution, Cambridge University Press, 2019, p. 184.

[2]2 Il testo integrale è disponibile in inglese su Theanarchistlibrary.org

[3]3 Jose Peirats, The CNT in the Spanish Revolution, Volume 1, The Meltzer Press, 2001, p. 131.

[4]4 Robert Alexander, The Anarchists in the Spanish Civil War, Janus Publishing Company Limited, 1999, p. 326.

[5]5 Ibid, p. 463.

[6]6 Ibid, p. 332 ; Stuart Christie, We, the Anarchists !, AK Press, 2002, p. 186 ; Hugh Thomas, « Anarchist agrarian collectives in the Spanish civil war », The Republic and the Civil War in Spain, R. Carr, 1971, p. 240 ; Burnett Bolloten, The Spanish Civil War: Revolution and counterrevolution, University of North Carolina Press, 1991, p. 65-66.

[7]7 Alexander, op. cit., p. 329 ; Thomas, op. cit., p. 250.

[8]8 Alexander, op. cit., p. 533.

[9]9 Jose Peirats, The CNT in the Spanish Revolution, Volume 2, Christie Books, 2005, p. 32.

[10]10 Alexander, op. cit., p. 329.

[11]11 Bolloten, op. cit., p. 227.

[12]12 Alexander, op. cit., p. 175.

[13]13 Martín-Aceña, Pablo, Elena Martinez Ruiz et María A. Pons., « War and economics: Spanish civil war finances revisited », European Review of Economic History 16 no 2, 2012, p. 158.

[14]14 Kowalsky, Daniel. « Operation X: Soviet Russia and the Spanish Civil War », Bulletin of Spanish Studies 91 no 1-2, 2014, p. 168-169.

[15]15 Voir exemple l'oeuvre de Vernon Richard Lessons of the Spanish Revolution.

[16]16Alexander, op. cit., p. 372.

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