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(it) Italy, Sicilia Libertaria #470 - Ambiente cibo clima - Disaccordiamoci dall'accordo Mercosur-U.E. (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Mon, 28 Sep 2026 07:42:45 +0300


Il primo maggio 2026 è entrato in vigore, in via provvisoria come patto interinale di scambio, l'accordo di libero scambio tra i paesi dell'UE e quelli del Mercosur, il mercato comune del Sudamerica, di cui fanno parte: Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. L'UE spera così di ottenere un più facile accesso al mercato sudamericano per le sue esportazioni; i settori più interessati sono quello automobilistico e farmaceutico, ma anche la finanza e il sistema degli appalti pubblici, finora chiuso alle società straniere.
Inoltre si vuole diminuire la dipendenza europea da mercati come quello americano, diventato ostico proprio per i dazi, o cinese, specialmente per le materie prime necessarie al comparto industriale. Gli obiettivi dichiarati di tale accordo sono invece la necessità di creare norme più stabili per il commercio e gli investimenti, per la sicurezza alimentare, per il rispetto dell'ambiente, per la concorrenza; di fatto si aboliscono i dazi sul 90% circa di esportazioni europee e di importazioni dal Sudamerica. Si formerà così, si legge sul sito dell'Unione Europea, una zona di libero scambio che coinvolge 700 milioni di persone, elimina le barriere commerciali, crea posti di lavoro e opportunità commerciali, fornisce solide garanzie per le norme dell'UE e assicura una concorrenza reale; seguono poi le stime dei risultati attesi entro il 2040 in termini di aumento del Pil, delle esportazioni annuali e dei posti di lavoro, sempre all'interno dell'UE. Un accordo dalle magnifiche sorti dunque, peccato che contro di esso numerose sono state le dimostrazioni sia in Europa che nei paesi del Sudamerica. In particolare gli agricoltori europei temono che la concorrenza dei prodotti sudamericani, dal costo minore, danneggi i produttori dell'unione ed inoltre fanno presente il rischio che tali prodotti siano contaminati da sostanze vietate in Europa, perché ritenute pericolose, ma utilizzate in questi paesi. Dall'altra parte i contadini sudamericani sono ben coscienti del fatto che l'accordo è frutto della mai tramontata logica coloniale, neocoloniale o di colonialismo verde che dir si voglia, in quanto li vedrebbe come esportatori di materie prime agricole, minerarie ed energetiche a basso costo ed importatori di beni industriali lavorati, tecnologia e servizi avanzati. La prevista maggiore esportazione di beni come carne, soia, mais, etanolo da canna da zucchero e minerali porterà inevitabilmente all'accaparramento delle terre da parte delle multinazionali agroalimentari con conseguente esproprio delle comunità locali ed indigene; all'intensificarsi della deforestazione (l'UE è destinataria del 50% di prodotti brasiliani collegati alla deforestazione, in particolare i mangimi e gli oli vegetali per l'industria alimentare, ma acquista anche 117 mila tonnellate di carne di manzo e 80.500 tonnellate di pelle dal Brasile, circa il 20% dell'import globale di questi prodotti, gran parte dei quali ricavati da zone disboscate); all'uso massiccio di pesticidi con contaminazione di suolo ed acque; alla perdita di biodiversità; all'aumento dei conflitti territoriali e della violenza. Le clausole sullo sviluppo sostenibile presenti nel trattato, che trasferiscono ai paesi sudamericani la responsabilità di garantire il rispetto degli standard ambientali, sono la foglia di fico che consentirà ai paesi europei di importare materie prime verdi, in quanto certificate tali, rendendo invisibili ai consumatori europei i danni ambientali, lo sfruttamento dei lavoratori, la spoliazione del territorio.
Al di là delle criticità evidenziate nell'accordo, e tante altre ve ne sarebbero, il problema centrale è nella logica che esso sottende, la legittimazione di un modello strutturalmente insostenibile: conciliare la tutela ambientale con la crescita illimitata della produzione e dei consumi, crescita che comunque può avvenire solo per una parte della popolazione e solo spostandone i costi su un'altra parte e sull'ambiente naturale. È l'ennesima riproposizione del modello estrattivo riverniciato con una mano di ambientalismo da quattro soldi. In un periodo di crisi come quello attuale e con le prospettive climatiche tutt'altro che rosee le priorità dovrebbero essere altre. Innanzitutto bisognerebbe andare verso la sovranità alimentare perseguita tramite un'agricoltura socialmente responsabile che incrementi le pratiche di sussistenza e i piccoli agricoltori capaci di coniugare la produzione con il rispetto dell'ambiente e la sua preservazione per le generazioni future. Contemporaneamente occorre un'efficace protezione delle comunità indigene, delle loro pratiche tradizionali e dei territori su cui sono insediate. Non meno importante è il riconoscimento dei debiti storici delle società occidentali nei confronti dei sud del mondo da cui partire per costruire relazioni internazionali basate sulla difesa di tutte le forme di vita e dell'ambiente, sulla solidarietà e il rispetto delle diversità. Se un futuro ci sarà, sarà un futuro meno tecnologico ma più umano capace di superare le logiche capitaliste ed esplorare alternative di cooperazione nazionale ed internazionale legate alla riduzione delle diseguaglianze e degli impatti ambientali, alla limitazione della dipendenza dalle filiere lunghe e alla ri-regionalizzazione degli scambi.

Brunella Missorici

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