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(it) Italy, Sicilia Libertaria #471 - Un altro clima è possibile - Crisi climatica. (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 26 Sep 2026 07:40:20 +0300
C'è una frase che i movimenti per il clima ripetono spesso: questa non è
l'estate più calda della storia, è l'estate più mite dei prossimi anni.
Un apparente paradosso che in realtà sintetizza bene l'apparente
ineluttabilità del collasso climatico in atto. Se mai ce ne fosse
bisogno, la torrida estate del 2026 ha confermato quanto siano urgenti
le lotte ambientali. Pensare che ogni anno sarà sempre un poco peggio, e
pensare che in fondo come esseri umani siamo una specie capace di
adattarsi a (quasi) qualsiasi cosa, costituiscono in fondo due facce
della stessa medaglia. In cui viene meno il "qui e ora" di ogni lotta.
Perché se la lotta climatica non è diventata ancora così centrale è
perché, banalmente, si tratta di una sopraffazione al rallentatore,
quotidiana, che agisce su ogni aspetto delle nostre vite. Si dirà: è il
capitalismo. Ma è un po' più complesso di così. L'estate è diventata una
stagione sempre meno attesa e sempre più temuta. Da una parte il
termometro sale, l'asfalto si scioglie, i boschi bruciano, gli ospedali
si riempiono di persone ricoverate per colpi di calore. Dall'altra
riparte il rito estivo dell'informazione: le mappe con le città più
infuocate, l'ossessione per i record di temperatura, i servizi sui
ventilatori esauriti. E ovviamente i consigli degli esperti, ora pure
sui social: bevete molto, uscite poco, mangiate leggero. Poi in autunno
dimenticheremo tutto. Resettiamo ogni sofferenza, ogni dato, ogni
malore. Di più: negli ultimi anni si è diffusa la tendenza di provare a
resistere stoicamente all'estate. Specie le persone più consapevoli. Fa
un caldo estremo? E noi comunque ci concediamo l'aperitivo, organizziamo
i festival, . Si è diffusa una specie di diritto alla sofferenza. Manco
prendiamo precauzioni, tranne poi lamentarci del tutto tempo del caldo
che non è normale, figurarsi se possiamo concepire che il collasso
climatico si possa fermare. Oh, è estate, rilassiamoci. Con questo
caldo? Come se il caldo - e le conseguenze del caldo come gli incendi e
la siccità - fossero un incidente della natura e non il risultato di un
ordine economico che ha deciso, molto tempo fa, di trasformare
l'atmosfera in una discarica e il pianeta in un bilancio d'impresa. Il
capitalismo ama raccontare le conseguenze e cancellare le cause. È una
delle sue più grandi abilità. Così il collasso climatico diventa
"maltempo", "anomalia", "emergenza". Mai un modello di produzione. Mai
una precisa responsabilità politica. Mai un sistema economico costruito
sulla convinzione che la crescita infinita fosse possibile dentro un
mondo finito. Eppure i numeri parlano con una chiarezza che nessuna
conferenza stampa riesce più a coprire. Secondo il servizio europeo
Copernicus, giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai osservato
nell'Europa occidentale e il secondo più caldo a livello globale. I dati
di EuroMOMO, l'osservatorio europeo sulla mortalità sostenuto
dall'Organizzazione mondiale della sanità, mostrano oltre 10 mila
decessi in eccesso registrati durante le ondate di calore di fine giugno
(per molto meno nel 2020 l'Europa si è fermata per arrestare la pandemia
di coronavirus). Intanto le ondate di calore non sono più eccezioni ma
stanno diventando la normalità. Una normalità costruita a colpi di
petrolio, gas, cemento e consumo senza misura.La Sicilia è una delle
prime a pagare il conto. A metà luglio i satelliti del programma
Copernicus hanno registrato temperature della superficie del suolo
superiori ai 47 gradi sulle pendici dell'Etna, mentre in diverse aree
interne le stazioni meteorologiche hanno superato i 46 gradi dell'aria.
Numeri che oggi scorrono nel flusso delle notizie, come se fossero
inevitabili. Ma di inevitabile non c'è nulla. Non è inevitabile avere
città costruite come enormi piastre di cemento che moltiplicano il
calore. Non è inevitabile aver distrutto alberi, campagne e zone umide
per sostituirli con centri commerciali, parcheggi e capannoni. Non è
inevitabile continuare a finanziare combustibili fossili mentre si
pronunciano solenni discorsi sulla transizione ecologica. Queste sono
scelte. Scelte che hanno nomi, cognomi, consigli di amministrazione e
governi che le difendono. Ecco perché il collasso climatico non è
soltanto una conferma evidente degli orrori del capitalismo. E' qualcosa
di più, perché presuppone la nostra capacità di costruire un mondo
nuovo, diverso, che non cerchi compromessi col capitalismo. Basta un
solo esempio su tutti. Per decenni le grandi compagnie energetiche hanno
conosciuto gli effetti delle emissioni, e per decenni si è preferito
investire nella disinformazione piuttosto che cambiare modello
produttivo. Costava meno comprare consenso che rinunciare ai dividendi.
Eppure ancora oggi c'è chi con queste grandi compagnie energetiche
preferisce dialogare. Dal potere arrivano i problemi, non le soluzioni.
Senza scordare che lo stesso potere si è costruito un sistema per essere
immune al collasso climatico. E se il loro privilegio dovesse cominciare
a essere intaccato, niente paura: andranno a colonizzare la luna e gli
altri pianeti, come sostengono da tempi miliardari del calibro di Elon
Musk e Jeff Bezos. Invece chi raccoglie pomodori, monta impalcature,
consegna pacchi o lavora nei magazzini della logistica continua a
respirare aria rovente per otto, dieci, dodici ore. Ogni estate arrivano
ordinanze che limitano il lavoro nelle ore più calde. Ogni estate
arrivano in ritardo, vengono applicate a macchia di leopardo e si
scontrano con la stessa obiezione: fermarsi costa. Ma a chi? Di certo
non a chi rischia un infarto sotto il sole. Il profitto continua a
pretendere una cosa sola: che la produzione non si fermi mai. Nemmeno
quando la temperatura trasforma un cantiere in un forno. Nemmeno quando
un campo agricolo diventa una trappola. Nemmeno quando la crisi
climatica mostra con evidenza che il limite fisico del pianeta è
incompatibile con l'avidità del capitale. Poi c'è la Sicilia,
laboratorio perfetto delle contraddizioni italiane. Dove le temperature
in costante aumento amplificano gli effetti di decenni di speculazioni,
abbandono e scelte politiche orientate più al consenso immediato che
alla tutela del territorio.E mentre il paesaggio cambia, il mercato si
organizza. Vende condizionatori, vende assicurazioni, vende tecnologia.
Vende perfino la sostenibilità. Non ci salverà qualche gesto individuale
trasformato in campagna pubblicitaria. Non basteranno automobili
elettriche o distese di pannelli fotovoltaici o borracce di alluminio al
posto delle bottiglie di plastica. neppure se continuerà a dominare un
modello economico fondato sull'accumulazione infinita. Serve altro.
Servono comunità che tornino a organizzarsi, territori che sappiano
difendersi, lavoratori e lavoratrici che rifiutino di essere sacrificati
sull'altare della produttività, reti di solidarietà capaci di sottrarre
pezzi di vita alla logica del mercato. Perché la crisi climatica non si
affronta soltanto con nuove tecnologie, ma con nuovi rapporti sociali. E
se il caldo ci ricorda ogni giorno che il pianeta ha un limite, la
risposta non può essere adattarsi all'ingiustizia: deve essere costruire
la forza collettiva per cambiarla. Prima che il collasso climatico
diventi l'ennesima occasione di profitto di pochi a danno di molti. Un
altro clima è possibile, parafrasando il più celebre slogan della
stagione di Genova, a 25 anni di distanza dalla morte di Giulio
Giuliani? L'estate torrida che ci ha fatto boccheggiare, che ci ha
rovinato il sonno, che ha ucciso persone a noi care, deve farci
svegliare. Dal fuoco climatico bisogna passare al fuoco della
ribellione. Non è più tempo di indignarsi davanti all'ennesimo record di
temperatura. L'indignazione, da sola, evapora in fretta quanto una
pozzanghera sull'asfalto di agosto.
Andrea Turco
https://www.sicilialibertaria.it/2026/08/24/un-altro-clima-e-possibile/
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