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(it) Italy, Umanita Nova: FAKIR (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 24 Sep 2026 09:47:07 +0300
È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso
Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia
durante un fermo. ---- Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni
ed era titolare di una ditta di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi
mesi alla sua avvocata aveva manifestato timori legati all'entrata in
vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva paura di essere
espulso dall'Italia nonostante avesse i documenti in regola. --- La sua
terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più.
Sembra che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati
dell'autopsia. Anche se non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto.
Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra
a Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un
passo avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì.
Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir.
Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di
rispondere all'inquietudine, allo smarrimento, all'evidente sofferenza,
all'intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo
schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la
contenzione, il soffocamento.
Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo
Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa
impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle...
Tantissime sono le persone decedute in seguito all'esecuzione di un
fermo di polizia con annesso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO),
all'azione congiunta di divise e camici bianchi, di gazzelle della
polizia e ambulanze del 118 o della Croce Rossa.
Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli,
schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l'intervento della
polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti,
morto a Urago d'Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di
due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26
ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a
Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi,
immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante un
TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di
psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a
Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo
un'iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a terra
dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica. Igor
Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra
l'11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia
e sanitari nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in
posizione prona e potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni
all'interno di una chiesa di Vigevano dopo essere stata ammanettata,
contenuta e bloccata a pancia in giù da due vigili urbani il 3 novembre
2023.
E chissà quante altri.
Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze
dell'ordine durante l'esecuzione di un Trattamento Sanitario
Obbligatorio. Il TSO a tutt'oggi continua a essere l'unica pratica
considerata "medica" che impone una "cura" indesiderata e involontaria
attraverso l'intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono
praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso
finiscono così, con la morte "accidentale" di chi li subisce.
Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi
esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore
interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la minaccia.
L'unica risposta a chi si trova in un momento di difficoltà, chiede
aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e accoglienza sono le forze
dell'ordine e dosi massicce di neurolettici e sedativi. L'incontro
ravvicinato con una persona in forte crisi ha come conseguenza quasi
meccanica l'appello a chi ha il monopolio della forza. Farsi carico,
prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà
sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro
tempo, nel nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più
possibile. Si salta a piè pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per
strada è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri, e al
cittadino che non vuole guai non rimane che una soluzione, chiamare le
forze dell'ordine o l'ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria.
Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si
trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di
psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir
è morto perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità,
cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a
uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l'incolumità delle
persone, hanno messo in atto il loro compito primario: controllare,
contenere e reprimere.
Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità
collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda
e di rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in
vergogna o pericolo. Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma
psichiatrico va anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità
personale anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi
prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti
difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso.
Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è
in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone.
Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata
orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui
siamo abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è
detto che forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva
stupefacenti. È stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua
cartella clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte,
quando era andato al pronto soccorso dell'ospedale Maggiore di Bologna
per un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto
psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la
causa del suo omicidio.
La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha
già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti
e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto
nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis,
il registro "scudo" introdotto dall'articolo 12 del decreto sicurezza,
riservato ai casi in cui si presume sin da subito una causa di
giustificazione per chi porta una divisa, in adempimento del dovere. Chi
vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti
procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello
ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e
ammanettata, il punto di partenza dell'inchiesta è la presunzione che
agenti di polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito
legittimamente. Si tratta della prima applicazione in assoluto di questa
norma in Italia.
Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso
destinate a un doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre
alla presenza dei propri cari, private della consolazione di una verità
processuale plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che
giungono a una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore
inquietante elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della
persona deceduta a causa dell'abuso sono costretti a sopportare: la
privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile dei
fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a loro
più care.
Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della
perdita di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di
azioni, pensieri e rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di
capacità relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e
nei confronti di stati d'animo non rispondenti a uno standard conforme.
Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa
della necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera,
fatta di ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte
caratteristiche che, inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo
in questi anni infami.
Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova
normalità.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38, 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
https://umanitanova.org/fakir/
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