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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #21-26 - Simone de Beauvoir. La femminilità, una trappola (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 13 Aug 2026 07:21:39 +0300
«È un mondo maschile; sono gli uomini, con i loro desideri, le loro
speranze, le loro paure, a creare le condizioni che le donne cercano di
combattere nel proprio percorso di risalita.[...]Ogni uomo spera di
vedersi riconosciuti potere e superiorità, e tale riconoscimento può
arrivare soltanto da un individuo che gli sia inferiore: per sentire di
avere potere ha bisogno di oggetti pronti a obbedirgli. Certo, ha il
diritto di possedere e dominare la flora e la fauna, ma piante e animali
sono silenziosi e inerti, e non lo strappano alla sua solitudine. La
donna è al tempo stesso Natura e coscienza; è fiore, frutto, uccello,
pietra preziosa; è umana, capace di amare e di volere. Deve quindi
apparire "naturalmente inferiore" affinché sia possibile dominarla senza
commettere un'ingiustizia. Di fronte alle donne, agli uomini piace
assumere il ruolo di valorosi cavalieri pronti a combattere per
difenderle. Ma per meritare questa generosità la donna dev'essere
fragile o prigioniera. È possibile liberare Andromeda solo se è
incatenata, è possibile svegliare la Bella addormentata solo se giace
dormiente. L'uomo considera la donna come una proiezione dei propri
desideri, come il compimento della propria volontà di potenza. Se la
donna avesse conquistato una totale indipendenza, se la sua unione con
l'altro sesso si basasse su una perfetta uguaglianza, allora l'uomo si
sentirebbe privato di una parte di dolcezza. L'uomo ne è consapevole, ed
è la sua riluttanza ammessa o negata a innalzare il più grande ostacolo
che la donna deve superare nel mondo e nel proprio cuore».
La femminilità costruita, reificata e sottomessa a favore del privilegio
e della vanità maschile, dunque.
Così si chiude La femminilità, una trappola, articolo uscito su Vogue
(!) il 15 marzo 1947 che, per quanto breve, contiene in nuce tutti i
temi fondamentali che Simone de Beauvoir svilupperà in modo compiuto nel
Secondo sesso, pubblicato due anni dopo. L'articolo tocca quattro punti
principali: dopo un'introduzione sulla "condizione femminile", in altri
testi definita femminilità situata, de Beauvoir propone una breve
rassegna dei miti attraverso i quali viene costruita culturalmente e
socialmente la femminilità, per poi soffermarsi sulla crescita delle
donne fin da bambine sottoposte a modelli e precetti e, infine,
approdare alla conclusione citata che è allo stesso tempo punto di
arrivo e di partenza, estrema sintesi e audace apertura dello sguardo
sul mondo.
«Se è vero che tutti gli esseri umani coscienti e liberi hanno lo stesso
valore, la stessa dignità, è anche vero che sono il contesto e le
opportunità a determinare i problemi che ciascuno[e ciascuna]deve
affrontare.» Questa la femminilità situata della Simone de Beauvoir
esistenzialista. Ma che cos'è la "femminilità"? Qual è la "condizione
femminile"? Chi è "la donna"? In un'ottica situata non è fecondo porsi
queste domande in senso essenzialista, ma solo esistenzialista: cosa
vuol dire essere donna qui, ora, in questi rapporti di produzione, in
questi rapporti di potere, in questi rapporti tra generi, classi, gruppi
umani di ogni tipo, composizione e dimensione. Nel 1928 Virginia Woolf
tiene due conferenze su "Donne e romanzo": «Il titolo[...]poteva
significare[...]le donne e ciò che esse sono; oppure le donne e i
romanzi che scrivono; o ancora, le donne e i romanzi dei quali sono
protagoniste; o poteva lasciare intendere che le tre cose sono in certo
modo inestricabilmente congiunte[...]. Ma quando mi sono messa a
considerare l'argomento da quest'ultimo punto di vista,[...]ho dovuto
presto rendermi conto del fatto che[...][l]a sola cosa che potevo fare
era offrirvi un'opinione su un aspetto minore di questo argomento se
vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza
tutta per sé. La qual cosa, come vedrete, lascia irrisolti il grande
problema della vera natura della donna e quello della vera natura del
romanzo.» Credo che l'articolo di de Beauvoir e le conferenze di Woolf,
poi diventate Una stanza tutta per sé, siano due testi fortemente
affini, da leggere come un immaginario dialogo in cui le due autrici e
le loro opere si confrontano e illuminano vicendevolmente.
La femminilità è sempre situata, e viene costruita.
Dei miti attraverso i quali viene costruita la femminilità de Beauvoir
giudica il «più irritante e più falso» quello dell'eterno femminino. Un
mito, quello dell'eterno femminino, che vuole le donne «intuitive,
affascinanti e sensibili» oggi qualcun? lo chiama "sessismo benevolo",
ma di "benevolo" ha poco, a parte il candore e la subdola gentilezza che
spesso lo veicolano. Un mito: niente di naturale, innato e
immodificabile; nulla di ingenuo, innocente, casuale; tutto di
culturale, funzionale, strumentale. L'inferiorità della donna per la
superiorità dell'uomo. Non c'è un superiore senza un inferiore. Di più:
l'identità del superiore, del Sé, viene calcata sull'identità dell'Altro
(dell'Altra) e così, poi, efficacemente e strumentalmente rinsaldata.
Questo meccanismo permea non solo la costruzione dei generi, ma
qualsiasi dinamica relazionale e sociale dove due (o più) poli
interagiscono e consolidano la propria identità in schemi asimmetrici di
potere. Assoluto e Relativo.
«Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere
magico e delizioso di riflettere la figura dell'uomo ingrandita fino a
due volte le sue dimensioni normali. Quale che sia l'uso che se ne fa
nelle società civili, gli specchi sono indispensabili a ogni azione
violenta ed eroica.[...]Ciò serve a spiegare in parte la necessità che
tanto spesso gli uomini hanno delle donne. E serve anche a spiegare
perché gli uomini diventano così inquieti quando vengono criticati da
una donna[...]. Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello
specchio si rimpicciolisce; la capacità maschile di adattarsi alla vita
viene sminuita. Come farebbe lui a continuare a esprimere giudizi, a
civilizzare indigeni, a promulgare leggi, a scrivere libri, a vestirsi
elegante e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado
di vedere se stesso a colazione e a cena, ingrandito almeno due volte la
sua stessa taglia?» Questa è di nuovo Virginia Woolf.
Il Sé e l'altra, si diceva. L'Assoluto e la relativa. Ma anche l'Uomo
Universale e poi il particolare, la donna. La regola, il «tipo umano
ideale» citando de Beauvoir che è l'uomo maschio, l'eccezione che è la
donna. I miti abbondano. La donna come uomo mancato. La donna come
diminuzione della perfezione maschile. La donna come materia, corpo,
l'uomo come forma, mente. La soggettività delle teorie femminili,
l'oggettività e la scientificità di quelle maschili. L'"invidia del pene".
Ma anche l'eterno presente femminile, il futuro maschile. La
riproduzione doppiamente alienante e la produzione solitamente
alienante, ma potenzialmente creativa: «ogni casalinga è Penelope, che
disfa la notte il lavoro svolto durante il giorno», scrive de Beauvoir.
Poi prosegue: «Se in questa condizione di radicale dipendenza la donna
abbia potuto o meno trovare la felicità è una questione superflua, è
come chiedersi se l'uomo fosse più felice al tempo in cui le macchine
non esistevano. Il punto è che oggi le macchine esistono. Il punto è che
oggi, per vari motivi, le donne devono e vogliono lavorare, che poi è un
altro modo per dire che vogliono l'indipendenza dagli uomini. Quello che
stiamo cercando di definire è come vivano questo nuovo sforzo. Nella
mitologia, nelle fiabe che leggiamo ai bambini, alla donna assegniamo
sempre gli stessi ruoli. È Arianna abbandonata, Penelope al telaio,
Andromeda incatenata. È Cenerentola, o la Bella addormentata nel bosco
che attende di essere salvata dal Principe azzurro. È colei che attende,
che può trovare il proprio posto nel mondo solo attraverso l'amore di un
uomo. Provate a immaginare cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse
avuto una sorella dotata quanto lui. Priva di cultura e di indipendenza,
avrebbe potuto esprimersi solo attraverso avventure folli che con ogni
probabilità si sarebbero concluse tragicamente.» E di nuovo anche
Virginia Woolf si interroga su un'ipotetica vita di un'ipotetica sorella
di Shakespeare con vocazione e talento letterario leggete Una stanza
tutta per sé per scoprire come finisce, nella sua narrazione, questa
vita immaginata.
Alla donna, dice de Beauvoir, «non è mai stata data un'opportunità». Fin
da piccola impara ad ammirare (finanche adorare) gli uomini intorno a
lei e gli eroi delle fiabe, dei miti, delle tradizioni e «spesso prova
solo pietà e disprezzo per la misera vita domestica di sua madre[...].
Magnifica invece la persona del padre è lui a rappresentare la forza, il
potere, una finestra sul mondo, sulla vita e sul futuro. La bambina
desidera identificarsi con lui, e in questo modo riconosce e ammette la
superiorità dell'uomo sulla donna che è destinata a diventare.» Cosa
viene incoraggiato in questa bambina? «Il suo potere di seduzione. A
essere aggraziata, ben vestita, educata.[...]Inizia a crearsi un circolo
vizioso: più si conforma con docilità all'ideale che le è stato imposto,
meno sviluppa le sue potenzialità personali e meno troverà delle risorse
dentro di sé.» La bambina viene educata a essere vassalla del bambino,
per dirla con le parole di de Beauvoir. Da donna sarà vassalla
dell'uomo. Penso a Mary Wollstonecraft, a Elena Gianini Belotti.
Così è stata costruita la femminilità, questo è il modello di
femminilità che ha in-formato intere generazioni. E con sempre più forza
e brutalità agisce fuori e dentro di noi quell'ultimo inganno che è il
Mito della Bellezza, versione moderna e parzialmente rielaborata (per
meglio mascherarsi da emancipazione) del mito dell'eterno femminino
tanto irritante già per de Beauvoir. Penso a Naomi Wolf, teorica attenta
tanto al Mito della Bellezza quanto a uno dei suoi prodotti più
riusciti, l'immagine-caricatura, divenuta quasi creatura mitologica,
della Brutta Femminista.
Le donne così, tornando a de Beauvoir, «finiscono per accettare il
mondo. Il loro sforzo consiste solo nel cercare un posto su questa
terra. Perché? Perché le donne temono che perdendo questo senso di
inferiorità possano perdere anche ciò che le valorizza gli occhi degli
uomini.» La femminilità, una trappola. La Brutta Femminista: spettinata,
non depilata, "non decorosa" (come orgogliosamente rivendichiamo) chi
più ne ha più ne metta osa urlare in piazza, osa rivendicare diritti,
osa organizzarsi in reti di cooperazione politica che possono divergere
dalle pratiche politiche usuali. Quanto è lontana dall'eterno femminino
fatto di remissività, accondiscendenza e mansuetudine? Quanto spaventa?
Le donne talvolta, forse, ancora oggi «finiscono per accettare il
mondo». Ma solo finché non incontrano le altre donne, la solidarietà, la
sorellanza. Solo finché non praticano il transfemminismo, la cura, la
crescita come fioritura. Finché non leggono chi le ha precedute, quelle
delle quali spesso i libri di storia e filosofia non parlano ma che
eppure esistono, anche dentro di noi.
S.
https://umanitanova.org/simone-de-beauvoir-la-femminilita-una-trappola/
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