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(it) Italy, FDCA, Cantiere #45 - Più forte si sviluppa la lotta di classe minore è il rischio di una guerra fra gli Stati. (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Wed, 29 Jul 2026 08:18:29 +0300
Lasciare una singola categoria o un singolo sito industriale e
lavorativo da solo significa indebolirsi collettivamente. -- Per una
battaglia salariale unitaria e generalizzata, per la riduzione
giornaliera delle ore di lavoro e per l'introduzione di un meccanismo
automatico per il recupero del potere d'acquisto rispetto all'inflazione
reale. -- Cristiano Valente ---- Con evidente e manifesta sfida e
provocazione nei riguardi del significato che la giornata del Primo
Maggio ancora contiene per le organizzazioni sindacali e politiche del
movimento delle lavoratrici e dei lavoratori a livello internazionale,
il governo Meloni, ha approvato, l'ennesimo "decreto sul lavoro"
pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 30 aprile 2026 come Decreto-Legge
n. 62, entrato formalmente in vigore il 1° maggio 2026 denominato
"decreto Primo Maggio". L'articolato legislativo bypassando il concetto
di salario minino orario fa riferimento ad una vaga interpretazione del
"giusto salario" riferito al trattamento economico complessivo definito
dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni
sindacali e datoriali più rappresentative sul piano nazionale. Ma questa
generica indicazione non corrisponde affatto al riconoscimento "erga
omnes" della parte economica per tutti i lavoratori e lavoratrici di un
settore o di una specifica filiera lavorativa, ma rappresenta solo la
precondizione al riconoscimento di benefici di legge previsti ai datori
di lavoro. In sostanza la legge non sta dicendo "È vietato sottopagare i
lavoratori", ma sta dicendo "Se sottopaghi i lavoratori, non ti diamo
gli sconti sulle tasse". Di conseguenza, un'azienda potrebbe
teoricamente continuare a pagare stipendi molto bassi, rinunciando
semplicemente ai benefici statali.
In sostanza, non si riesce a superare il problema dei contratti
"pirata"- quelli firmati da associazioni di comodo per abbassare i
salari e ridurre le tutele - e, allo stesso tempo, si considerano i
contratti siglati da CGIL, CISL e UIL come l'unico parametro assoluto
per una paga equa.
Questo approccio, però, ignora il vero spirito dell'articolo 36 della
Costituzione, confermando ancora una volta che a garantire i diritti
sono i rapporti di forza e non le leggi fondamentali. La carta
costituzionale non lega il concetto di "giusta retribuzione" agli
accordi dei grandi sindacati, ma stabilisce un principio molto più
semplice e ovvio: il salario deve garantire al lavoratore e alla sua
famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
Purtroppo, accade sempre più spesso che proprio i contratti firmati
dalle sigle principali non rispettino questo standard, costringendo la
Magistratura ad intervenire per correggere le buste paga, come è già
successo nei settori della vigilanza privata e dei rider.
Non casualmente la leader della CISL, Daniela Fumarola esprime "grande
soddisfazione per gli elementi illustrati in conferenza stampa dal
Governo e dalla indicazione della premier Meloni circa la volontà di
rendere il provvedimento approvato oggi il primo passo di un patto
sociale per rilanciare retribuzioni, tutele e occupazione di qualità".
Infatti il decreto si limita a ripristinare ed a prorogare, con lo
stanziamento di circa un miliardo di euro per il padronato, alcune norme
di carattere fiscale, per altro in parte già in vigore e di cui
l'efficacia al fine di sostenere e determinare nuova occupazione si è
dimostrata largamente fallace, come i bonus per le assunzioni o le
trasformazioni a tempo indeterminato dei giovani fino a 35 anni,
riconoscendo alle aziende uno sgravio contributivo; così come il bonus
fiscale per le assunzioni di donne svantaggiate, con massimali più alti
per le cosi dette zone ZES (zone economiche speciali ) che oramai si
allargano a tutto il nostro martoriato meridione: dall'Abruzzo, al
Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Sardegna, Marche e Umbria.
E' prevista inoltre la proroga della imposta sostitutiva del 5% per gli
incrementi retributivi dei rinnovi contrattuali sottoscritti dal 1°
gennaio 2024 ai lavoratori con un reddito di lavoro dipendente fino a
33mila euro. Si prospetta inoltre di prorogare, con decorrenza dal 1°
gennaio 2028, la detassazione all'1% dei premi di produttività e delle
somme erogate a titolo di partecipazione agli utili entro il limite di
importo complessivo di 5mila euro.
Così come l'ulteriore proroga, con decorrenza 1 gennaio
2027,dell'applicazione dell'aliquota del 15% sulle maggiorazioni e
indennità di lavoro notturno, nei giorni festivi, indennità di turno, o
per straordinari entro il limite annuo di 1.500 euro.
Inoltre i lavoratori possono scegliere di convertire, in tutto o in
parte, i premi di risultato e le quote di partecipazione agli utili in
prestazioni di welfare aziendale.
Questa opzione è disciplinata dalla Legge Sbarra (Legge 15 maggio 2025,
n. 76), entrata in vigore il 10 giugno 2025. La norma attua l'articolo
46 della Costituzione sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione
delle imprese, su proposta d'iniziativa popolare della CISL. Scegliendo
la conversione in welfare, i lavoratori beneficiano di un'esenzione
fiscale e contributiva totale per importi fino a 5.000 euro.
I presunti aumenti dell'occupazione giovanile non trovano riscontro
nella realtà. Centinaia di migliaia di giovani, privi di sbocchi
concreti, sono infatti costretti a emigrare. Inoltre, gli eventuali
aumenti salariali vengono finanziati tramite la fiscalità generale. La
conseguenza è ovvia: siamo noi stessi, come lavoratori e lavoratrici, a
pagarci questi minimi incrementi attraverso le tasse. Questo meccanismo
riduce ulteriormente le risorse destinate ai servizi pubblici e al
welfare universale. Ma non solo. Per un eventuale e parziale recupero
salariale si incentiva, di fatto, il lavoro disagiato e quello
straordinario, prevedendo un'ulteriore riduzione fiscale su queste
indennità invece che prospettare orari e turnificazioni meno pesanti e
meno stressanti e maggiore tempo libero, a partire dai giorni festivi,
diventati oramai giornate lavorative effettive, soprattutto nel settore
dei servizi. Si pensi al mondo della grande distribuzione (GDO) e nella
stessa logistica, settori lavorativi oramai abitualmente funzionanti ed
aperti nei giorni festivi e nello stessa giornata del Primo Maggio.
La realtà lavorativa ed occupazionale reale invece si presenta con una
drammaticità assoluta. L'unica fascia che cresce è quella degli over 50,
mentre giovani e donne restano fortemente penalizzati. Le donne hanno
livelli di occupazione tra i più bassi d'Europa e molti giovani sono
costretti a lasciare il nostro paese. Nell'industria l'occupazione
continua a calare e sta riprendendo la cassa integrazione, mentre la
crescita si concentra nel terziario, soprattutto nel turismo, dove
aumentano part-time involontari, orari oltre le otto ore e condizioni
salariali disastrose. Nel settore della logistica e del Delivery è la
magistratura ad essere un minimo argine contro le multinazionali come
Deliveroo e Glovo, mentre le strutture di resistenza sindacali non
riescono ancora a penetrare in questo settore lavorativo, che vede per
altro manodopera soprattutto immigrata.
Anche nel settore manifatturiero tradizionale gli aumenti contrattuali
sono stati all'insegna di una perdita reale rispetto all'inflazione, a
partire dal settore metalmeccanico, nonostante resti uno dei settori
maggiormente sindacalizzati, cosi come nel settore pubblico dove gli
aumenti definiti con l'avallo di gran parte delle organizzazioni
sindacali maggiormente rappresentative sono state di un terzo rispetto
all'inflazione reale.
La sconfitta del governo rispetto al referendum costituzionale del 22 e
23 marzo scorso è stata una chiara conferma del malessere generale della
classe lavoratrice, in particolare da parte delle nuove generazioni, le
quali, più che alla presunta difesa della Costituzione a cui alludono le
organizzazioni riformiste, hanno manifestato il loro dissenso rispetto
alle loro condizioni materiali ed ai contesti generali della crisi e dei
nuovi venti di guerra guerreggiata. La fase che stiamo vivendo è
d'altronde la dimostrazione di una verità storica per la quale il
capitalismo non costituisce un sistema nel suo complesso armonico,
razionalizzabile e programmabile, men che meno controllabile nel suo
sviluppo, in quanto l'intero sistema capitalistico non riesce a
eliminare i propri conflitti interni che esplodono, talvolta, anche in
forme violente, di cui la guerra è una conseguenza inevitabile.
Per questo massima importanza e massima necessità in questa fase
dovrebbe avere una ripresa della lotta economica e politica contro il
governo che veda l'intero movimento dei lavoratori rivendicare obiettivi
chiari ed unificanti senza dividersi nelle singole categorie. Lasciare
una singola categoria o un singolo sito industriale e lavorativo da solo
significa indebolirsi collettivamente. Significa ridurre oltremodo la
forza e l'unità del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici
indebolendo e riducendo il concetto di solidarietà di classe, unico
elemento che può contrastare la forza economica e politica del padronato
e del governo. Di tutti i governi.
Se l'urgenza di un aumento reale dei salari, che viene sempre più
formalmente indicata non solo dalle dirigenze sindacali, ma con lingua
biforcuta dalle stesse strutture di studio del padronato è oramai
acclarata, occorre mettere all'ordine del giorno della battaglia
sindacale la rivendicazione di uno strumento automatico universale di
recupero salariale. Altro che iniziative di raccolta firme per
improbabili leggi di iniziativa popolare sulla Sanità e sugli Appalti
che l'attuale gruppo dirigente della CGIL ha messo in campo.
Del resto un tale istituto di recupero salariale, seppur parziale, è già
in parte presente nel contratto dei meccanici, come meccanismo di
salvaguardia salariale in caso di vacanza contrattuale oppure come
conguaglio automatico rispetto all'inflazione reale. Lo stesso decreto
lavoro del Primo Maggio stabilisce, in caso di vacanza contrattuale di
oltre 12 mesi, una percentuale automatica di adeguamento salariale del
30% prevista dall'indice IPCA-NEI.
Anche se non casualmente, sotto la forte pressione di Confindustria, è
stata eliminata la proposta iniziale che obbligava le imprese a pagare
tutti gli arretrati dalla data di scadenza in caso di rinnovo tardivo
del contratto.
Inoltre il problema è che tale indice, cioè l'Indice dei Prezzi al
Consumo Armonizzato al Netto dei beni Energetici Importati, calcolato
dall'Istat e utilizzato per i rinnovi dei contratti collettivi nazionali
non corrisponde affatto all'indice di inflazione reale, escludendo
appunto i beni energetici quali gas naturale, petrolio greggio e carbone
importati. La motivazione truffaldinamente addotta a questa depurazione
dei prezzi dell'energia importata dipende dal fatto che i prezzi
dell'energia dipendono fortemente da fattori internazionali
imprevedibili ed esogeni, quindi la loro esclusione creerebbe un indice
più stabile che riflette l'inflazione interna reale, quando in realtà al
primo fruscio di guerra e di conflitto, come in questa fase, con la
chiusura dello stretto di Hormuz, i prezzi della benzina alla pompa
aumentano automaticamente facendo aumentare di molto il peso per la
mobilità che rappresentano una delle voci più pesanti nei bilanci familiari.
Accanto al ripristino di un meccanismo automatico del recupero
dell'inflazione occorrerebbe quindi disdettare il"Patto della Fabbrica"
del 2018, accordo interconfederale questo siglato in armonia con
Confindustria e con il quale la stessa CGIL accettò il recupero
salariale indicato dall'indice IPCA - NEI inizialmente introdotto nel
2009 con l'accordo separato del 22 gennaio 2009 siglato dal Governo CISL
UIL e dalle associazioni imprenditoriali e non dalla CGIL.
Così come occorrerebbe costruire una battaglia reale di riduzione
giornaliera delle ore di lavoro che scardini completamente il concetto
di flessibilità oraria plurisettimanale e lo stesso uso degli
straordinari. A fronte di un tale scenario e di una tale situazione
politica sindacale occorre utilizzare l'oggettivo indebolimento del
governo Meloni non per rilanciare nuove alleanze elettorali in vista
delle politiche del 2027, ma per riprendere e generalizzare le lotte su
obiettivi unificanti quali il salario, orario, la sanità, l'istruzione e
i trasporti, le pensioni e la lotta alla precarietà, per tornare a
vincere nella difesa delle condizioni di vita delle classi subalterne e
per rilanciare e rafforzare l'unità internazionalista delle lavoratrici
e dei lavoratori di tutto il mondo, coniugando queste lotte contro
l'incipiente militarismo e contro le guerre imperialiste, contro la
fame, la miseria, la devastazione e la morte che queste impongono.
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