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(it) Italy, FDCA, Cantiere #45 - Porto Alegre e l'internazionalismo possibile: luci, ombre e contraddizioni della Conferenza antifascista - Totò Caggese (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sun, 26 Jul 2026 08:00:55 +0300


Tra il 26 e il 29 marzo 2026 si è svolta a Porto Alegre la prima Conferenza internazionale antifascista e anti-imperialista. Un tentativo ambizioso: costruire uno spazio internazionale in una fase di frammentazione e crisi della sinistra globale. Promossa da un ampio arco di organizzazioni politiche, sociali e sindacali - tra cui settori del PSOL, del PT, del PCdoB e del Movimento Sem Terra - la conferenza ha riunito delegazioni da oltre quaranta paesi. L'obiettivo dichiarato era quello di costruire uno spazio di coordinamento internazionale contro l'avanzata delle destre radicali, il ritorno della guerra e le trasformazioni del capitalismo globale. L'iniziativa si è articolata in plenarie, assemblee e numerosi panel autogestiti, registrando una partecipazione significativa di attivisti, lavoratori e giovani.

Non era scontato che uno spazio del genere riuscisse a esistere

La Conferenza internazionale antifascista ha rappresentato un passaggio politico significativo. Delegazioni provenienti da oltre quaranta paesi, una forte partecipazione giovanile e una presenza articolata di movimenti, sindacati e organizzazioni politiche hanno restituito l'immagine di uno spazio internazionale ancora possibile.
In un contesto segnato dall'avanzata globale delle destre radicali, dalla crisi sociale e dall'intensificarsi dei conflitti, il tentativo di costruire un terreno comune di confronto e coordinamento assume un valore che va oltre l'evento in sé, indicando una possibilità politica ancora aperta.
La conferenza ha avuto il merito di riportare al centro alcune questioni decisive: la crescita dell'estrema destra, l'attacco ai diritti sociali e del lavoro, la crisi climatica, la dimensione globale delle politiche neoliberali e il ritorno della guerra come elemento strutturale dei rapporti internazionali.

Una convergenza ampia, ma fragile
La composizione della conferenza rifletteva una forte eterogeneità politica: organizzazioni della sinistra radicale, settori del sindacalismo, movimenti sociali, realtà legate al progressismo istituzionale.
Questa ampiezza ha rappresentato allo stesso tempo una ricchezza e un limite.
Da un lato, ha permesso di costruire uno spazio di incontro internazionale difficilmente realizzabile in altre condizioni; dall'altro, ha reso evidenti divergenze profonde sul piano dell'analisi e delle prospettive. La difficoltà a tenere insieme queste differenze senza affrontarle apertamente si riflette nel documento finale, che appare per molti aspetti condivisibile nelle denunce generali, ma più incerto e contraddittorio quando entra nel merito delle questioni più controverse.

Antifascismo e anti-imperialismo: categorie da ridefinire
Uno dei limiti più evidenti emersi nel corso della conferenza riguarda la mancanza di una definizione condivisa e rigorosa delle categorie centrali attorno a cui si costruiva l'iniziativa.
Cosa si intende oggi per fascismo? Quali sono i suoi tratti distintivi nel contesto contemporaneo? Come si articola un antifascismo efficace che non si riduca a una parola d'ordine generica?
Su questi punti il confronto è rimasto in larga parte implicito, quando non completamente assente.
Analogamente, il riferimento all'anti-imperialismo è apparso spesso segnato da una lettura selettiva e gerarchica dei conflitti globali. Se da un lato il documento denuncia con forza le responsabilità degli Stati Uniti e dei loro alleati, dall'altro emergono rimozioni significative.
L'assenza di una condanna esplicita dell'aggressione russa all'Ucraina e il silenzio sulle dinamiche repressive interne di altri contesti indicano una difficoltà a mantenere un criterio coerente.
Questa selettività non è un elemento secondario: rischia di indebolire proprio l'impianto politico che si vorrebbe rafforzare.

Il nodo dei governi progressisti
Un altro elemento critico riguarda il rapporto con i cosiddetti governi progressisti.
In diversi interventi è emersa la necessità di interrogarsi sul legame tra le esperienze di governo della sinistra e la crescita delle destre radicali.
La delusione prodotta da politiche percepite come insufficienti o in continuità con l'impianto neoliberale viene indicata, in più contesti, come uno dei fattori che hanno favorito l'ascesa dell'estrema destra. Tuttavia, questa riflessione non trova spazio nel documento finale, come se fosse un nodo da evitare più che da affrontare. La mancanza di una valutazione critica del ruolo di questi governi segnala un limite politico rilevante, soprattutto in un contesto in cui la costruzione di un'alternativa credibile passa anche attraverso la capacità di fare i conti con le esperienze recenti.

Un limite strutturale: partecipazione e metodo
Accanto ai nodi politici, la conferenza ha mostrato anche un limite sul piano del metodo.
A fronte di una partecipazione ampia, gli spazi reali di discussione e decisione sono rimasti fortemente compressi. Le plenarie si sono configurate più come momenti di esposizione che come luoghi di confronto effettivo; il documento finale non è stato il risultato di un processo aperto di elaborazione collettiva. Senza spazi di discussione reale e senza processi democratici trasparenti, il rischio è quello di riprodurre le stesse dinamiche che si vorrebbero contestare. In altre parole: non basta evocare la partecipazione, bisogna costruirla.

Un'assenza significativa: lo sguardo libertario
Un elemento che colpisce è la scarsa visibilità di un punto di vista libertario e anarchico.
Questa assenza ha conseguenze politiche concrete. Viene meno una tradizione che ha storicamente posto al centro la critica dello Stato, la diffidenza verso ogni forma di potere centralizzato e il rifiuto di subordinare le lotte sociali a logiche geopolitiche.
È anche questa assenza a contribuire a spiegare alcune delle ambiguità emerse.
Uno sguardo libertario non risolverebbe automaticamente queste contraddizioni, ma contribuirebbe a renderle esplicite.
La Conferenza di Porto Alegre rappresenta un passaggio significativo, ma non conclusivo.
Ha mostrato la possibilità di costruire uno spazio internazionale di confronto, ma anche i limiti attuali della sinistra globale: difficoltà di definizione teorica, incoerenze politiche, debolezza delle pratiche democratiche. Più che un punto di arrivo, Porto Alegre appare come uno specchio delle contraddizioni presenti.

Per andare oltre
Se questa esperienza avrà un seguito, il nodo non sarà semplicemente replicarla, ma affrontare ciò che è emerso. Un internazionalismo reale non può fondarsi su rimozioni selettive né su equilibri impliciti tra posizioni divergenti.
Deve essere capace di nominare tutte le forme di dominio e di costruire pratiche di lotta autonome. È su questo terreno che si giocherà la possibilità di trasformare un momento importante in un processo politico reale, all'altezza della fase.

http://www.alternativalibertaria.org
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