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(it) Italy, FDCA, Cantiere #45 - La catastrofe ecologica è risolvibile con l'etica? (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Fri, 24 Jul 2026 07:35:01 +0300


Pubblichiamo qui alcuni estratti dall'ultimo lavoro del sociologo Alain Bihr, L'écocide capitaliste, coedito nel febbraio 2026 in tre volumi da Page 2 (Losanna) e Syllepse (Parigi). ---- L'obiettivo dell'autore è fare il punto sulla catastrofe ecologica in corso e mostrare come i rapporti di produzione capitalistici ne siano una delle cause strutturali e ricordare che solo uno sconvolgimento rivoluzionario può permetterci di limitarne gli effetti. Gli estratti pubblicati qui si concentrano su alcuni dei meccanismi di auto-giustificazione del capitale, costantemente alla ricerca di valorizzazione e accumulazione. Vengono così analizzati i «piccoli gesti», l'invito ad assumersi dei rischi e, infine, l'appello alla resilienza.

Qui l'etica finisce per fare di necessità virtù, vale a dire nell'insegnare la sottomissione volontaria all'ordine delle cose esistente - in questo caso al capitalismo ecocida - con l'effetto principale di giustificarlo, mascherandone in particolare la pesante responsabilità nella catastrofe ecologica in corso. E, proprio come nel caso del ricorso alle presunte virtù del mercato e della tecnica, la soluzione viene cercata in una risorsa interna al capitalismo stesso, da esso prodotta e modellata.

Si tratta, nello specifico, dell'individualità assoggettata, caratterizzata al tempo stesso dalla propria indipendenza personale - dalla liberazione dai legami di dipendenza personali e comunitari, dalla presunta autonomia di pensiero e di vita - e dalla sua dipendenza impersonale: una dipendenza dall'insieme dei rapporti sociali autonomizzati e feticizzati che caratterizzano il capitalismo, e che le impongono di essere, in ogni circostanza, responsabile - e unica responsabile - dei propri atti e della propria condizione, sottomettendosi alle loro ingiunzioni (Bihr, 2017: 195-208).

Facciamo un piccolo gesto!

Nudge è un termine inglese che significa letteralmente "colpetto di gomito", nel senso di "spinta gentile", un aiuto limitato e puntuale. Indica una tecnica che consiste nell'indurre gli individui ad adottare un determinato comportamento valorizzandolo ai loro occhi.

Questa tecnica è stata resa popolare dal best-seller di Cass Sunstein e Richard Thaler, che porta proprio questo titolo (Nudge, 2022). Derivata dalla psicologia comportamentale (Thaler ha ricevuto il "Premio Nobel" per l'economia nel 2017), essa si fonda sull'idea che «piccoli cambiamenti nel contesto dell'azione possono esercitare una grande influenza sui bambini come sugli adulti, in senso positivo o negativo (...) piccoli dettagli, apparentemente insignificanti, possono avere un impatto enorme sul comportamento delle persone» (Id.: 19 e 22).

Un esempio emblematico è la mosca disegnata sul fondo degli orinatoi per spingere gli uomini a mirare meglio, riducendo così gli schizzi e i costi di pulizia dei servizi pubblici...

Questa tecnica rientra in ciò che Sunstein e Thaler definiscono un «paternalismo libertario», che consiste nell'incoraggiare (ma non costringere) gli individui a prendere le decisioni "giuste" e a compiere le azioni "giuste", ossia quelle che contribuiranno al loro benessere, comportandosi come quei soggetti razionali che non sono spontaneamente, ma che il funzionamento del capitalismo richiede:

«Nel senso in cui lo intendiamo, una politica è "paternalista" se cerca di influenzare le scelte in modo da promuovere l'interesse delle persone, così come esse lo concepiscono (...) In breve, il nostro obiettivo è aiutare gli individui a prendere le decisioni che avrebbero preso se avessero prestato piena attenzione, se avessero posseduto un'informazione completa, capacità cognitive illimitate e un totale autocontrollo» (Id.: 24).

L'espressione stessa «paternalismo libertario» rivela tutta l'ambivalenza di questa tecnica: si tratta di "guidare" dolcemente i comportamenti individuali nella direzione dell'interesse personale o generale, fino a trasformarli, pur rispettando formalmente la libertà di scelta. Ritroviamo qui, in forma quasi esemplare, la contraddizione propria dell'individualità assoggettata.

Pensata per influenzare i comportamenti individuali, questa tecnica interessa non solo le imprese capitalistiche - che l'hanno inizialmente sviluppata nel marketing - ma anche le amministrazioni pubbliche, impegnate a ottenere dai cittadini l'adesione a leggi e regolamenti. Queste ultime sono così indotte a elaborare e diffondere incentivi (nudges) che affiancano o talvolta sostituiscono obblighi e divieti. Non a caso, Sunstein e Thaler sottolineano con soddisfazione il numero crescente di Stati e organizzazioni internazionali che hanno creato al loro interno delle vere e proprie Nudge Units (Id.: 34-35).

Questa tecnica può essere applicata anche alle politiche di gestione della catastrofe ecologica. L'idea di fondo è che, come i piccoli ruscelli fanno i grandi fiumi, una miriade di «piccoli gesti» quotidiani - evitare gli sprechi, spegnere la luce uscendo da una stanza, non lasciare scorrere l'acqua inutilmente, ridurre il riscaldamento domestico, ecc. - possa contribuire a uscire dall'attuale regime ecologico catastrofico.

A questi si aggiungono altre pratiche: ridurre o eliminare il consumo di carne, scegliere prodotti biologici, differenziare i rifiuti, privilegiare i trasporti collettivi rispetto all'auto privata, rinunciare all'aereo, condividere beni di consumo (auto, lavatrici, libri, ecc.). Più in generale, si tratta di promuovere una "rivoluzione" dei comportamenti individuali, responsabilizzando - e spesso colpevolizzando - gli individui, presentati come i principali, se non unici, responsabili della crisi ecologica.

Ma questa impostazione è altamente problematica. Il numero di nudges necessari sarebbe tale da risultare incoerente e, soprattutto, da provocare il rifiuto di individui che finirebbero per rigettare una manipolazione permanente. E, soprattutto, non vi è alcuna garanzia che tali misure siano sufficienti: qualche miliardo di piccoli incentivi non basterà a tirarci fuori dall'impasse ecologica in cui il modo di produzione attuale ci ha condotti (Rotillon, 2020: 88-97).

Gli stessi Sunstein e Thaler lo riconoscono nel capitolo - significativamente intitolato «Salvare il pianeta» - dedicato al tema. Avvertono fin da subito: «Se state leggendo questo capitolo sperando di scoprire che non c'è motivo di preoccuparsi perché qualche nudge a basso costo risolverà il problema, ci dispiace deludervi» (Id.: 263).

Dopo aver evocato strumenti come le tasse sul carbonio o i mercati delle emissioni, riconoscono la superiorità delle misure vincolanti rispetto ai semplici incentivi: «Dobbiamo almeno riconoscere che regole e obblighi offrono probabilmente ai consumatori l'opportunità di realizzare risparmi significativi, proteggendo al tempo stesso il pianeta» (Id.: 275). I nudges vengono così relegati a strumenti complementari: «Una legislazione mirata, che vada oltre il metodo "soft", potrebbe essere necessaria in diversi ambiti. Interventi assimilabili ai nudges potrebbero completare la gamma degli strumenti» (Id.: 276).

Gli esempi proposti restano tuttavia limitati: pubblicare la lista delle imprese più inquinanti (name and shame), impostare automaticamente opzioni "verdi" per i consumatori, confrontare i consumi energetici tra vicini, ecc.

Il limite principale della strategia dei «piccoli gesti» sta nei suoi presupposti. Da un lato, presume che sia possibile trasformare i consumi senza intervenire sul processo produttivo che li determina, ignorando il legame strutturale tra produttivismo e consumismo. Usare fino in fondo un elettrodomestico si scontra con l'obsolescenza programmata; differenziare i rifiuti non incide sulle pratiche di sovraimballaggio; rinunciare all'auto è spesso impossibile senza trasporti pubblici adeguati; abbassare il riscaldamento serve a poco in abitazioni mal isolate.

In altre parole, prima di chiedere ai consumatori di "fare la loro parte", sarebbero i produttori a dover dare l'esempio.

Dall'altro lato, questa strategia attribuisce agli individui - isolati, atomizzati - la responsabilità di correggere una dinamica ecocida che deriva dai rapporti di produzione capitalistici stessi, senza metterli in discussione. Una contraddizione che può essere superata solo attraverso un'azione collettiva, capace di trasformare questi rapporti o di sostituirli.

Il che implica inevitabilmente un alto livello di conflitto politico, ben lontano dal mondo rassicurante in cui ciascuno è invitato a «fare un gesto per salvare il pianeta» in tutta buona coscienza... e inconsapevolezza.

Corriamo il rischio!

Di fronte a rischi di ogni genere, in costante aumento (per intensità e frequenza) sotto l'effetto della catastrofe ecologica - ma anche di alcune sue presunte soluzioni di mercato o tecniche - si sono levate voci che cercano di convincerci che questi rischi siano il prezzo da pagare per continuare sulla strada del «progresso», dello «sviluppo» o della «modernità». Termini vaghi e ambigui, che, attraverso il loro eufemismo, velano e legittimano ciò che accompagna il divenire-capitalismo del mondo: vale a dire la crescente presa distruttiva del capitale sul mondo naturale e sociale, man mano che lo sottomette alle esigenze della propria riproduzione. È in questo senso che li intendo nel seguito.

Tra queste voci, la più influente è stata quella del sociologo tedesco Ulrich Beck (1944-2015), autore di un altro best-seller, La società del rischio. Secondo Beck, nella seconda metà del XX secolo si sarebbe verificata «una rottura all'interno di una modernità che si emancipa dai confini della società industriale classica per assumere una nuova forma - che qui chiamiamo "società industriale del rischio"» (Beck, 2001: 20), costringendoci ad abbandonare «la religione del progresso», cioè la credenza ingenua nelle virtù intrinseche della modernità.

Quest'ultima, infatti, non ha mantenuto le sue promesse: la miseria persiste, le disuguaglianze sociali tornano a crescere, le periferie del mondo restano nel sottosviluppo. Inoltre, laddove si è prodotto un aumento della ricchezza, esso è stato accompagnato da una serie di nuovi mali, che Beck riunisce sotto il concetto di rischio: inquinamento, catastrofi industriali, rischio nucleare, minacce alla salute e alla sicurezza, ecc.

Si tratta di rischi non più esterni o naturali, ma generati dallo stesso sviluppo industriale e dal suo apparato tecnico-scientifico; rischi non occasionali ma generalizzati, che colpiscono tanto gli esseri umani quanto i non umani, denunciati in particolare dai movimenti ecologisti; rischi che alimentano tendenze antimoderne (critica della scienza, della tecnica, della crescita economica, ecc.).

In breve, saremmo passati da una «società del progresso», fiduciosa nelle scienze e nelle tecniche, a una «società del rischio», consapevole della loro ambivalenza e dei «danni del progresso», e dunque attraversata da una crescente perdita di fiducia nella razionalità scientifica e tecnica - tanto più che essa, essendo parte del problema, è incapace sia di prevenire questi rischi sia di proteggerci da essi.

La crescita della ricchezza si è così accompagnata a una crescita dei rischi, al punto che la loro distribuzione ha sostituito quella della ricchezza come principale terreno di conflitto politico. Nella «società del rischio», non sarebbe più centrale la lotta di classe per l'appropriazione delle risorse, ma il rapporto ai rischi e la loro distribuzione. Una società in cui cresce la sensibilità al rischio e, insieme, la domanda di sicurezza rivolta allo Stato - che spesso non è in grado di rispondervi.

Un secondo fattore aggrava ulteriormente questa dinamica: ciò che Beck chiama «una spinta sociale all'individualizzazione» (Id.: 158). A determinarla contribuiscono lo sviluppo dello Stato sociale, l'aumento della speranza di vita, la riduzione del tempo di lavoro, la diffusione dei beni culturali, la trasformazione dei mercati del lavoro (più mobilità, precarietà, flessibilità).

Questa affermazione dell'individuo destabilizza le strutture della società industriale, a partire dalle solidarietà di classe, dando luogo a «un capitalismo senza classi sociali, che tuttavia conserva tutte le sue strutture e le disuguaglianze che ne derivano» (Id.: 160). Essa investe anche la famiglia, mettendo in discussione i ruoli tradizionali e contribuendo all'emancipazione femminile, ma introducendo nuovi rischi, come la precarietà economica e relazionale.

Così «è l'individuo stesso (...) che diventa l'unità di riproduzione della sfera sociale» (Id.: 162). Ciò non impedisce, anzi favorisce, la nascita di nuove comunità e movimenti sociali (ecologisti, pacifisti, femministi) mobilitati contro i rischi della società industriale.

Tuttavia, Beck non giunge a parlare di società "post-industriale". Egli propone piuttosto una nuova fase della modernità: una «modernità riflessiva». In essa, le società continuerebbero a modernizzarsi, ma in modo più consapevole, mettendo in discussione il ruolo esclusivo di governi, esperti e scienziati.

Questa modernità riflessiva comporterebbe un nuovo rapporto con la scienza - più autocritico e aperto alle esigenze sociali - e con la politica, attraverso una democratizzazione delle decisioni anche al di fuori delle istituzioni rappresentative, mediante contro-poteri diffusi (media, associazioni, cittadini, ecc.).

In sostanza, Beck propone un nuovo "grande racconto" della modernità, divisa in due fasi: la seconda correggerebbe la prima grazie alla riflessività. Ma questo racconto non regge a un'analisi storica rigorosa.

Come mostrano Jean-Baptiste Fressoz e Dominique Pestre (2013), la modernità è sempre stata riflessiva: ha sempre avuto consapevolezza dei rischi che produceva - ma ha comunque scelto di correrli. Più che riflessività, essa si caratterizza per una vera e propria disinibizione rispetto al rischio:

«Il termine disinibizione ha il vantaggio di unire due momenti: quello della riflessività, ma anche quello del passaggio all'atto, della normalizzazione del pericolo. La modernità è stata un processo di disinibizione - sempre però già inquieta» (Id.: 24).

Fin dall'inizio della rivoluzione industriale, la gestione dei rischi ha mirato non a eliminarli, ma a renderli accettabili: attraverso norme, autorizzazioni, assicurazioni, soglie di tolleranza. Nel dopoguerra, con il fordismo e lo Stato sociale, questa logica si generalizza, mentre emergono anche critiche radicali ai danni ambientali.

Dagli anni '80, il neoliberismo tende a individualizzare la gestione dei rischi, scaricandola sui singoli, mentre cresce la domanda di protezione verso lo Stato. È in questo contesto che Beck elabora le sue tesi.

Ma proprio qui emergono i limiti della sua analisi. La modernità non è diventata riflessiva oggi: lo è sempre stata - senza per questo rinunciare ai rischi. Ciò che conta, piuttosto, è che questi rischi sono stati sistematicamente fatti ricadere su altri: lavoratori, popolazioni locali, consumatori.

Il rischio è intrinseco all'industrializzazione capitalistica perché l'uso delle forze produttive sfugge al controllo dei produttori ed è subordinato alla valorizzazione del capitale. Non sono dunque la scienza e la tecnica in sé il problema, ma i rapporti sociali che le governano.

Questo aspetto sfugge completamente a Beck, che arriva a sostenere che i monopoli della società industriale si starebbero dissolvendo. In realtà, uno di essi si è rafforzato: il monopolio capitalistico dei mezzi di produzione.

Se oggi l'umanità non riesce a controllare i rischi dello sviluppo tecnico-scientifico, è perché la maggioranza degli individui è espropriata del controllo della produzione. Anche le proposte di Beck restano superficiali: ad esempio, quando auspica che i tecnici possano esprimere liberamente i rischi che osservano.

La soluzione radicale sarebbe un'altra: abolire la dipendenza salariale e restituire ai produttori il controllo dei mezzi di produzione. Senza questa trasformazione, ogni idea di contro-potere resta illusoria.

La promessa di una «modernità riflessiva» capace di dominare i rischi è dunque un'illusione. Essa equivale a invitarci a continuare a sottometterci alla logica capitalistica del rischio - quella che ieri ha imposto fertilizzanti e pesticidi, oggi gli OGM e domani la geoingegneria.

In fondo, come mostra tutta la storia della modernità, la riflessività non ha mai eliminato questa disinibizione: ne è stata parte integrante. Solo un'uscita dalla modernità - cioè dal divenire-capitalismo del mondo - potrebbe liberarci.

Siamo resilienti!

Poiché, all'interno della modernità, il rischio è inevitabile, bisogna imparare a gestirlo, se non ad addomesticarlo. Ciò impone di diventare resilienti.

Il termine resilienza designa inizialmente la capacità di un materiale di resistere a un urto o di riprendere la propria struttura originaria dopo essere stato deformato, come una molla o una materia plastica. Per estensione, è poi passato a indicare la capacità di un corpo, di un organismo, di una specie, di un sistema, ecc., di superare un'alterazione del proprio stato dovuta a una modificazione dell'ambiente, ritrovando lo stato precedente o evolvendo verso un nuovo stato stabile senza cambiare fondamentalmente struttura.

È in psicologia che il concetto di resilienza ha ricevuto il suo battesimo accademico nel campo delle scienze umane. A partire dagli anni Cinquanta, esso è stato elaborato da psicologi anglosassoni - principalmente Emmy Werner, Michael Rutter e Norman Garmezy - che lavoravano con persone che avevano vissuto nell'infanzia situazioni traumatiche: maltrattamenti, incuria, abbandono, aggressioni fisiche o sessuali, famiglie disperse o distrutte dalla miseria, dalla fame, dalle epidemie, dalla guerra, ecc. Contro ogni aspettativa, essi notarono che alcune di queste persone erano comunque riuscite a diventare adulti apparentemente realizzati. Da allora, il concetto indica comunemente la capacità che alcune persone possono sviluppare di "rimbalzare", in qualche modo, dopo un'esperienza traumatica, oppure semplicemente di costruirsi in un ambiente sfavorevole.

In Francia, questo concetto è stato introdotto in particolare da Boris Cyrulnik, medico neuropsichiatra, che lo ha reso popolare attraverso numerosi libri di successo, largamente ripetitivi. Egli riduce in fondo la resilienza a un'idea semplice: «una vita è ancora possibile dopo la ferita del trauma» (Cyrulnik, 2001: 79). Ma perché ciò accada sono necessarie alcune condizioni.

Anzitutto, una solida strutturazione psicologica precedente, che consenta al soggetto di acquisire fiducia in sé grazie a una certa stabilità affettiva. Questo gli permetterà, nel momento del trauma, di mettere in atto meccanismi di difesa come il rifugio nella fantasticheria, l'intellettualizzazione, la negazione o la scissione, per proteggersi dalle ferite psichiche subite. Dovrà poi trovare «una nuova nicchia ecologica, affettiva, comportamentale e istituzionale», capace di offrirgli nuovi tutori di sviluppo: persone che lo guidino e lo sostengano attraverso aiuto, affetto e stima.

Infine, questa «nuova nicchia» dovrà anche offrirgli la possibilità di «esprimere la propria ferita», così da permettergli di abbandonare «meccanismi di difesa costosi come la negazione, la scissione o il segreto vergognoso» e di ricostruirsi un'«identità narrativa finalmente pacificata», attraverso la parola, la scrittura, il disegno, l'umorismo, il teatro, l'altruismo, ecc., fino a «trasformare la sofferenza in opera d'arte» (Id.: 80-81).

Anche in psicologia, la resilienza ha dato luogo a innumerevoli lavori che, pur chiarendone il processo, le condizioni, i risultati, ma anche i limiti e i rischi, hanno suscitato controversie che ne hanno moltiplicato le accezioni e, in parte, confuso il significato. Al punto che «a metà degli anni Duemila, i significati attribuiti a questa parola erano diventati così numerosi che alcuni ricercatori che la impiegavano si premuravano di precisare che parlavano di "vera resilienza" - o anche di resilienza "autentica" - come per distinguersi dalle contraffazioni!», trasformando così la nozione in una sorta di «contenitore di tutto» (Tisseron, 2014: 16).

Questa polisemia, prezzo del suo successo, ha probabilmente contribuito al successo stesso. Ma Tisseron individua soprattutto, tra le ragioni di tale fortuna, alcune preoccupazioni tipiche della nostra epoca: l'attenzione per la vita umana, il desiderio di definirsi più attraverso il presente e i progetti futuri che attraverso il passato, la volontà di "positivizzare" - cioè di vedere il lato positivo delle cose invece di quello negativo: non tutto il male viene per nuocere; ciò che non mi uccide mi rende più forte, ecc. (Id.: 67-69).

Sono preoccupazioni tutt'altro che estranee al divenire contemporaneo dell'individualità assoggettata, la quale, oltre alla propria aspirazione all'autonomia individuale, si afferma sempre più come individualità autoreferenziale, con una dimensione narcisistica particolarmente marcata.

Allo stesso tempo, ulteriore segno del suo successo, la nozione è migrata dal campo della psicologia verso quello, più ampio, delle scienze sociali e poi dell'azione politica. Dopo le «famiglie resilienti», si è cominciato a parlare di «città resiliente», di «banca resiliente», di «economia resiliente», ecc. In questo contesto, la resilienza non è più concepita - almeno non immediatamente - come un processo individuale, psichico, ma come un processo collettivo, che condiziona il precedente. Per spiegare una simile migrazione della nozione occorre chiamare in causa trasformazioni psicosociali ancora più generali.

Tisseron osserva che la comparsa del concetto di resilienza negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta, è contemporanea a due evoluzioni significative della società statunitense: da un lato, «la crescita angosciante della precarietà in una società che ha per tradizione quella di valorizzarla» (Id.: 9); dall'altro, una nuova concezione del trauma psichico: «il trauma psichico non sarebbe una reazione anormale a una situazione difficile - reazione che si potrebbe mettere in relazione con una fragilità personale preesistente - ma una reazione normale a una situazione anormale» (Id.: 10).

Da quel momento, non si tratta più soltanto di curare soggetti particolarmente fragili, ma di far emergere la resilienza in tutti: «In una società in cui la precarietà è la regola, la resilienza può apparire come una sorta di immunologia psichica, capace di proteggere dai traumi un po' come una vaccinazione protegge dai rischi d'infezione» (Id.: 11).

Su questa base, si può formulare l'ipotesi che il successo conosciuto dal concetto di resilienza in Europa - e in particolare in Francia - a partire dagli anni Duemila derivi dalla generalizzazione delle condizioni che avevano permesso la sua emersione negli Stati Uniti mezzo secolo prima. Un contesto segnato precisamente dalla diffusione di apprensioni, paure e angosce di fronte a situazioni potenzialmente traumatiche di diversa natura: persistenza della disoccupazione di massa, precarizzazione delle situazioni professionali e delle relazioni personali, ingiunzione a un'intensa mobilitazione degli individui come "imprenditori di sé" nel grande bagno del mercato, destabilizzazione delle identità collettive - professionali, regionali, nazionali - prodotta dalla "mondializzazione" e, naturalmente, percezione sempre più acuta degli effetti di una catastrofe ecologica planetaria che continua ad aggravarsi.

Ma, nello stesso tempo, nel corso della sua trasposizione dal campo psicologico a quello sociale e politico, il termine ha subito anche una torsione semantica. Da concetto descrittivo e analitico, si è trasformato in una norma desiderabile, poi rapidamente prescrittiva e imperativa: una mutazione che in parte sfugge a Tisseron. Essa è tuttavia già in germe nel progetto di far emergere la resilienza per tutti e in ciascuno: dall'idea che tutti possano cavarsela si passa facilmente all'idea che tutti debbano poter cavarsela, e poi a quella che tutti debbano cavarsela.

L'adozione del paradigma della resilienza nella gestione dei rischi collettivi conferma pienamente questa torsione, conducendo peraltro all'allargamento del processo di resilienza che Tisseron evoca alla fine del suo percorso. In questo quadro:

«la resilienza è oggi concepita come un fenomeno in quattro tempi: l'anticipazione della catastrofe e la sua prevenzione, in particolare attraverso la memoria delle buone pratiche; la possibilità di resisterle; la ricostruzione delle capacità e la messa in atto di nuovi atteggiamenti destinati ad assicurare una nuova partenza; la riduzione delle conseguenze fisiche, ma anche psicologiche, che ne possono essere derivate, e il consolidamento dei nuovi atteggiamenti» (Id.: 115-116).

In sostanza, i benefici della resilienza di alcuni dovrebbero potersi convertire in precetti, se non in ricette, capaci di permettere ad altri di prepararsi ad affrontare e, al momento opportuno, superare la prova dell'esperienza traumatica.

La resilienza si inscrive qui chiaramente in una prospettiva di gestione politica delle catastrofi: catastrofi il cui rischio e la cui minaccia aumentano, che i governanti considerano inevitabili e di fronte alle quali ci viene chiesto di reagire in quanto tali.

Questa gestione passa attraverso la predisposizione preventiva di strutture di soccorso, aiuto e assistenza alle vittime, non solo sul piano materiale e sanitario, ma anche su quello psicologico. Essa coinvolge associazioni e responsabili politici locali, che godono della fiducia delle popolazioni, ma anche apparati statali centralizzati e personale specializzato. È così che, quando si verificano catastrofi puntuali - incidenti ferroviari, attentati terroristici, ecc. - si sente parlare di «unità psicologiche» o di «unità di sostegno» inviate sul campo.

Questa gestione passa anche attraverso la preparazione preventiva delle popolazioni ad affrontare la catastrofe: campagne d'informazione, programmi educativi che insegnano tanto le virtù della solidarietà quanto le pratiche elementari di soccorso, reti di testimonianze di sopravvissuti a catastrofi precedenti, capaci di venire in aiuto alle vittime di nuove catastrofi, ecc. E Tisseron conclude: «Se la parola "resilienza" applicata alle persone pone più problemi di quanti ne risolva, essa è invece senza dubbio destinata a un grande avvenire nel campo della salute pubblica e della prevenzione collettiva» (Id.: 118).

Tra le catastrofi destinate a un simile trattamento, la catastrofe ecologica occupa evidentemente un posto di primo piano. Il concetto di resilienza così rielaborato non ha tardato a occupare una posizione centrale nella gestione dei rischi legati a questa catastrofe. Lo ritroviamo infatti al centro del Quadro d'azione di Hyogo, intitolato Building the resilience of nations and communities to disasters, adottato nel 2007 da 168 Stati nell'ambito dell'UNISDR (United Nations International Strategy for Disaster Reduction), così come al centro delle preoccupazioni dello Stockholm Resilience Centre, aperto nello stesso anno.

Allo stesso modo, da una ventina d'anni esso viene ampiamente mobilitato nei progetti e nelle pratiche di adattamento dei sistemi urbani al cambiamento climatico, nonostante la sua scarsa operatività in questo campo (Quenault, 2013). Ancora: all'inizio della pandemia di Covid-19, l'impegno delle forze armate francesi nel sostegno sanitario e logistico a un apparato ospedaliero travolto prese il nome di Operazione Resilienza.

Così, nei prossimi anni, quando soffocherete d'estate in città surriscaldate, quando vi mancherà l'acqua potabile, quando al contrario - dopo precipitazioni eccezionali - l'acqua invaderà la vostra casa, quando una tromba d'aria ne porterà via il tetto, quando dovrete fuggire davanti a un incendio boschivo divenuto incontrollabile, o quando sarete alle prese con la prossima zoonosi, aspettatevi di sentir ripetere, in toni diversi e da più parti: siate re-si-lien-ti!

Senza interrogarvi troppo sulla natura dei rischi ai quali vi si chiederà di adattarvi, né sulle loro cause o sui loro responsabili.

*) Fonte. Pubblicato in francese sul sito https://plateformecl.org/la-catastrophe-ecologique-est-elle-soluble-dans-lethique/

Bibliografia

- Ulrich Beck (2001), La société du risque. Sur la voie d'une autre modernité, Paris, Aubier.

- Alain Bihr (2017), La novlangue néolibérale. La rhétorique du fétichisme capitaliste, Lausanne/Paris, Page 2 / Syllepse.

- Boris Cyrulnik (2001), «Manifeste pour la résilience», Spirale, n. 18.

- Boris Cyrulnik (2012), «Pourquoi la résilience?», in Cyrulnik Boris e Jorland Gérard (a cura di), Résilience. Connaissances de base, Paris, Odile Jacob.

- Boris Cyrulnik (2014), «Pourquoi la résilience?», in Anaut Marie e Cyrulnik Boris (a cura di), Résilience. De la recherche à la pratique. 1er congrès mondial sur la résilience, Paris, Odile Jacob.

- Jean-Baptiste Fressoz e Dominique Pestre (2013), «Risque et société du risque depuis deux siècles», in Bourg Dominique, Joly Pierre-Benoît e Kaufmann Alain (a cura di), Retour sur la société du risque. Penser la catastrophe, Paris, Presses universitaires de France.

- Béatrice Quenault (2013), «Retour critique sur la mobilisation du concept de résilience en lien avec l'adaptation des systèmes urbains au changement climatique», EchoGéo, n. 24.

- Gilles Rotillon (2020), Le climat ET la fin du mois, Paris, Éditions Maïa.

- Cass Sunstein e Richard Thaler (2022), Nudge. Edition ultime, Paris, Vuibert.

- Serge Tisseron (2014), La résilience, Paris, Presses universitaires de France, 5ª edizione.

Note

1. Il termine resilienza deriva dal verbo latino resilire, che significa sia "saltare indietro" sia "ritornare con un salto": in altre parole, rimbalzare, oppure arretrare per meglio rilanciarsi.

2. Boris Cyrulnik si definisce egli stesso un "resiliente". Nato in una famiglia ebrea poco prima della Seconda guerra mondiale, fu vittima delle persecuzioni antisemite e riuscì a sopravvivere dopo essere stato separato dai genitori, deportati e uccisi nei campi di sterminio nazisti. Questa esperienza ha profondamente segnato la sua riflessione teorica sulla resilienza.

http://www.alternativalibertaria.org
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