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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #22-26 - Cresce l'oppressione della guerra interna. Iran: la tregua instabile e la ristrutturazione del potere regionale (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 19 Jul 2026 07:20:26 +0300
L'accordo transitorio siglato nel giugno 2026 tra Stati Uniti e Iran non
rappresenta una soluzione strutturale della crisi mediorientale ma
l'ingresso in una fase diversa del conflitto, segnata da una maggiore
complessità politica e securitaria. Il memorandum d'intesa bilaterale,
fondato su una tregua provvisoria di sessanta giorni, sull'allentamento
di alcune sanzioni economiche e sulla riapertura parziale delle rotte
commerciali nel Golfo Persico, nasce come via d'uscita tattica da
un'escalation che rischiava di travolgere i mercati globali e la
sicurezza energetica internazionale. Ma la sua architettura presenta una
contraddizione originaria: mentre l'intesa prevede la cessazione delle
ostilità in Libano, l'attore militarmente attivo contro le milizie
sciite non è Washington bensì Israele, la cui dottrina di sicurezza
difficilmente potrà essere ricondotta entro i vincoli di un accordo
bilaterale percepito come favorevole a Teheran.
Per comprendere la riapertura del conflitto tra Iran e blocco
occidentale, occorre risalire alla traiettoria storica dello scontro
israelo-iraniano dopo la rivoluzione islamica del 1979. Da allora,
l'obiettivo costante di Tel Aviv è stato quello di mantenere l'Iran in
una condizione di debolezza interna e isolamento geopolitico,
considerata più compatibile con la sicurezza nazionale israeliana. In
parallelo, la gestione del fronte palestinese da parte della destra
israeliana, in particolare sotto la leadership di Benjamin Netanyahu e
del Likud, ha risposto a una logica di frammentazione politica: per anni
i governi israeliani hanno tollerato il controllo di Hamas sulla
Striscia di Gaza, indebolendo così l'Autorità Nazionale Palestinese di
Ramallah e ostacolando qualsiasi prospettiva concreta di soluzione a due
Stati. Mantenere Hamas attivo a Gaza significava conservare uno stato
d'emergenza permanente, utile sia sul piano interno sia sul piano della
giustificazione verso i partner occidentali.
L'attacco del 7 ottobre 2023 ha però segnato il punto di rottura di
questa dottrina. Israele ha progressivamente abbandonato il semplice
contenimento per passare a una strategia di smantellamento della rete di
prossimità iraniana, colpendo Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e più in
generale la profondità strategica di Teheran. In questa fase, gli Stati
Uniti hanno accompagnato e sostenuto tale traiettoria attraverso anni di
sanzioni, pressioni economiche e campagne aggressive sotto il pretesto
del contenimento nucleare, offrendo di fatto una costante sponda
geopolitica alla linea israeliana. La guerra diretta tra Israele, Stati
Uniti e Iran si è poi compiuta nei primi mesi del 2026, con
l'eliminazione di figure chiave del comando iraniano, inclusa la Guida
Suprema Ali Khamenei e la prima linea della difesa e della sicurezza
nazionale.
La scomparsa di Khamenei e la decapitazione del vertice militare hanno
modificato profondamente la struttura della governance iraniana,
accelerando il passaggio da un modello gerarchico e piramidale a una
configurazione più orizzontale e securitaria. Storicamente, la Guida
Suprema rappresentava il perno di equilibrio assoluto del sistema,
arbitrando le tensioni tra clero, istituzioni politiche e apparati di
sicurezza. In assenza di una figura centrale di quel tipo, il potere si
è distribuito in una rete di comandi paralleli, più autonomi e più
impermeabili al controllo civile. La successione di Mojtaba Khamenei ha
incontrato forti riserve teologiche e politiche, ma proprio questa
debolezza ha reso la nuova guida sempre più dipendente dagli apparati
militari dei Pasdaran, che hanno assunto un ruolo di custodia e di
controllo diretto dei gangli decisionali dello Stato.
Nel frattempo, la presidenza riformista di Masoud Pezeshkian è rimasta
di fatto paralizzata. Eletto con la promessa di introdurre riforme
economiche e limitare il peso degli apparati repressivi, Pezeshkian è
stato escluso dalle decisioni cruciali sulla sicurezza nazionale e sulla
politica estera, ormai monopolizzate da un consiglio militare informale
legato all'IRGC. Sul campo, questa transizione si è tradotta in una
dottrina di scontro decentralizzata, in cui i comandanti locali delle
forze navali e missilistiche operano secondo protocolli prefissati e con
margini di autonomia elevati, rispondendo agli attacchi e colpendo il
traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, anche in assenza di ordini
diretti dalla capitale. Questo assetto ha reso inefficace la pressione
diplomatica americana, spingendo Donald Trump a dichiarare pubblicamente
di non sapere chi guidasse realmente l'Iran, ma ha anche consentito al
regime di assorbire meglio gli effetti delle offensive mirate.
L'avvio dei colloqui è stato ostacolato da un clima profondo di sfiducia
reciproca. Teheran chiedeva garanzie immediate sul ritiro delle forze
navali dal Golfo, lo sblocco degli asset finanziari all'estero e
l'inclusione della tregua sul fronte libanese. La mediazione è arrivata
comunque alla firma, il 17 giugno 2026, di un memorandum transitorio che
ha garantito all'Iran concessioni economiche significative, in cambio di
un impegno temporaneo a non superare la soglia militare nello sviluppo
del programma nucleare. Tuttavia, il testo non contempla lo
smantellamento dell'arsenale missilistico, né la riduzione delle forze
convenzionali iraniane, suscitando critiche da parte israeliana e
alimentando l'idea che la tregua equivalga, di fatto, a un salvagente
finanziario concesso a un regime altrimenti prossimo al default. Sul
piano interno, però, l'accordo ha avuto un effetto ancora più rilevante:
ha consolidato la saldatura tra leadership religiosa, apparato militare
ed economia controllata dai Pasdaran. L'IRGC domina infatti gran parte
della struttura produttiva e finanziaria iraniana, controllando banche,
compagnie di navigazione, infrastrutture portuali e traffici nel mercato
grigio del petrolio. In un sistema in cui gli investimenti esteri devono
passare da joint-venture con partner locali e dove molte delle imprese
strategiche sono riconducibili alle fondazioni o alle holding militari,
i flussi finanziari derivanti dall'allentamento delle restrizioni
finiscono quasi inevitabilmente nelle mani degli apparati di sicurezza.
La tregua ha dunque rafforzato ulteriormente il blocco
religioso-militare attorno a Mojtaba Khamenei, mentre la borghesia
mercantile, colpita dalla parziale riapertura dei commerci e dallo
scongelamento di alcune attività nel Golfo, ha ridotto la propria
ostilità verso il regime.
Ma i successi tattici sul piano negoziale non si sono tradotti in alcun
sollievo per la società civile iraniana. Al contrario, l'evoluzione del
potere in senso ultra-securitario ha coinciso con un aspro irrigidimento
della repressione interna. Nel 2025 l'Iran ha registrato un'impennata
drammatica delle esecuzioni, con oltre duemila condanne a morte
eseguite, mentre nel 2026 la guerra aperta con Israele e Stati Uniti ha
fornito al regime il pretesto per giustificare arresti preventivi,
repressione del dissenso e criminalizzazione del sospetto di
collaborazionismo. Le proteste esplose tra la fine del 2025 e i primi
mesi del 2026 sono state soffocate con brutalità, nel quadro di un
blackout informativo quasi totale e di una presenza capillare di forze
di sicurezza e milizie sciite straniere. Le stime sulle vittime civili
sono altissime e testimoniano la gravità di un apparato repressivo che
agisce, ormai, come strumento ordinario di governo.
Alla chiusura del quadro, la tregua del 2026 non risolve il conflitto ma
certifica lo stallo di tutti i principali attori della crisi
mediorientale. Gli Stati Uniti recuperano margine di manovra economico e
marittimo, ma senza scalfire davvero la determinazione strategica
iraniana. Israele, pur avendo inferto colpi durissimi alle strutture
esterne di Teheran, si trova davanti a una leadership iraniana più
rigida, più securitaria e meno permeabile alle pressioni. L'intera
partita continua così a giocarsi sulla pelle delle popolazioni civili:
in Iran, sotto il peso del terrore di Stato e delle impiccagioni
politiche; a Gaza e in Libano, sotto gli effetti distruttivi di una
guerra che non si misura soltanto con gli equilibri tra potenze, ma con
il numero di vite spezzate.
JR
https://umanitanova.org/cresce-loppressione-della-guerra-interna-iran-la-tregua-instabile-e-la-ristrutturazione-del-potere-regionale/
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