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(it) Italy, Sicilia Libertaria #468 - Qual è la via d'uscita? - Guerre e geopolitica (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Fri, 17 Jul 2026 08:06:09 +0300
Che stiamo attraversando una fase storica di profondi sommovimenti su
scala mondiale non ci sono dubbi. Gli storici del futuro studieranno
questi anni come quelli della transizione degli equilibri del potere
globale, del succedersi di un nuovo impero nell'egemonia planetaria. Ma
sarebbe la solita storia: quella che analizza i macrofenomeni, le
dinamiche del potere e ignora le pieghe degli accadimenti, le minute
dinamiche sociali e politiche, e, soprattutto, concepisce le masse
popolari come materiale inerte da plasmare e da indirizzare secondo le
necessità dell'unica dimensione che conta: il potere. E la guerra
esprime in modo persino banale questa rappresentazione della realtà.
La nuova guerra attizzata dagli Stati Uniti e da Israele contro l'Iran,
ennesimo episodio della Guerra Grande, della guerra infinita, della
terza guerra mondiale a pezzi -come variamente è stato definito questo
nostro tempo che dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine del
blocco sovietico ha visto proliferare i conflitti bellici- rientra
pienamente nello scontro interimperialista in corso, a prescindere dalle
motivazioni contingenti e dalle coperture ideologiche che governi e
stati accampano. La minaccia atomica iraniana, la necessità di abbattere
un regime brutale e liberticida, le forzature di Israele per indebolire
o addirittura annientare i suoi nemici storici nella regione
mediorientale, gli obiettivi o gli errori di calcolo dell'America
trumpiana. Tutte ragioni o ipotesi che colgono aspetti parziali, ma non
ci fanno comprendere il contesto generale, poco ci dicono sulle
motivazioni estreme dei rivolgimenti in atto e, principalmente,
impongono una visione assolutista e necessitante degli eventi, una
spirale della storia che non può che avere un'unica evoluzione ed è
quella dello scontro inevitabile, dell'avvicendamento imperialista, del
perpetuarsi dello sviluppo capitalistico e competitivo.
Molto si discute in queste settimane dei caratteri che questa guerra ha
assunto, di quanto pesi l'uso dell'intelligenza artificiale, della
diffusione di nuovi strumenti di morte, droni innanzitutto, ma in fondo
l'attacco contro l'Iran, cui Israele ha ritenuto di dover aggiungere il
Libano- visto che c'era!-, si viene svolgendo come tutte le guerre del
passato e del presente, nel senso che presenta elementi di continuità e
di discontinuità: uso di nuove tecnologie (e anche questa non è una
novità), il costante massacro di popolazioni civili inermi (oltre che di
soldati, va da sé). Forse allora questi discorsi servono a dare alla
guerra uno statuto, cioè prevederla tra le cose ammissibili. Ma poi
qualsiasi ragionamento viene subito smentito; per l'Ucraina si è scritto
che riportava alle guerre del XX secolo, quelle combattute palmo a
palmo; adesso si sottolinea l'uso dei droni, poi si dice che il completo
controllo del territorio si può ottenere solo con l'impiego di truppe
sul campo. A questo serviranno i marines che stanno per giungere
nell'area? Al di là di tutto quello che sicuramente preoccupa è che dopo
anni e decenni impiegati dagli stati e dalle élite ad esasperare i
contrasti ed i dissidi, questa guerra, o qualche suo accidente, potrebbe
accendere uno scontro più generalizzato o diretto tra potenze: insomma
corriamo sul filo del baratro e forse non ce ne accorgiamo o non
vogliamo. Tuttavia, proprio perché le questioni si vanno sempre più
ingarbugliando, occorre provare ad avere chiarezza delle dinamiche
fondamentali che muovono gli eventi.
Innanzitutto pensare che il precipitare della situazione sia
semplicemente da addossare alle iniziative di Trump potrebbe essere
fuorviante. Certo le peculiarità del presidente statunitense sono
innegabili, ma ritenerlo il responsabile, quasi unico, in buona
compagnia di un Netanyahu o di un Putin, delle complesse vicende odierne
non aiuta molto, serve solo a spostare in avanti i problemi. Che Trump
invece si collochi nel solco della politica statunitense degli ultimi
decenni è espresso con chiarezza nell'editoriale del numero di febbraio
scorso di Limes, dove, dopo aver passato in rassegna le politiche dei
vari presidenti americani nel Medioriente -da Bush, ad Obama, a Biden-
si conclude: "Trump è insomma l'ultimo, più dirompente epigono di una
tendenza all'uso massiccio e sistematico della potenza militare che
amministrazioni molto diverse fra loro tendono a considerare salvifica
spada di Gordio".
Tuttavia anche questa lettura - di una crisi profonda del capitalismo e
della società americani - risulta parziale poiché riproduce e accetta le
dinamiche esistenti, fa proprie le regole inscalfibili delle economie e
delle società autoritarie, concorrenziali, fondate su profitto e
sfruttamento. Non è il solo capitalismo americano in crisi, ma un
sistema mondiale di relazioni incentrato sulla competitività,
sull'aggressività, sulla violenza, teso all'accaparramento di risorse ed
energie diffuse. Imperi, stati ed economie sono lanciati verso uno
scontro politico, economico, finanziario e militare continuo pur di
accedere a risorse sempre più scarse, in un contesto ambientale e
naturale degradato e limitato.
Allora sarà anche corretto dire che lo scontro geopolitico tra Stati
Uniti, Cina e Russia è il motore e il quadro entro cui si vanno
definendo i nuovi assetti mondiali, per cui l'attacco all'Iran è anche
un modo per frenare l'avanzata cinese colpendo una delle sue fonti di
approvvigionamento energetico, tuttavia questa visione cancella la
complessità della realtà, vede solo il punto di vista della forza e del
più forte (Trump interpreta ciò con una conseguenzialità spaventosa,
eppure anche lui con i suoi dietro-front è costretto a fare i conti con
la realtà), ci chiude dentro una dimensione unica e omologante.
Ma noi sappiamo che se non vogliamo soccombere al baratro di guerre e
violenze infinite, in cui adesso ci troviamo immersi, occorre aprirci
alla molteplicità, alla diversità, alla sperimentazione, attivando e
riattivando quelle energie d'umanità, ma anche di consapevolezza, che
tra il settembre e l'ottobre scorsi hanno vivificato le piazze del mondo
intero. In particolare quelle energie giovanili che qualcuno ha definito
generazione Gaza, e che una politica stanca vuole costringere in un
alveo istituzionale e accomodante: basta vedere le dichiarazioni dei
leader dell'opposizione parlamentare in Italia, dopo il risultato del
referendum sulla giustizia. Per farlo, però, dobbiamo innanzitutto
smontare la narrazione della geopolitica che giustifica l'esistente e
legge il mondo come un risiko indifferente a asettico.
Angelo Barberi
https://www.sicilialibertaria.it/2026/05/12/qual-e-la-via-duscita/
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