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(it) Italy, FDCA, Cantiere #44 - La guerra logora Trump e Netanyahu -- Marco Veruggio (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Thu, 16 Jul 2026 07:56:14 +0300


La crisi degli USA e del loro sistema di alleanze, Paesi del Golfo e Israele in testa, è ormai evidente, così come il ruolo di pompieri delle "opposizioni" liberali e sindacali. Per gli internazionalisti è una sfida con cui misurarsi. ---- L'annuncio, lo scorso 7 aprile, di una tregua che probabilmente durerà assai poco, è comunque l'occasione di fare un primo bilancio della guerra con l'Iran, provando ad analizzarne un po' più in profondità alcuni aspetti. ---- Chiedersi chi ha vinto, almeno finora, pone un tema di metodo. Se, come scrive Clausewitz, la guerra «altro non è che la politica stessa, la quale depone la penna e impugna la spada, ma non cessa perciò di regolarsi secondo le proprie leggi», allora il giudizio dovrà basarsi sugli obiettivi politici dichiarati dell'attacco all'Iran - fine del programma nucleare iraniano e regime change - e prendere atto che non sono stati raggiunti. Stati Uniti e Israele hanno decapitato il regime e inflitto duri colpi all'apparato produttivo, logistico e militare iraniano senza piegarne né la volontà né tanto meno la resistenza. In compenso hanno messo fuori gioco (chissà quanto a lungo) quell'opposizione che nei mesi precedenti aveva resistito a una repressione brutale e conteso il terreno alle forze di sicurezza persino sul piano militare. E hanno spostato gli equilibri di potere interni al regime ancor più a favore dei pasdaran.
L'Iran ha dimostrato di essersi preparato alla guerra con una pianificazione strategica imperniata su un sistema di difesa decentrato e dunque in grado di resistere all'eliminazione dei principali centri di comando e su un sistema offensivo a base di missili e droni, spesso a basso costo, con cui ha saturato le difese nemiche, consumato le loro scorte, imponendo loro costi esorbitanti e, alla fine, bucandole. Già poco dopo l'attacco il Financial Times ammoniva che «USA e Israele nella guerra dei 12 giorni, quando l'Iran ha lanciato centinaia di missili contro Israele, hanno consumato le loro scorte di armi antimissile a un ritmo senza precedenti. Oggi l'esercito degli Stati Uniti valuta che la risposta iraniana possa mettere a dura prova le forniture di quelle munizioni cruciali, che già fatica a reintegrare, e ciò influenza non solo la guerra in Ucraina, ma anche i piani di guerra di Washington per eventuali conflitti con Cina e Russia».
Con droni e missili Teheran ha attaccato con relativa facilità gli snodi tecnologici della potenza militare americana e israeliana nella regione - tra cui i radar responsabili degli early warning e della difesa antimissile e i data center di Oracle e Amazon negli Emirati Arabi e nel Bahrein - ma soprattutto gli snodi strategici della loro politica.
I Paesi del Golfo, da sempre casa o rifugio temporaneo, luogo di affari o meta turistica per miliardari, finanzieri, avventurieri, evasori fiscali e latitanti, politici occidentali in cerca di sponsor (l'Italia ne sa qualcosa), oggi anche di influencer e fuffa guru, sono piombati da un giorno all'altro in uno scenario da incubo potenzialmente catastrofico per i loro affari. Israele, più ancora che nella guerra dei 12 giorni, ha visto crollare il mito di Iron Dome, svanire gli allarmi con ampio anticipo che consentivano alla popolazione di fluire ordinatamente nei rifugi e i nemici di cui era stata dichiarata la sconfitta (l'Iran) o l'annientamento (Hezbollah) risorgere.
Gli USA si ritrovano impantanati in una guerra che giova ai loro principali avversari - Cina e Russia in testa - e con le prime bare da consegnare alle famiglie dei soldati, la peggior sciagura che si possa augurare a un presidente americano. Il mondo intero vede minacciate forniture strategiche - petrolio, gas, elio (quindi microchip) e fertilizzanti, nonché le merci asiatiche che alimentano il commercio mondiale - e subisce rincari superiori a quelli degli anni Settanta. Perdipiù l'accordo di cessate il fuoco di fatto riconosce il controllo iraniano su Hormuz, su cui Teheran rivendica anche un pedaggio.
Le borghesie europee, tanto per cambiare, tentano di addossarsi l'un l'altra i costi del conflitto, confermando la propria irrilevanza e l'agonia del progetto di un polo imperialistico del Vecchio (in ogni senso) Continente. Francia e Germania sognano, rispettivamente, l'egemonia nucleare e le forze armate più grandi d'Europa. La Spagna un giorno nega le basi a Trump e il giorno dopo manda una fregata a difendere Cipro (a dicembre, analogamente, dopo il no al riarmo e al genocidio aveva aumentato la spesa militare di due miliardi e autorizzato una fornitura militare a Israele senza neanche passare dal parlamento). L'Italia si conferma imperialista straccione e Paese storicamente più prono d'Europa agli interessi americani (Sigonella fu l'eccezione che conferma la regola).
A differenza che in Iran, dove con smisurato cinismo il regime, almeno per ora, può sacrificare senza batter ciglio le vite degli iraniani pur di garantirsi la sopravvivenza, negli USA e in Israele l'impatto del conflitto ha prodotto degli slittamenti nell'opinione pubblica, reazioni sociali e lotte intestine nelle classi dominanti e negli apparati di Stato. L'attacco all'Iran vede la contrarietà di due americani su tre e sta costando a Trump un salasso di consensi a sei mesi dalle elezioni di mid term. Parte della base elettorale nazionalista e cristiana, che aveva votato Trump per le sue promesse isolazioniste e "pacifiste", è in rivolta, con ex autorevoli sostenitori come il giornalista Tucker Carlson che lo attaccano quotidianamente in modo virulento. La terza giornata No Kings, al di là della debolezza insita già nel brand e dei numeri (quanto affidabili non si sa) pare comunque aver mobilitato non solo le grandi aree urbane ma anche i centri più piccoli.
Tuttavia il principale sintomo della crisi è il conflitto interno agli apparati dell'imperialismo americano. Trump, dopo il consigliere Mike Waltz e la segretaria alla sicurezza nazionale Kristi Noem, ha licenziato anche la procuratrice generale Pam Bondi e la prossima epurata potrebbe essere Tulsi Gabbard, a capo dell'intelligence che all'inizio della guerra aveva negato la minaccia di un attacco iraniano. Il ministro della guerra Hegseth e il segretario di Stato Rubio sembrano aver emarginato il vice di Trump, Vance, a quanto pare contrario all'attacco all'Iran. Hegseth di recente ha anche pensionato anticipatamente, a guerra in corso, il proprio capo di stato maggiore e altri due militari di spicco. Lo scorso autunno, quando i vertici delle forze armate erano stati convocati in modo irrituale, senza preavviso né ordine del giorno, la freddezza dei generali verso Trump (che da par suo se ne era lamentato) era emersa in modo lampante e ora è filtrata anche nella base. Soldati e veterani contestano il governo apertamente rischiando dure misure disciplinari. Qualche settimana fa a bordo della USS Gerald Ford, la più grande e costosa (13 miliardi di dollari) portaerei della storia, è scoppiato un incendio che ha richiesto trenta ore per essere domato e ha mandato in fumo gli alloggi di seicento marinai, obbligando il comandante a evacuarli. In precedenza c'era stato un guasto che aveva intasato i servizi igienici, e si fa strada l'ipotesi che i marinai, già esasperati da una missione della lun-ghezza inusitata di 10 mesi, prima in Venezuela poi in Medio Oriente, potrebbero aver appiccato loro le fiamme: un episodio che più che un film di guerra con John Wayne ricorda una commedia demenziale alla Mel Brooks.
In Israele ormai la censura non riesce più a occultare gli effetti degli attacchi iraniani. Chi può emigra, tra gli altri la frustrazione apre crepe sempre più ampie nel muro della complicità con lo Stato, in cui riaffiorano le vecchie faide spentesi il 7 ottobre. Già un anno fa l'Israel Institute for Democracy rivelava che un quarto degli israeliani ha preso in considerazione l'idea di emigrare, ma si arriva al 40% tra gli intervistati di sinistra, al 35% tra quelli di centro e anche tra i laici di destra, con punte del 60% tra i giovani agiati, laici e con doppio passaporto. Perciò le manifestazioni contro il governo (inclusa quelle per l'introduzione della pena di morte per i "terroristi") non mobilitano più poche decine di militanti. Alla vigilia di Pasqua migliaia di persone hanno manifestato in decine di località, e in piazza Habima a Tel Aviv erano mille. La polizia ha attaccato e ci sono state decine di arresti, tra cui Alon-Lee Green, leader di Standing Together, l'organizzazione di sinistra che unisce militanti ebrei e palestinesi. I manifestanti hanno trovato una sponda anche nella Corte Suprema che, suscitando l'ira di Netanyahu, aveva autorizzato i presidi, in deroga ai divieti imposti dai militari. Ricorrendo a un'iperbole potremmo dire che ci sono quasi le condizioni per un regime change: non a Teheran, ma a Tel Aviv e a Washington. Ma non ci sarebbe nessuno disposto a guidarlo.
Nella crisi potenzialmente esplosiva in cui versano Trump e Netanyahu, partiti "progressisti" e sindacato, pur con modalità distinte nei due Paesi, sembrano aver adottato la stessa tattica: mandare avanti le frange più militanti e insofferenti a contestare i due governi, talora offrir loro una sponda limitata e indiretta, senza mai esporsi se non con dichiarazioni e iniziative istituzionali, in attesa delle urne. L'obiettivo è chiaro: cavalcare il malcontento e candidarsi a portare avanti le stesse politiche di Trump e di Netanyahu smussandone la asperità e soprattutto promettendo risultati più tangibili. Le critiche, infatti, non toccano mai la sostanza. Trump è accusato di aver colpito l'Iran senza un'adeguata preparazione e obiettivi precisi. A Netanyahu si rimprovera di dire no alla leva per tutti per non perdere i voti dell'estrema destra e di non avere un piano per chiudere la guerra. E, surrealmente, sono accusati tutti e due dai loro concittadini di essere l'uno succube dell'altro.
Dopo l'attacco all'Iran Peter Lerner, direttore del Dipartimento Relazioni Internazionali di Histadrut, la centrale sindacale israeliana, ha pubblicato un editoriale in cui accusa il movimento sindacale globale di «un'avversione istintiva all'uso della forza in qualunque caso», che però «talvolta può essere moralmente giustificata e persino necessaria per difendere le società democratiche da minacce violente». Negli USA il leader dell'United Auto Workers, Shawn Fain, resta pervicacemente abbarbicato alla proposta dal sapore dadaista di uno sciopero generale il primo maggio... 2028, in vista delle presidenziali.
I lavoratori iraniani e israeliani sono colpiti dalle bombe e dall'impatto economico della guerra. In Iran il sito SlingersCollective ha pubblicato alcune corrispondenze. Una arriva da una fabbrica di componenti auto, dove gli operai sono senza stipendio per il fermo della produzione, l'altra è di un addetto alle pulizie domestiche a Teheran e spiega che i colleghi sono rimasti senza impiego, perché molti dei loro datori di lavoro hanno abbandonato la capitale per rifugiarsi nelle loro ville nell'Iran settentrionale e in Turchia. In Israele Haaretz e siti come The Marker e Davar hanno parlato dei lavoratori edili uccisi dai missili iraniani nei cantieri e della scarsa sicurezza in cui si lavora non solo nelle costruzioni, ma anche nell'agricoltura e nell'assistenza domiciliare. Per Goldman Sachs la guerra costerà 10 mila posti di lavoro al mese ai lavoratori degli Stati Uniti, soprattutto nel turismo, nei pubblici esercizi e nel commercio al dettaglio. In Italia la notizia che il Ministero delle infrastrutture di Salvini ha tagliato un miliardo di euro per la manutenzione della case popolari «a causa della guerra in Iran», smentita con poca convinzione, conferma che l'economia di guerra non risparmia nessuno.
Infine militarismo e culto della Patria si riaffacciano nelle aule scolastiche e universitarie, naturale premessa al ritorno della leva più o meno obbligatoria di cui si discute in tutta Europa. Tuttavia, oltre al suo inaccettabile carico di barbarie, la guerra ha in sé anche i germi per la maturazione di una coscienza politica di classe, internazionalista e antimilitarista tra milioni di proletari. Mentre l'opposizione istituzionale si preoccupa di lucrarne qualche votarello in più, la sinistra di classe dovrebbe buttarsi a capofitto nel tentativo di stimolare questo processo, difenderlo e coglierne i frutti.

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