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(it) Italy, UCADI, #208 - La crisi dell'impero statunitense (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 22 Jun 2026 07:52:02 +0300
L'impero statunitense[1]attraversa una crisi economica strutturale
profonda, divenuta ormai anche sociale che ha origini lontane e che oggi
l'entourage che circonda il Presidente Trump cerca di gestire. Le scelte
strategiche ritenute necessarie a raggiungere questo scopo sono
probabilmente alla base delle azioni di Trump più di ogni ragione
psichiatrica o umorale di quelle portate a giustificazione delle sue
azioni. Sviluppando questa ipotesi non intendiamo affermare che Trump è
depositario di un profondo pensiero economico, ma sostenere solamente
che il Presidente in carica rappresenta un comodo megafono, un frontman
chiamato a gestire una strategia che in questo momento prevale non senza
contraddizioni e all'interno dell'establishment statunitense e che nasce
da elaborazioni profonde e lontane.
Nelle nostre analisi sul dominio statunitense abbiamo sempre cercato di
evidenziare le linee di continuità che hanno caratterizzato l'azione dei
presidenti e della classe politica di uno Stato nato schiavista e
genocida, prova ne sia che già nell'analisi della fase
economico-politica sviluppata nel 2022 al punto 6.5.7. sostenevamo che:
"L'aggressività militare degli Stati Uniti d'America è storia vecchia ed
infinita. Il loro potere economico però da gran tempo è in forte
declino: la bilancia commerciale è entrata in deficit a metà degli anni
Settanta ed è precipitata sempre più in rosso tanto da raggiungere quasi
a 700 miliardi di $'nel 2020; la quota complessiva del commercio
mondiale è calata dal 23,3% del 2000 al 16,9% del 2018; "il peso
dell'industria americana, nei vent'anni decisivi per la nostra storia, è
calato di un terzo..."; nello stesso periodo (2000-2018) il valore
aggiunto statunitense a livello mondiale è sceso dal 6% al 5,5%, sta
calando in tutte le aree tranne che in Europa; la quota dei beni
manifatturieri dal 23,2% al 15,7%; intere aree di antica
industrializzazione sono state desertificate (Flint, Gary, ecc.).
La via militare al colonialismo ha subito un duro colpo in Afghanistan,
paragonabile a quello del 1975 in Vietnam e la nuova frontiera è quella
della guerra per procura, volta a fiaccare la Russia e ad infeudare
l'Ue, complice la Gran Bretagna. Il cambio del dollaro si sta
rafforzando, il che renderà ancora meno competitive le merci
statunitensi e all'orizzonte si profila un'ondata di scioperi. Se la
globalizzazione rappresentava l'imposizione dell'economia statunitense
al mondo intero la deglobalizzazione corrisponde alla
de-americanizzazione."[2]
Sono trascorsi ben quattro anni densi di eventi, ma la tendenza di
sviluppo della situazione economica e politica non è cambiata, anzi si è
accentuata, muovendosi nella direzione ipotizzata anche dal punto di
vista dei dati economici e geopolitici reali. Infatti la bilancia dei
pagamenti USA, benché a gennaio 2026, registri un deficit commerciale in
diminuzione a 54,5 miliardi di dollari, (trainato da esportazioni record
di oro, computer, aerei e calo delle importazioni), ha raggiunto il
livello più basso da ottobre, con un aumento delle esportazioni a 302,1
miliardi di dollari. Bisogna tenere conto tuttavia che nel 2024 il
disavanzo complessivo di beni e servizi è stato di 926 miliardi di
dollari, superiore ai 773,4 miliardi del 2023 e che nel 2025 il deficit
commerciale ha raggiunto 901,5 miliardi di dollari a fine 2025, importo
che costituisce un record storico e segnala una tendenza. A fronte di
questo risultato gli USA mantengono un forte surplus nel settore dei
servizi (circa 282-293 miliardi di dollari nel 2024-2025), che
parzialmente compensa il grande deficit commerciale di beni. A commento
generale della situazione si può ragionevolmente sostenere che la
bilancia commerciale si attesta generalmente su un deficit del 4-5% del
PIL, con un aumento a febbraio 2026 a 83,5 miliardi di dollari,
riflettendo la natura volatile degli scambi mensili. L'alto deficit
commerciale è influenzato anche dal basso risparmio privato e dagli
elevati deficit pubblici, fenomeno noto come "deficit gemellare".
La quota complessiva del commercio mondiale si è attestata sul 10% delle
esportazioni mondiali e il 13% delle importazioni globali. Oggi gli USA
sono ancora il principale mercato mondiale per molte categorie di beni,
con un forte aumento delle importazioni di beni strumentali, computer e
semiconduttori, che hanno portato il valore delle importazioni a
febbraio 2026 a 372,1 miliardi di dollari. Benché il peso dell'industria
americana a livello mondiale sia ancora molto alto per il fatto che gli
Stati Uniti ospitano le più grandi aziende del mondo per
capitalizzazione di mercato, la produzione si concentri sull'alta
tecnologia, l'aerospazio, la difesa, l'elettronica, la telematica e
l'energia (petrolio e gas) e mostri un'elevata produttività del lavoro,
aumentata del 50% tra il 1995 e il 2019, il paese ha subito una
significativa trasformazione produttiva negli ultimi decenni, la quota
dei beni manifatturieri statunitensi a livello mondiale è diminuita,
per la dismissione di intere filiere produttive, posizionando gli Stati
Uniti come la seconda potenza manifatturiera mondiale dietro alla Cina
che detiene una quota stabile intorno al 29%. Il settore manifatturiero
statunitense ha visto una contrazione a lungo termine sul totale del
Prodotto Interno Lordo (PIL). tanto che mentre nel 1970 rappresentava
circa il 24% dell'economia USA, nel 2023 la quota è scesa al di sotto
dell'11%, prova ne sia che la Rust Belt (cintura della ruggine) si è
estesa e, oltre a comprendere il Michigan ,con l'accentuarsi della crisi
delle automotive, ha coinvolto sempre più l'Ohio, l'Indiana, l'Illinois
e la Pennsylvania, producendo lo svuotamento di intere città e aree
produttive.
Benché il PIL statunitense abbia superato i 29 trilioni di dollari,
rappresentando circa il 26% del PIL globale, e la ricchezza pro capite
superi i 73.000 dollari annui (a parità di potere d'acquisto nel 2022),
la povertà negli Stati Uniti coinvolge milioni di persone. Secondo i
dati disponibili nel 2020, circa 37 milioni di persone vivevano sotto la
soglia di povertà, pari all'11,4% della popolazione, ma da allora la
situazione è notevolmente peggiorata tanto che si calcola riguardi oggi
oltre 40 milioni di poveri su 349 milioni di cittadini. Particolarmente
colpita è la "Lower-middle class", a causa dell'aumento del costo della
vita, in particolare abitazioni e beni di prima necessità, causata
dall'inflazione, dal costo del lavoro e dal mancato accesso ai servizi
sociali, per il venir meno di molti programmi di assistenza alla
povertà, ai servizi sanitari, posto che uno dei vanti del sistema
statunitense è l'inesistenza di strutture di welfare.
Globalizzazione e decentramento produttivo
L'attuale configurazione dell'apparato produttivo statunitense attuale è
il frutto della politica pervicacemente perseguita dagli Stati Uniti di
decentramento produttivo che ha alimentato la globalizzazione
dell'economia e moltiplicato l'intersecazione e l'interdipendenza delle
filiere produttive. A fronte della crescita del costo del lavoro negli
Stati Uniti l'imprenditoria statunitense non ha trovato miglior
soluzione che ricorrere ad un massiccio decentramento produttivo verso
il Messico e il Canada, suoi immediati vicini, nonché la Cina e molti
altri paesi del mondo, trasferendo la produzione di beni là dove il
costo del lavoro era più basso e la classe operaia disorganizzata e
disponibile quindi ad accettare salari più bassi. Così facendo tuttavia
gli USA hanno progressivamente smantellato, rendendola non più
competitiva, la propria struttura manifatturiera e hanno supplito
all'impoverimento del sistema produttivo con la sua finanziarizzazione,
con la concentrazione della produzione verso i settori ad alta
tecnologia e innovazione e concentrandosi nel controllo e nella
fornitura di servizi, soprattutto caratterizzati da una forte
informatizzazione e automazione, scelta che ha prodotto una forte
dismissione di forza lavoro. L'accumulazione e la crescita sono stati
alimentati con la creazione di successive bolle che vanno da quella
immobiliare esplosa nel 2008, nota come crisi dei mutui subprime a
quella relativa al settore tecnologico, con un forte focus
sull'intelligenza artificiale (IA) che si prepara.
L'uso del dollaro come moneta di scambio per le transazioni economiche
ha contribuito ad accentuare la finanziarizzazione del sistema e ad
accentuare la deindustrializzazione sul territorio statunitense.
A queste difficoltà l'amministrazione Trump ha pensato di porre rimedio
attraverso la politica dei dazi, forte del fatto che il mercato
statunitense ambiva a restare la piazza principale di maggior reddito
del pianeta e pensando di reperire in tal modo i capitali necessari a
provvedere ad una reindustrializzazione del paese. A pagare il costo
dell'operazione avrebbero dovuto essere i vassalli dell'impero, ovvero
l'Europa soprattutto, contro la quale gli Stati Uniti hanno scatenato
una guerra che solo i servi sciocchi dell'impero non riescono a vedere,
benché in una prima fase i vassalli siano stati costretti a ricorrere
anche loro al decentramento produttivo, deindustrializzandosi, ed
avviluppandosi anche loro in una grave crisi economica. Si può affermare
che questo processo ha investito il mercato europeo in misura
relativamente minore, ma ora l'impero ha presentato il conto imponendo
loro di accollarsi le spese della reindustrializzazione degli Stati
Uniti, drenando capitali e costringendoli, attraverso i dazi a
trasferire sul territorio statunitense la produzione. Così l'obiettivo
economico degli Stati Uniti è divenuto la distruzione sistematica del
welfare europeo, attraverso la privatizzazione dei servizi sanitari e
pensionistici per drenare capitali a ciò destinati e dirottarli verso
gli investimenti nella loro reindustrializzazione, imponendo per
sovrammercato ai vassalli di finanziare, attraverso il riarmo e
l'acquisto di armi statunitensi, la loro economia. Si spiega così la
soddisfazione statunitense per il sabotaggio del Nord Stream due e la
conseguente attuale crisi energetica artatamente creata attraverso
l'operazione Venezuela prima e soprattutto la guerra all' Iran, con
successiva destabilizzazione dell'area produttiva dell'economia del
Golfo Persico.
Tutto questo avveniva senza che gli strateghi statunitensi cogliessero
il dato essenziale, strutturale del declino produttivo degli Stati
Uniti, costituito dal fatto che su 56 settori produttivi chiave per
l'innovazione e lo sviluppo oggi il paese leader è la Cina, mentre gli
Stati Uniti mantengono il primato solo su quattro di queste filiere
produttive.
Le spire del serpente
L'impero americano è plasticamente raffigurabile come un anaconda. II
sistema sul quale si regge è costruito sulla quota del dollaro
statunitense utilizzato nelle transazioni internazionali, che supera il
50%, ma che si va riducendo sotto la spinta dei BRICS, che tendono
sempre più a usare per gli scambi commerciali le monete nazionali, senza
che la Cina ambisca a sostituire il dollaro con la propria moneta.
L'azione messa in atto da Trump con lo scatenamento della guerra
all'Iran e la destabilizzazione dell'apparato produttivo del Medio
Oriente nell'economia mondiale ha provocato la messa in crisi degli
investimenti in dollari delle monarchie petrolifere del Golfo che, messi
di fronte alle distruzioni causate dagli attacchi iraniani sulle
infrastrutture e sull'apparato produttivo dei loro paesi, quali grandi
investitori di capitale sul mercato statunitense e detentori di dollari,
hanno chiesto al governo statunitense l'apertura di swap, ovvero
l'attivazione di contratti di scambio di flussi di cassa in valute
differenti per garantire liquidità in valuta estera per sopperire alla
mancanza di liquidità e non dover ricorrere allo smobilizzo dei loro
investimenti in dollari, sia sul mercato azionario che come strumento di
riserva mediante il possesso di titoli di Stato USA. In pratica una
forma di quantitative easing (QE), ovvero di allentamento quantitativo,
finalizzato a immettere liquidità nell'economia per ridurre i tassi di
interesse a lungo termine e incoraggiare i prestiti con l'intento di
prevenire pressioni deflazionistiche e stimolare la crescita. La
richiesta è stata rivolta dagli Emirati Arabi, ma ben presto estesa a
tutti i paesi del Golfo e questo perché non c'è impero statunitense
senza petrodollaro ed è quindi essenziale che il petrolio venga pagato
in dollari e non in altra valuta come questi Stati minacciano di fare.
Il Tesoro degli Stati uniti ha immediatamente aderito alla richiesta
forte del fatto che a pagarne i costi sarà tutto il resto del mondo,
perché gli Stati Uniti, per provvedervi, non faranno altro che stampare
dollari, alimentando l'inflazione propria e a livello internazionale, ma
questo gioco al massacro non può durare a lungo. Bisognerà vedere quale
sarà l'interesse richiesto su queste operazioni. Tuttavia questa misura
temporanea non risolve affatto il problema poiché a fronte della
crescita dei prezzi dell'energia per farvi fronte i detentori dei titoli
di Stato statunitensi come moneta di riserva e coloro che investono sul
mercato immobiliare e finanziario USA saranno costretti a smobilitare
per reperire il capitale necessario ad alimentare le rispettive
economie. da qui una crisi inevitabile del sistema finanziario statunitense.
Non è un caso che la Francia che poteva farlo, in quanto potenza
vincitrice della guerra, ha ritirato le sue riserve d'oro da Fort Knox e
che la Cina non chieda o cerchi di fare in modo che la sua moneta
assurga a moneta di scambio internazionale, perché per venderla agli
altri paesi dovrebbe aumentare le proprie importazioni e indebitandosi
verso l'estero e mobilitando le produzioni sul proprio territorio.
Due opzioni convergenti
L'attuale strategia statunitense per la gestione della fase è il frutto
di una convergenza di interessi tra una componente nazional statalista
che si identifica soprattutto con il movimento MAGA la quale ha come
obiettivo il rafforzamento degli Stati Uniti come paese guida, obiettivo
che poi si articola in molteplici componenti a volte contraddittorie (ad
esempio, l'isolazionismo, ma al tempo stesso il pieno dispiegamento e la
proiezione strategica egemonica del paese; il rafforzamento del potere
esecutivo e presidenziale e la contemporanea tendenza a sostenere la
privatizzazione dei servizi e la ulteriore riduzione del ruolo dello
Stato; il rifiuto verso nuove guerre e l'aspettativa per l'avvento
dell'Armageddon). Queste contraddizioni sono spiegabili con la
convergenza dei movimenti evangelicali o più propriamente con la
proiezione politica di questa componente cultural-religiosa che fa perno
con la "teologia della prosperità" la quale a sua volta svolge una
funzione di ponte di collegamento con un'altra componente di natura
"economico filosofica" identificabile con i costruttori di bolle
speculative.
Intendiamo con ciò riferirci ai costruttori di bolle economiche come
quelle delle dot-com (o bolla speculativo-tecnologica) del 1997-2000,
culminata con il crollo dei mercati nel marzo 2000, o a quella
immobiliare del 2008, nota come crisi dei mutui subprime,[3]o ancora a
quella dell'intelligenza artificiale (IA) iniziata nel 2023 e oggi in
ritenuta da molti esperti, inclusi leader del settore, come Sam Altman e
Mark Zuckerberg, una "bolla industriale" legata agli investimenti
frenetici in data center e infrastrutture AI, previsti in forte crescita
nel 2026-2027. Questa bolla fa perno sulle cosiddette "magnifiche 7",
(Azioni Tech USA), ovvero quelle delle aziende tecnologiche americane
(Microsoft, Alphabet/Google, Amazon, Apple, Meta, Nvidia, Tesla) che
hanno guidato la crescita dei mercati, raggiungendo valutazioni molto
alte, sollevando timori di un possibile scoppio nel 2026.
L'alto rischio di una crisi finanziaria con origine negli USA nelo il
2026, potenzialmente guidata dal crollo delle valutazioni nell'AI e
dalla crisi geoeconomica globale in atto verrebbe coperto da una
ulteriore bolla sulla genetica, che si prepara, caratterizzata
dall'integrazione uomo-macchina alla quale i gruppi finanziari
speculativi si stanno preparando non disdegnando di associare agli
aspetti scientifici e industriali i cripto-asset che utilizzano i
bitcoin e altri asset digitali che hanno mostrato dinamiche di crescita
e sviluppo rapide, tipiche delle bolle finanziarie. Gli "ufficiali di
collegamento" più noti di quest'ultimo gruppo che curano le convergenze
dei gruppi evangelicali con i teo-tecnologi delle industrie informatiche
sono Elon Musk e Peter Thiel leader di quest'ultima componente annidata
nelle aziende della Silicon Valley e dintorni.
Alleate nella conquista del potere negli Stati Uniti e nel sostenere la
candidatura di Trump alla Presidenza queste due componenti dello
scenario politico degli USA oscillano tra alleanze e contrasti,
convergenze e divergenze, alimentando le incertezze e le insicurezze sia
del mercato che geopolitiche. Si ricordi ad esempio l'incarico conferito
a Musk all'inizio del mandato con la nomina a responsabile del DOGE e
poi destituito.
E con tutto questo che l'Unione Europea e gli altri Stati con ambizioni
di far parte di un mondo multipolare devono fare i conti, ma questo è un
altro discorso che svilupperemo.
[1]Non si utilizza volutamente il termine "americano" come sinonimo di
statunitense per evitare di coinvolgere le altre popolazioni del
continente americano incolpevoli con il ruolo svolto dall'imperialismo e
dal colonialismo statunitense.
[2]UCADI, Analisi della fase 2022, Newsletter, N. 163 - Settembre 2022.
[3]Scoppiata negli Stati Uniti a causa dell'insolvenza di massa su
prestiti ad alto rischio ha causato il crollo del mercato immobiliare e,
dopo il fallimento di Lehman Brothes a settembre 2008, si è trasformata
in una crisi finanziaria globale e nella peggiore recessione dai tempi
della Grande Depressione.
G. C. & S. C.
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