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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #16-26 - No alla leva militare! (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 18 Jun 2026 07:25:41 +0300
La reintroduzione e/o l'estensione della leva militare sta
caratterizzando lo scenario europeo attuale, in evidente collegamento
con la poderosa escalation bellica a cui stiamo assistendo. Il mondo è
sempre più incendiato dalle guerre, ed oltre agli armamenti servono
corpi. Corpi giovani, efficienti e sacrificabili: insomma, serve carne
da macello. E una volta tramontata l'ipotesi di un esercito europeo,
ogni stato si sta attrezzando in proprio, anche se ci sono elementi che
rimandano ad una chiara strategia di riarmo comune.
In una decina di paesi europei esiste già un obbligo militare effettivo
che è stato mantenuto nel tempo, come nel caso di Cipro, Grecia ed
Austria, oppure che è stato reintrodotto o potenziato all'indomani
dell'inizio della guerra fra Russia e Ucraina, come in Lituania,
Lettonia, Estonia, Finlandia, Svezia e Danimarca. Recentemente anche
Germania e Francia stanno procedendo alla reintroduzione della leva.
Tranne pochi casi di obbligo esplicito e generalizzato, a prevalere è
per lo più una formula di reclutamento ibrido basato sulla "volontarietà
obbligatoria", un ambiguo e misero escamotage per contenere il dissenso
verso una misura altamente impopolare. La realtà delle normative
tuttavia è chiarissima: volontari sì, ma se i numeri sono insufficienti
rispetto agli obiettivi, allora si procede con un sorteggio
generalizzato. Qualcosa di molto simile alla Draft Lottery con cui,
quasi sessant'anni fa, negli Stati Uniti, venne fatto il sorteggio per
la leva obbligatoria che spedì in Vietnam tanti giovani che non avevano
nessuna voglia di andarci.
In Germania dal 1° gennaio 2026 è stata avviata la somministrazione di
un questionario a risposta obbligatoria per individuare le disponibilità
a svolgere il servizio militare. Da luglio 2027 scatterà poi l'obbligo
generalizzato di sottoporsi a visita medica per accertare l'idoneità
psicofisica. Si tratta di test obbligatori per tutti i maschi fra 18 e
19 anni, facoltativi per le femmine; alle persone in transizione viene
concesso un tempo definito per assumere un posizionamento binario
inequivocabile, maschile o femminile, al fine di essere classificate fra
coloro che sono in obbligo di rispondere al questionario o meno. Se il
numero dei disponibili e idonei non sarà sufficiente si procederà col
sorteggio anche tra i non disponibili.
I paesi scandinavi, che pure hanno irrigidito moltissimo il servizio di
leva aumentando il periodo ed estendendo l'obbligo alle donne, hanno
adottato invece un criterio selettivo: tutti e tutte sono obbligati al
questionario e alla visita, ma ad essere reclutata è solo una
percentuale minima, ritenuta numericamente sufficiente alle esigenze e
qualitativamente più significativa, ma soprattutto considerata base
fondamentale per costituire poi un nucleo stabile ed efficiente di
riservisti. La riserva, che tutti i paesi europei tendono a costituire o
rafforzare, elemento comune di questa ondata di militarizzazione
crescente, ha come base la leva, poiché si tratta di personale che ha
svolto il servizio militare, quindi con una formazione militare di base,
periodicamente sottoposto ad addestramento e richiamabile in caso di
necessità.
Nei paesi Baltici e in Polonia il reclutamento è quantitativamente
massiccio, visto l'obiettivo numerico di 500.000 soldati di leva, maschi
e femmine, da raggiungere entro il 2035. Per incrementare la
motivazione, alcuni di questi paesi hanno introdotto l'educazione
militare tra le materie curricolari delle scuole superiori e addirittura
alcune specifiche classi militari nelle scuole pubbliche.
In questo panorama, l'Italia costituisce un caso a parte. Nonostante i
roboanti annunci di Crosetto, la questione della leva non è ancora ben
definita, cosa apparentemente un po' strana per un paese governato dalla
destra fascista. In Italia il servizio militare di leva, mai abolito, è
sospeso dal 2005. Recentemente è stata attuata la riforma della Ferma
Volontaria Iniziale e negli ultimi anni è cresciuto a dismisura
l'intervento dei militari nelle scuole ad evidente scopo di reclutamento
e pubblicizzazione del percorso nelle carriere militari: grandi campagne
di arruolamento volontario, ma la leva non è stata reintrodotta. Una
reintroduzione obbligatoria generalizzata d'altra parte non sarebbe
economicamente sostenibile: significherebbe riaprire caserme dismesse,
attrezzarsi per fornitura di divise, cambio biancheria, mense, servizi
vari, nonché erogare una paga a tutta la popolazione giovanile obbligata
al servizio militare, perché al soldato si deve dare, per l' appunto, il
soldo.
Tuttavia, nonostante l'apparente empasse del governo, già da qualche
tempo anche in Italia fervono i lavori per andare verso la
reintroduzione di una forma di leva ed allinearsi al contesto europeo.
Nell'agosto 2022 il governo Draghi, a pochi mesi dall'inizio della
guerra russo-ucraina, approvava la legge 119, rinviando di dieci anni la
riduzione programmata degli effettivi militari (attivi, di riserva e
paramilitari), che avrebbe dovuto invece calare progressivamente a
partire dal 2023; contemporaneamente la medesima legge assegnava al
governo le deleghe per istituire con decreto legge una riserva militare
di 10.000 unità da utilizzare in caso di guerra o grave crisi
internazionale. A novembre del 2023 la delega veniva rinviata di due
anni, ma alla scadenza, nel novembre 2025, il governo non emana alcun
decreto sulla materia. Siamo all'indomani delle imponenti manifestazioni
dell'autunno, che sull'onda della solidarietà al popolo palestinese e
alla Flotilla hanno attraversato il paese con una forte contestazione
delle politiche di guerra e riarmo. In questo contesto il governo
evidentemente ritiene più prudente evitare una decretazione d'autorità
su una questione tanto impopolare e preferisce andare avanti secondo
iter istituzionali. Sono state depositate infatti, nel corso degli
ultimi anni, varie proposte di legge per la reintroduzione della leva
militare, da parte di Zoffili (Lega), Cirielli (FdI), Minardo (Forza
Italia). Proprio quest'ultima, presentata nel febbraio 2024 è
finalizzata alla istituzione di 10.000 unità di personale militare da
destinare a riserva ausiliaria dello stato, da reclutare tra i congedati
che hanno svolto la ferma volontaria o triennale, quindi militari già
formati con età massima di 40 anni. E alla fine del 2025 Crosetto,
nell'annunciare la volontà di reintrodurre la leva, sottolinea comunque
la centralità dell'obiettivo dei 10.000 riservisti, strizzando l'occhio
alla proposta Mainardo, ma dichiarando anche di guardare con interesse
al modello tedesco di reintroduzione della leva.
Intanto arriva fine marzo, termine fissato da Crosetto per uscire con
una proposta di sintesi che tenga conto degli obiettivi fissati dalla
legge 119 del 2022, delle proposte di legge giacenti e delle indicazioni
provenienti dai settori delle Forze armate - non ultimo il SAM,
sindacato autonomo militari - ma niente succede. L'atteggiamento
"prudente" stavolta è forse dovuto alla batosta referendaria e alla
necessità, per il governo, di evitare un'ulteriore perdita di consenso?
Chissà, ma certo è che l'esitazione governativa avrebbe necessitato di
una decisa e marcata opposizione a qualsiasi tentativo, sia pur ancora
non esplicitato, di reintroduzione della leva. Sulla questione si muove
l'antimilitarismo più radicale, si muove l'osservatorio contro la
militarizzazione delle scuole, si muovono alcuni settori e collettivi
studenteschi, che non perdono occasione per denunciare il pericolo di
reintroduzione del sistema della leva militare. Alcuni sondaggi
istituzionali effettuati tra i giovani a puro scopo esplorativo, come
quello realizzato dal Garante per l'infanzia e l'adolescenza, registrano
una solenne bocciatura della disponibilità a svolgere il servizio
militare. Gli imponenti scioperi degli studenti tedeschi contro la
reintroduzione della leva cominciano ad influenzare il contesto italiano.
Peccato che in questa situazione relativamente favorevole, che vede il
governo in difficoltà e la protesta in crescita, si vada a situare
l'intervento decisamente discutibile di alcune associazioni pacifiste.
Il 16 marzo scorso tre reti promotrici della campagna "Un'altra difesa è
possibile" (CNESC - Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete
Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!) depositano presso la Corte di
Cassazione il testo di una proposta di legge di iniziativa popolare
denominata "Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento
della difesa civile, non armata e nonviolenta". L'intenzione è quella di
attrezzarsi con un ripristino dell'obiezione di coscienza al servizio
militare proprio in vista della possibile reintroduzione della leva. In
un momento in cui i massimi sforzi andrebbero destinati ad opporsi il
più possibile alla reintroduzione della leva da parte del governo,
prendere iniziative formali per controbilanciare gli effetti di quello
che ancora non c'è significa darne per scontata l'approvazione e
ragionare in modo subalterno e complementare ad un processo che è invece
tutto da contrastare.
L'obiezione di coscienza al servizio militare fu istituita nel 1972, ed
è poi di fatto decaduta nel 2005 con la sospensione dell'obbligo di
leva. L'attuale servizio civile universale è cosa del tutto diversa,
tanto che si trova ad essere amministrato dal Dipartimento delle
Politiche Giovanili. La legge di iniziativa popolare presentata dalle
reti punta a collocare l'obiezione di coscienza al servizio di leva nel
contesto attuale. C'è il richiamo all'art.52 della Costituzione - "la
difesa della Patria è sacro dovere del cittadino" - e alla
giurisprudenza, che riconosce come tale "sacro dovere" possa essere
assolto anche attraverso strumenti che non prevedano l'uso delle armi,
ma che sono pur sempre complementari alla difesa armata vera e propria.
Tale servizio non armato sarebbe inquadrato all'interno di un apposito
Dipartimento della Difesa Civile di cui si chiede l'istituzione, il
relativo finanziamento etc.
Il momento attuale, la fortissima militarizzazione della società e il
contesto mondiale di crescente riarmo e proliferazione di scenari di
guerra richiedono ben altro. La generalizzata spinta alla reintroduzione
della leva militare richiede qualcosa di molto diverso, una lettura
lucida dei processi in atto e un intervento nel contesto sociale che sia
chiaramente e inequivocabilmente antimilitarista.
I diversi modelli di leva adottati dai vari paesi europei hanno dei
tratti comuni, che vanno individuati e contrastati, perché sottolineano
la centralità della questione della leva e il modo compatto, sia pure
nelle diversità, con cui i governi europei stanno procedendo secondo
linee precise.
Ad esempio, il questionario con cui vari governi europei accertano la
disponibilità dei giovani al servizio di leva militare è ovunque uno
strumento obbligatorio. La non compilazione è equiparata a renitenza.
Analoga obbligatorietà riveste la visita medica per l'accertamento
dell'idoneità psicofisica. Al di là di ogni balla sul presunto carattere
volontario di una leva che se non riceve adesioni sufficienti procede
con sorteggi a tappeto, lo strumento del questionario e della visita
medica rappresenta uno screening di massa formidabile su tutta la
popolazione giovanile arruolabile.
La reintroduzione della leva procede ovunque in abbinamento con la
militarizzazione della scuola e con la diffusione della propaganda
militare nei contesti educativi.
Ma ci sono anche altri elementi comuni alle politiche militariste dei
vari paesi europei. Il 2035 è stato assunto come prima scadenza per
verificare il potenziamento delle risorse umane militari conseguito dai
singoli stati, funzionale alla definizione di uno standard europeo. Gli
obiettivi numerici che i vari governi europei si danno con la nuova leva
comprendono non solo il numero delle reclute militari, ma anche quello
dei riservisti e degli obiettori. Il modello tedesco che tanto piace a
Crosetto prevede, ad esempio, che entro il 2035 ci sia una dotazione di
260.000 soldati di leva (volontari e non), 200.000 riservisti (volontari
e non) tra coloro che hanno svolto servizio di leva, e 100.000 obiettori
di coscienza. Un esempio chiaro di quello che viene definito modello di
difesa totale permanente. Qualcosa che conosciamo come triste realtà
operante in vari paesi del mondo. Tutta la popolazione deve essere
condizionata dalla cultura della guerra. In particolare, i giovani che
sono sottoposti alla leva, i riservisti, gli obiettori di coscienza sono
tutti a servizio della patria e della nazione, con coinvolgimento a
vario livello nella difesa militare, armata o non. La difesa civile deve
integrarsi con l'apparato militare, secondo la nota logica del dual use.
D'altra parte i moderni sistemi di guerra permettono di svolgere
attività offensive impattanti anche senza imbracciare necessariamente un
moschetto, magari smanettando alla tastiera di un computer, occupandosi
di logistica o altro. Perché, come recitava Il Decalogo del balilla: La
Patria si serve anche facendo la guardia a un bidone di benzina.
A fronte di una militarizzazione sempre più pesante e pervasiva, la
risposta deve essere ancora una volta caratterizzata dalla ferma
opposizione al militarismo, al nazionalismo, alla retorica della patria
e della difesa. Per una società senza militari, ma anche senza
militarismi mascherati in varie fogge. Costruiamo una campagna contro la
leva militare. Incrociamo le nostre lotte con quelle delle giovani
generazioni che non vogliono essere carne da macello.
Patrizia Nesti
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