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(it) Italy, FDCA, Cantiere #44 - La guerra che verrà - Alternativa Libertaria / FdCA (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 11 Jun 2026 07:26:59 +0300
«Strettamente parlando noi non possiamo avere una politica estera,
poiché noi stiamo, e vogliam stare, fuori e contro l'attuale spartizione
del mondo in Stati rivali. ---- «Per noi non vi sono stranieri. Noi
vogliamo che tutti gli uomini, qualunque sia il loro luogo di nascita,
qualunque sia il ceppo etnico da cui derivano, qualunque la lingua che
parlano, si considerino come fratelli e si aggruppino liberamente e
cooperino insieme per il maggior benessere, la maggiore libertà, la
maggiore civiltà di tutti. ---- «E poiché questa fratellanza universale,
quest'armonizzazione di tutti gl'interessi, di tutte le aspirazioni in
una vasta unità (quella del genere umano) che rispetti e favorisca il
libero sviluppo di tutte le varietà, la piena autonomia di tutti
gl'individui e di tutti i gruppi, sono ancora un'ideale in contrasto
colla dura realtà dell'oggi; poiché gli uomini sono ancora divisi in
oppressi ed oppressori, e gli uni vivono sfruttando il lavoro degli
altri, ed i lavoratori portano il peso di tutti i carichi sociali e sono
coartati nel loro sviluppo materiale e morale e spesso ridotti alla più
squallida ed abbrutente miseria noi stiamo, quale che sia il nostro
paese d'origine o di dimora, per gli oppressi contro gli oppressori, i
lavoratori contro i parassiti, senza riguardo alcuno ai varii
aggruppamenti politici, in cui le vicende storiche e gl'interessi e le
ambizioni dei padroni, sia pure favoriti da speciali condizioni
naturali, han diviso l'umanità».[Errico Malatesta, La nostra politica
estera. Guerra e Pace, «Volontà», anno 2, n. 10, 07/03/1914; corsivi
nostri.]
Queste chiare parole, pronunciate alla vigilia della prima guerra
mondiale imperialista dal nostro compagno Errico Malatesta, si
qualificano ancora oggi come attualissime in un mondo devastato e
insanguinato da oltre cinquanta conflitti scatenati dalle potenze
imperialiste per il controllo del mercato mondiale, conflitti che si
generalizzano sempre più, ampliandosi drammaticamente.
E sono questi i contenuti che vogliamo riproporre anche in occasione del
25 aprile e del 1º maggio, per qualificare queste ricorrenze non da un
punto di vista istituzionale ma come prospettive di lotta antifascista e
internazionalista, che rimandano alle migliori stagioni del proletariato
italiano e internazionale nel travagliato ma luminoso percorso della
propria emancipazione.
Il teatrino della politica
La vittoria del No nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo ha
indubbiamente indebolito l'attuale governo, in una fase nella quale la
guerra di aggressione contro l'Iran, da parte di Israele e degli USA,
credibilmente prospetta un perdurante e fuori controllo aumento dei
costi dell'energia con possibili razionamenti, aumento dei prezzi al
consumo, aumento delle dinamiche inflattive in un quadro di diminuzione
del PIL e di aumento del deficit pubblico. Una prospettiva
caratterizzata da un forte incremento delle spese militari a scapito dei
principali servizi essenziali: uno scenario di difficilissima gestione,
capace di insidiare il consenso elettorale della maggioranza di governo.
D'altronde "il sorpasso" del cosiddetto "campo largo", una volta risolti
i suoi profondi dissidi interni, potrebbe anche superare il ruolo di
ipotesi per divenire un'eventualità praticabile (vedi i dati Supermedia
Sondaggi del 10 marzo) e la presidente del consiglio dei ministri in
cerca di una via di uscita potrebbe, dopo il parziale e tardivo
repulisti tra le sue fila al quale si aggiunge la "ristrutturazione"
condotta in Forza Italia da Marina Berlusconi, la crisi al ribasso della
Lega e l'insidia elettorale del generale Vannacci, valutare la
possibilità di giungere alle elezioni politiche anticipate per cercare
di salvare il salvabile: un'ipotesi questa non certo scontata ma
comunque possibile.
Ripetiamo ancora una volta che la vittoria del No è da considerarsi
positiva in quanto ha indebolito il governo e, soprattutto, le
componenti sociali che lo sostengono, ma il futuro appare alquanto
incerto e non è assolutamente detto che in caso di elezioni politiche,
anticipate o meno, il riscontro delle urne risulti sfavorevole alle
formazioni politiche che compongono questo governo. Le forze di
opposizione parlamentare (ed extraparlamentare, le stesse che richiedono
le dimissioni del governo), hanno subito tentato di acquisire in toto i
risultati referendari per dirottarli in vista di un'eventuale scadenza
elettorale che vede nelle "primarie" il primo e problematico passo per
creare una prospettiva parlamentare unitaria e alternativa all'attuale
maggioranza: vale a dire il "campo largo", che risulta per ora solo
un'ipotesi, da costruire tra mille irrisoluzioni e difficoltà. Il
tentativo di comprimere il consenso referendario in una dimensione
partitica è certamente sguaiato nella forma e deprecabile nella
sostanza, ed è probabile che si riduca a un insuccesso: d'altronde lo
scenario è inedito, ma non è questo il punto.
Le recenti dinamiche referendarie tra omissione e deformazione
Circa l'affluenza al referendum questa è divenuta "elevata" in quanto
avrebbe rappresentato una rinnovata partecipazione da parte
dell'elettorato, registrando un'affluenza alle urne pari al 55,69%
definita con un'enfasi eccessiva "eccezionale", il che costituisce solo
una parte di verità: l'ultimo referendum costituzionale, tenutosi nel
2016 e relativo alla riforma Renzi- Boschi, ottenne una partecipazione
pari al 65,48% e alle elezioni politiche del 2022 si registrò
un'affluenza pari al 63,91%. Il parlamentarismo usa sovrapporre le
proprie aspettative alla realtà, per cui un'affluenza significativa ma
numericamente ridotta (il 44,31% si è comunque astenuto), diviene
"eccezionale" solo perché superiore alle aspettative più pessimistiche.
Ma l'aspetto interessante riguarda la partecipazione giovanile al voto,
un argomento questo salutato dal fronte del No con enfasi sospetta. I
giovani hanno votato con una partecipazione in crescita anche se, per
obiettività, è il caso di citare le proiezioni SWG le quali dimostrano
che l'astensione tra le giovani generazioni per le classi di età 18-24
anni si attesta al 47%, cresce al 52% per le classi degli anni 25-34,
rimanendo comunque superiore a quella propria delle altre classi di età
che hanno registrato una partecipazione al voto maggiore (Renato
Mannheimer, in «Italia Oggi» del 01/04/2026), e non si creda che con
queste considerazioni si "inneggi" all'astensionismo. Al riguardo, per
quanto come comunisti anarchici non si ceda al richiamo elettorale,
riteniamo l'astensionismo un fenomeno sociale articolato e
contraddittorio: un fenomeno quindi da valutare scientificamente con
estrema obiettività in quanto, per le sue medesime caratteristiche
sociali e di classe, non si configura né come qualunquismo da liquidare
in toto né, certamente, come sinonimo di presa di coscienza delle masse
sfruttate. Non attribuiamo poi alle scadenze referendarie alcuna valenza
rivoluzionaria ma, talvolta, alcuni diritti delle classi sociali meno
abbienti sono stati difesi proprio dal perseguimento di obiettivi
referendari quali, per esempio, il divorzio e l'aborto e, anche nel caso
dell'ultimo referendum costituzionale, la vittoria del No ha sicuramente
impedito all'attuale governo di proseguire nell'aggressione delle
condizioni di vita delle classi subalterne nel quadro di una vera e
propria deriva autoritaria.
Nuove consapevolezze e necessità militante
Il vasto movimento che ha espresso la vittoria del No al referendum, sia
pure maturato in un clima di mobilitazioni diffuse che hanno visto
coinvolti unitariamente ampi settori dei movimenti studenteschi e
giovanili, delle donne, dei sindacati e della società civile, ha
inevitabilmente subito "la tregua elettorale", parzialmente declinando
in quantità e qualità. Nonostante tutto la rinnovata partecipazione
delle giovani generazioni non è certamente ascrivibile in toto "alla
difesa della Costituzione" quanto, principalmente, alle mobilitazioni
unitarie contro le guerre imperialiste finanziate a scapito dei salari,
dei servizi essenziali, delle condizioni di lavoro e di vita delle
classi sociali meno abbienti. Tale partecipazione è stata la conseguenza
di un fenomeno sociale e di classe che ha visto le diffuse mobilitazioni
contro tutte le guerre imperialiste, contro le stragi, i genocidi e le
devastazioni dall'Ucraina a Gaza e all'Iran, per la pace e contro le
politiche del riarmo realizzate nell'esclusivo interesse dei produttori,
dei distributori di armamenti e del capitale finanziario. Il no
giovanile al referendum è cresciuto nelle lotte studentesche, per
contrastare i tagli all'istruzione, le politiche di aziendalizzazione e
di gerarchizzazione dell'insegnamento in una prospettiva autoritaria,
competitiva e meritocratica di asservimento dell'istruzione
all'industria bellica e alla propaganda dell'esercito, contro ogni
reintroduzione della leva militare obbligatoria e contro il militarismo
dilagante nell'intera società, e quindi anche nelle scuole e nelle
università proprio per preparare alla guerra. Sono state le
mobilitazioni contro la svolta autoritaria del governo Meloni che con i
"decreti sicurezza" equipara il conflitto sociale a un mero problema di
ordine pubblico da fronteggiare con l'azione repressiva di polizia e
magistratura. Queste mobilitazioni hanno prodotto in una significativa
minoranza giovanile lo sviluppo di una diffusa consapevolezza che è
divenuta trainante; una consapevolezza anticapitalista, antifascista e
antiautoritaria ma anche solidale, che ha visto il sostegno ai diffusi
blocchi di navi e treni trasportanti armamenti diretti a Israele e
l'adesione partecipata alla vicenda della Global Sumud Flotilla che ha
espresso solidarietà concreta alla popolazione palestinese di Gaza
massacrata, dispersa e affamata dall'azione genocida del governo
israeliano, con la complicità degli USA e dell'Unione Europea. È stata
l'accresciuta sensibilità per la questione ambientale che vede il
governo trascurare il crescendo dei disastri ambientali dovuti alla
cementificazione selvaggia e alla mancata tutela dei territori che,
viceversa, necessiterebbero di forti investimenti che invece sono
destinati al riarmo e quindi alla guerra.
Non sono i proclami istituzionali ma è il conflitto sociale e di classe,
articolato su obiettivi chiari, unitari e condivisi, che determina la
partecipazione e quindi una rinnovata consapevolezza circa i modi e i
tempi per costruire un mondo migliore di pace, di uguaglianza e di
libertà. Ma se i movimenti sociali e di massa si costruiscono nel
concreto delle mobilitazioni contro il capitale e le sue guerre, questi
devono fare inevitabilmente i conti con le difficoltà della fase
divenendo, per la loro medesima natura, altalenanti e contraddittori e
le consapevolezze sociali che si creano possono anche essere riassorbite
e disperse dal crescente riflusso: ma sono proprio queste consapevolezze
sociali che è necessario preservare per far sì che divengano realtà
militanti organizzate, capaci di sostenere e qualificare i movimenti di
massa da un punto di vista di classe soprattutto nei momenti di crisi,
quando si afferma la sconfitta e lo scoramento, affinché i nuovi impulsi
alla lotta si espandano a contesti più ampi. Da questo punto di vista
appare essenziale il ruolo delle e degli insegnanti nel portare un
significativo contributo non "alla scuola di Stato" ma alla difesa delle
caratteristiche sociali della scuola pubblica, al fine di produrre
consapevolezze alternative alla deriva e all'imbarbarimento della
società capitalistica.
Conferire concretezza all'internazionalismo per una sua generalizzazione
La fase che stiamo attraversando si configura come la più drammatica nel
secondo dopoguerra. Le guerre per procura tra le principali potenze
imperialistiche seminano distruzione e morte. In un simile contesto, che
apre a scenari inediti per i quali è lecito paventare la possibilità di
un terzo conflitto mondiale, non vi sono aggrediti e aggressori ma
un'unica dimensione imperialistica nella quale si scontrano potenze più
o meno dominanti e in costante conflitto, comunque volte al controllo di
aree strategiche per il dominio del mercato mondiale. È uno scontro tra
predoni che oppone borghesie e Stati ai danni delle popolazioni civili
che vengono travolte dalla guerra; uno scontro tra rapporti di forza nel
quale schierarsi da una parte contro l'altra significa ridursi a
sostenere una componente imperialistica più o meno dominante, che nega e
reprime ogni autonomia e opposizione sociale e di classe. ll medesimo
proletariato dei vari Paesi, che è chiamato allo scontro con le proprie
sorelle e i propri fratelli di altri Paesi per la difesa di interessi
non propri, risulta estremamente diviso quando, se unito, esprimerebbe
una forza immensa tale da bloccare ogni conflitto, dall'Ucraina
all'Iran. La validità della prospettiva internazionalista è certamente
l'unica alternativa praticabile alla barbarie che il capitale impone per
la sua sopravvivenza, ma non può limitarsi all'enunciato delle migliori
intenzioni nostre. È necessaria una strategia "per tornare a vincere" a
livello continentale, su obiettivi unitari che partano dalla difesa
intransigente delle condizioni di vita delle classi subalterne, divise e
inimicate dalle medesime potenze che si combattono e che scagliano la
nostra classe contro sé stessa, allontanando così ogni credibile unità
internazionalista. È necessario iniziare a coniugare concretamente la
lotta contro la guerra e per la pace con la concreta difesa delle
condizioni di vita delle classi subalterne in Italia e in Europa:
difendere il salario e il suo potere di acquisto, per la qualità e la
sicurezza del lavoro, contro il precariato, per un significativo
sviluppo dei servizi sociali essenziali è sopra tutto istruzione,
sanità, trasporti, previdenza e tutela dei territori e dell'ambiente è
sottraendo così risorse alle spese militari e al riarmo; difendere e
ampliare le conquiste ottenute in questi anni dalle donne contro la
violenza, l'insorgere del patriarcato, dell'intolleranza e
dell'omofobia, contro il razzismo, il risorgente fascismo e contro
l'oppressione delle diversità, affinché queste abbiano piena
cittadinanza nella società civile. Declinare questi obiettivi
unitariamente, dal basso e in una prospettiva autogestionaria, contro
ogni burocrazia sindacale e partitica è il compito prioritario anche
della militanza comunista anarchica che deve rafforzare la propria
organizzazione politica al fine di contrastare il riflusso estendendo il
conflitto a contesti più ampi. Ciò costituisce il primo passo pratico
per un'organizzazione continentale delle lavoratrici e dei lavoratori
contro il capitale, l'imperialismo e le sue guerre.
Nello spirito del Primo Maggio, viva l'unità internazionalista del
proletariato!
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