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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #12-26 - Colpire Mussolini (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 21 May 2026 08:54:44 +0300
Mimmo Franzinelli, Colpire Mussolini. Gli attentati al Duce e la
costruzione della dittatura fascista, Mondadori Le Scie, Milano, 2025,
pp. 354. ---- Un Mussolini perplesso in mise borghese e austera, con una
bombetta di feltro su misura e un esibito cerottone al naso campeggia
sulla copertina (cover design di Beppe Del Greco su foto d'epoca).
Raffigurazione dell'esito di un colpo di pistola appena sparato da
Violet Gibson nell'aprile 1926, quell'immagine racchiude significati
contraddittori, di sfida e vulnerabilità insieme; declinazione
autoreferenziale di una biopolitica del potere, ben introduce il tema di
fondo del volume. Ossia, quale nesso potrà esserci tra gli attentati al
Duce e la fase di impianto strutturale del regime?
«L'impatto degli attentati sulla vita collettiva è assai più rilevante
di quanto raccontino i testi di storia. Particolarmente nelle dittature,
per la possibilità di montare grandi provocazioni politiche e/o di
manipolare a proprio vantaggio episodi controversi» (p. 3), è l'incipit
promettente del libro. Mimmo Franzinelli, storico brillante e prolifico
del fascismo e dell'Italia repubblicana, ci propone in sintesi quattro
"medaglioni" dedicati ad altrettante azioni terroristiche, consumate ai
danni del dittatore tra la fine del 1925 (Tito Zaniboni) e il 1926 (la
sunnominata Gibson, Gino Lucetti e Anteo Zamboni), negli anni cruciali
cioè della transizione del governo mussoliniano verso la forma-regime e
il contestuale varo delle "leggi fascistissime". Non sono stati
inseriti, di conseguenza, gli attentatori anarchici Michele Schirru e
Angelo Sbardellotto che, rispettivamente nel 1931 e nel 1932, saranno
condannati alla fucilazione per la sola, comprovata, "intenzione" di
compiere quell'atto criminoso. Il focus quindi riguarda le modalità
speculative attraverso le quali la dittatura avrebbe, di fatto,
"utilizzato" i suddetti episodi per motivare la reintroduzione della
pena capitale nel Regno, la messa al bando dei partiti politici e
l'istituzione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, tutti
dispositivi approntati per annientare e prevenire ogni possibile azione
antifascista.
L'autore, che ha inteso «ripercorrere e interpreta[re]le convulse
vicende di un'Italia in rapida marcia verso la dittatura, nell'impotenza
delle opposizioni» (p. 5), esprime nel contempo un giudizio di valore e
si interroga «sulla (dubbia) utilità di contrastare la nascente tirannia
attraverso gesti individuali o complotti imperniati sull'eliminazione di
un personaggio sorretto da un efficiente apparato di potere e forte di
significativi consensi» (ibidem). La tesi, non nuova, è però alquanto
opinabile. Perché, se gli attentati falliti furono certo
strumentalizzati dalla propaganda per alimentare il mito del Duce e
rafforzare gli apparati polizieschi e di controllo dello Stato, essi non
furono la causa effettiva di quell'epocale inasprimento repressivo che
era solo la mera, puntuale, attuazione di un progetto. Così come, allo
stesso modo, facendo un parallelo con la fase terminale del regime, le
stragi nazifasciste non saranno la conseguenza di una qualche
scriteriata azione "proditoria" messa in atto dalla guerriglia
partigiana, essendo esse stesse parte di in programma preordinato.
Gli attentati presi in esame nell'arco di quel biennio cruciale,
sottolinea Franzinelli, non sono ascrivibili a un medesimo disegno e
hanno ciascuno natura e dinamiche totalmente differenti. Siamo di fronte
a un'accozzaglia strampalata. Così come diverse sono le personalità
degli attentatori: contraddittorio, eterodiretto ed «esistenziale» l'ex
deputato socialista Tito Zaniboni; «mistica» e mentalmente instabile
l'irlandese Gibson; imperscrutabile l'attentatore bambino Anteo Zamboni,
linciato dalla folla a Bologna. Obiettivamente diversa la figura di Gino
Lucetti, il cui gesto per quanto velleitario riscosse ampi consensi
tra gli esiliati antifascisti, dagli anarchici alla Concentrazione
Antifascista, come si evince ad esempio dalla compulsa della stampa
pubblicata all'estero (ad es. "Veglia" di Parigi che esce nell'occasione
con un numero speciale a lui dedicato, oppure "La Libertà", ecc.).
Del resto quell'obiettivo trucido fare la pelle al Duce finalizzato a
cambiare il destino dell'Italia, era da tempo condiviso da tutta l'ala
insorgente dell'antifascismo: dai Repubblicani agli anarchici, fino al
crogiuolo liberalsocialista da cui sarebbe poi nata Giustizia e Libertà.
Non solo, ma esistono evidenze storiografiche peraltro non considerate
da Franzinelli che ci riportano ad una compartecipazione e ad una densa
fase preparatoria dell'attentato Lucetti. Si tratta di un'attendibile
fonte orale, quella del comandante partigiano carrarino Ugo Mazzucchelli
(1903-1997), raccolta dall'autorevole storico Gino Cerrito (Gli
anarchici nella Resistenza apuana, Pacini Fazzi 1984, pp. 19-20), che ci
parla di un convegno clandestino tenutosi a Livorno nell'estate 1925 a
cui era presente insieme a due compagni livornesi, Augusto Consani e
Virgilio Recchi, e altri non identificati fra cui «due minatori di San
Giovanni Valdarno» (Ibidem). Altra conferma, in tal senso, ci viene da
un recente testo di memorie di autori vari (Siamo Liberi? Resistenza e
Liberazione nella Valle dell'Arno, Mompracem 2025, pp. 18-19) che
conferma il clima di attesa e la contestuale situazione
"pre-insurrezionale" percepita nel bacino minerario toscano.
Giorgio Sacchetti
https://umanitanova.org/colpire-mussolini/
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