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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #7-26 - A proposito di consenso. Tutte quello che avremmo dovuto sapere... e che oggi osiamo chiedere (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 5 Apr 2026 09:06:48 +0300
In Italia si torna a discutere di contrasto alla violenza di genere:
casus belli, l'emendamento Bongiorno al cosiddetto "ddl stupri". ---- Lo
scorso 25 novembre veniva approvata alla Camera una proposta bipartisan
di modifica legislativa atta a introdurre, in relazione al reato di
violenza sessuale, la definizione di "consenso libero e attuale". In
questo modo la norma andava allineandosi tanto alle indicazioni della
Convenzione di Istanbul, quanto ai più recenti orientamenti
giurisprudenziali.
Grandi dichiarazioni in pompa magna, grande scandalo in casa Lega e non
solo.
Il cambiamento viene ben presto descritto in termini tanto apocalittici
quanto grotteschi, fino all'assurdo di paventare per il futuro la
necessità di una dichiarazione davanti al notaio per poter "copulare
senza rischi". Opporsi a questa modifica diviene, nelle parole dei suoi
detrattori, sia una questione di libertà ("non si può più dire/fare
niente"), sia una tutela degli uomini, minacciati - ancora una volta -
da eserciti di donne rancorose e dalla piaga delle false denunce, spesso
determinate dal "pentimento del giorno dopo". È evidente che chi
argomenta in questi termini ignora o pretende di ignorare completamente
i meccanismi della violenza, ma su questo ritorneremo in seguito.
Arriva quindi al Senato l'emendamento presentato da Giulia Bongiorno,
avvocata e senatrice oggi leghista. Tale emendamento, se dovesse
tradursi in legge, rappresenterebbe un arretramento sia rispetto alla
proposta precedente, sia in relazione alle prassi attualmente adottate.
Nel quadro, non possiamo fare a meno di notare il ruolo delle
opposizioni nell'aprire la strada alla situazione odierna: mettere mano
alla legislazione vigente, vista l'attuale compagine parlamentare,
risulta quantomeno di un'ingenuità disarmante. Dalle mie parti si dice
"xe più mona che stronxx" ("essere più sciocc* che...").
Focalizzandoci sul contenuto dell'emendamento, si tratterebbe di
sostituire al concetto di "consenso libero e attuale" quello di
"valutazione della volontà contraria".
Una vicenda che apparentemente pertiene esclusivamente al campo
giuridico e penale, ma il cui portato trascende l'ambito specifico.
È necessario riconoscere che i rapporti di forza fra legislazione,
giurisprudenza e "paese reale" sono complessi e multidirezionali.
Chi scrive non ha nessuna fiducia nella capacità della legge - o della
giurisprudenza - di determinare il materiale in termini assoluti;
sarebbe però davvero troppo naïf negare che il concreto delle nostre
esistenze quotidiane venga condizionato pesantemente da questi elementi.
Inoltre, ogni provvedimento legislativo è anche una dichiarazione
politica e sociale.
Tenendo a mente questi nessi, tentiamo un'analisi a partire proprio
dall'introduzione del concetto di "consenso".
La questione è apparentemente straordinariamente semplice: si
tratterebbe di riconoscere, a livello legislativo, la necessità di una
volontà attiva delle persone coinvolte in un rapporto sessuale.
Facile, no? Per nulla. Il consenso parla il linguaggio del desiderio,
dell'incontro, dell'ascolto, del limite. Stabilisce un concetto banale e
potente assieme: il corpo altrui non è qualcosa a disposizione "fino a
prova contraria".
Astrattamente, questo principio riguarda ogni corpo allo stesso modo.
Ma, ancora una volta, i corpi si fanno rapporti di potere incarnati; nei
fatti, questo iter legislativo impatta primariamente sui corpi femminili
e femminilizzati.
Ritengo sia necessario soffermarsi con attenzione sull' "ovvietà" di
questo dato.
Salta agli occhi come, in ottica prettamente eterosessuale, la
disponibilità e l'accessibilità riguardino solo i corpi delle donne.
Risulta evidente quanto il ruolo agente sia percepito come pertinenza
esclusiva del maschile, in un'asimmetria relazionale - e di potere -
talmente scontata da diventare invisibile.
È importante mettere in luce questa invisibilizzazione, per non
rischiare di rappresentare, anche involontariamente, come "naturale"
quello che è a tutti gli effetti un dato storico e sociale.
Il dibattito attuale sul consenso questiona pienamente la cultura
patriarcale dominante, e la lente di genere con cui - giustamente -
viene letto questo concetto dimostra quanto il patriarcato sia a
tutt'oggi ben lontano dall'essere retaggio del passato.
È soprattutto interessante rilevare come questa lente di genere non
venga applicata solo dalle "cattive femministe", ma in primis dagli
uomini stessi. Sia quelli misogini, ostili, antifemministi, sia - seppur
con segno marcatamente diverso - quelli alleati. Nessuno sembra sentire
il bisogno di far notare che l'affermarsi del consenso come base dei
rapporti sessuali riguarderebbe e "proteggerebbe" anche gli uomini. I
confini del corpo maschile non sono mai oggetto di dibattito: non serve,
è scontato.
Non c'è nessuna ragione assoluta per cui una legislazione che incameri
il concetto di consenso dovrebbe tutelare in modo particolare le donne o
limitare in modo particolare gli uomini. Eppure, così è - correttamente
- letta, anche e soprattutto dai suoi detrattori. Il re non potrebbe
esse più nudo di così.
Perché è qui che emerge in tutta chiarezza quanto la violenza sessuale
sia in massima parte violenza di e del genere. Quanto parli di potere e
non di sesso.
Il potere è sempre alla base dello stupro, che si tratti di trarne
vantaggio da una posizione dominante, di ribadirlo quando viene
percepito come minacciato o di affermarlo come forma di rivalsa. A volte
i corpi delle donne vengono usati per parlare indirettamente agli altri
uomini; questo sono, ad esempio, gli stupri di guerra.
Il potere è alla base anche degli stupri più "banali" e quotidiani: in
famiglia, nelle relazioni intime e di affetto. L'asimmetria sociale e
strutturale fra corpi il cui ruolo è pretendere e corpi il cui ruolo è
essere disponibili. Il più pervasivo - e per questo il più invisibile -
degli abusi di potere.
Il patriarcato scorre potente in noi, travalicando gli steccati
ideologici. Era fuori strada Calvino, quando nel 1975 mostrificava i
responsabili del massacro del Circeo, riconducendo le loro azioni
esclusivamente a dinamiche di censo o di appartenenza politica. È fuori
strada oggi chi ancora ne avalla le tesi. E il dibattito attorno agli
"Epstein files" sembra rotolare rapidamente verso lo stesso burrone
Io ero già adolescente il 15 febbraio del 1996, quando lo stupro ha
smesso di essere reato contro la morale ed è diventato reato contro la
persona. Pochi anni dopo sarebbe diventato un reato contro la mia, di
persona. Poco importante, non l'ho mai denunciato. È stata la scelta
giusta? Probabilmente si, ma è una scelta che non ho mai potuto fare
davvero, perché ho impiegato più di dieci anni per riconoscere quello
che mi era accaduto. A quel punto, ogni valutazione era pura accademia.
Nonostante una formazione politica, militante, femminista, è stato
necessario tanto tempo per dare un nome al mio vissuto. Ho avuto bisogno
di riconoscermi nell'esperienza, diversa eppure simile, di un'altra
donna. Solo allora ho capito che paralizzarsi, mordere forte un cuscino
per non urlare, piangere e non partecipare in alcun modo erano segnali
abbondantemente validi per riconoscere l'assenza di consenso. Anche se,
è vero, non ho mai detto "no", non ho spinto, non ho graffiato, non ho
provato a colpire. Ho solo sperato che lui si sbrigasse e che "il mio
dovere" finisse in fretta. Questa testimonianza personale vuole essere
un esempio concreto di come le dinamiche della violenza e del suo
riconoscimento possano essere a volte difficili da leggere, anche da
parte di chi le subisce. Ma ancora oggi, come accennavo all'inizio, è
diffusa la narrazione del "lei ci stava e poi si è pentita/ci ha
ripensato". La vita è più complessa. È sempre più complessa, di uno
slogan, di una legge, di una dichiarazione ad effetto sui social.
Entrano in gioco una molteplicità di fattori, spesso difficili da
comprendere da parte di chi nella posizione non rischia di trovarsi,
ovvero la maggior parte degli uomini.
La violenza di genere è molte volte, come detto, anche violenza del genere.
Violenza di una società che insegna alle donne la disponibilità fino a
prova contraria; violenza che educa a che quella disponibilità debba
essere incondizionata per partner, mariti, affetti, amori; violenza che
interiorizza la colpa, perché "non mi sono ribellata abbastanza";
violenza della - e nella - comprensione, accettazione, giustificazione
di un uomo che "non poteva capire". Violenza che misura il valore
femminile sul metro e sullo sguardo maschile. Violenza di un maschile
che non è educato - e spesso non ha nessun interesse ad educarsi -
all'ascolto, all'empatia, al limite. La violenza del "basta che respiri".
Il punto non è distribuire colpe, non è utile. Il punto è riconoscere la
problematicità di quest'asimmetria, violenta, che codifica e struttura
il desiderio.
La stessa violenza per cui le femministe in piazza "chissenefrega se
parlano di consenso, tanto sono comunque inchiavabili".
Per me, femminista, sopravvissuta, inchiavabile, l'approvazione di
questo emendamento cambierà poco. Il significato sociale e politico di
questa approvazione, e la lotta per impedirlo, diranno invece qualcosa.
O molto, dipenderà da noi come sapremo scriverla.
Nel ricordo di Franca Viola, che seppe ribellarsi al suo stupratore e al
matrimonio riparatore. E pure di suo padre che seppe esserle alleato.
Asia
https://umanitanova.org/a-proposito-di-consenso-tutte-quello-che-avremmo-dovuto-sapere-e-che-oggi-osiamo-chiedere/
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