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(it) Italy, UCADI, #205 - La liquidazione dei curdi del Rojava (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 5 Apr 2026 09:06:34 +0300
Tra l'indifferenza dell'opinione pubblica e grazie al sostanziarne
silenzio della stampa e dei telegiornali si sta consumando l'ennesimo
massacro del popolo curdo nel tentativo di seppellire le sue aspirazioni
a vivere in una società multietnica, multireligiosa caratterizzata
dall'uguaglianza di genere, da istituzioni partecipate dai singoli e
dalle formazioni sociali, dotati disservizi essenziali come scuole,
sanità, benessere economico. ----
Tra Turchia, Iraq, Siria e Iran si estende un vasto altipiano, il
Kurdistan per una superficie di 392.000 km², abitato prevalentemente da
popolazioni curde oltre che da arabi, assiri, armeni, azeri, ebrei,
ossetti, persiani, turchi e turcomanni.
Quest'area è politicamente suddivisa tra 190.000 km² in Turchia, 125.000
km² in Iran, 65.000 km² in Iraq, e 12.000 km² in Siria; vi abitano in
prevalenza, 40 milioni di curdi, di cui 25 milioni in Turchia. Nel loro
complesso il numero dei curdi nel mondo è stimato in 40-50 milioni
circa, a causa dei tanti profughi e perseguitati politici che hanno
dovuto fuggire per non essere uccisi. Le lingue parlate dai curdi sono
in genere quelle imposte dagli Stati che li governano, mentre l'uso del
curdo è ostacolato in tutti i modi. Il curdo è scritto in vari alfabeti
(arabo, latino, cirillico).
Nel Kurdistan sono parlate anche, da piccole minoranze, varie altre
lingue di ceppo turco, semitico e Indo-europeo. Anche l'appartenenza
religiosa è composita e convivono appartenenti culti tra loro diversi.
Geograficamente il Kurdistan è un vasto altopiano situato nella parte
settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia. Il suo valore
economico è strategico è assoluto, poiché includendo l'alto bacino
dell'Eufrate, del Tigri, il lago di Van e quello di Uria. Chi controlla
il Kurdistan, gestisce di fatto le risorse idriche della regione, i suoi
terreni fertili e adatti per i cereali e l'allevamento, nonché uno dei
luoghi più ricchi di petrolio al mondo.
Per quest'insieme di motivi il Kurdistan genera intorno a esso forti
interessi economici non solo da parte degli Stati che ne controllano il
territorio, ma anche da parte del Governo degli Stati Uniti (si vedano i
giacimenti sfruttati dalla Conoco (Continental Oil and Transportation
Company)), oggi confluita nella ConocoPhillips. Nonché per ragioni di
carattere strategico legati al controllo dell'intero Medio Oriente.
Da quanto detto consegue che fare del Kurdistan uno Stato
significherebbe ritoccare pesantemente i confini di almeno quattro Stati
in un'area che è senza dubbio attraversata da conflitti interetnici,
culturali e religiosi tra i più complessi al mondo. Attualmente, mentre
i curdi iraniani sono inseriti nel complesso mosaico che costituisce lo
Stato persiano e sono fra le componenti di questo paese una di quelle
che con più decisione spinge verso un'apertura politica della Repubblica
Islamica, la componente irachena ha preso atto della balcanizzazione
delle diverse aree delle quali è distribuito il popolo curdo e si è
ritagliata una enclave nella provincia autonoma gestita da Mas'ud
Barzani, capo del partito Democratico del Kurdistan (Partîya Dêmokrata
Kurdistanê), particolarmente problematica è la vita della comunità curda
sia in Turchia che in Siria.
I Curdi tra Turchia e Siria
La Comunità curda è particolarmente numerosa in Turchia, dove
rappresenta 1/5 circa della popolazione del paese. La questione curda,
come del resto la questione armena, si posero fin falla nascita stessa
della Repubblica turca, succeduta alla caduta dell'Impero ottomano. Il
movimento nazionalista dei giovani turchi, guidato da Kemal Pascià,
potette affermarsi e dar vita nel 1922 al nuovo Stato solo al prezzo di
completare il genocidio del popolo armeno, iniziato durante la guerra,
scongiurando definitivamente la formazione di uno Stato indipendente
armeno, decisione sancita dal Trattato di Losanna, e con lo stesso
Trattato impedì la costituzione di uno Stato del Kurdistan, facendo si
che l'altopiano venisse diviso tra Turchia, Siria, (Stato mandatario la
Francia), l'Iraq, (Stato mandatario la Gran Bretagna) e l'Iran (ovvero
la Persia, sotto l'influenza britannica).
La repressione del popolo curdo in Turchia poté così continuare,
costellata da numerose insurrezioni, fino a quando, nel 1971 non
cominciò ad operare per essere poi definitivamente costituito nel 1978,
il PKK (Partito del Popolo Curdo), che usando come basi il Kurdistan
iracheno, sviluppò la lotta anche armata contro la Turchia, ricorrendo
ad azioni insurrezionali e, fallite queste, anche al terrorismo come del
resto avevano fatto i sionisti per costruire lo Stato di Israele.
Da allora, mentre una parte dei curdi agiva a livello politico,
costituendo partiti e presentandosi alle elezioni del Parlamento turco,
il PKK inizierò a elaborare una propria strategia che era insieme
politica e sociale.
Da un lato mirava a costituire un'entità statale indipendente curda, ma
al tempo stesso, nella consapevolezza che un movimento nazionalista era
di per sé strutturalmente debole, in quanto un tale progetto avrebbe
portato a dover modificare pesantemente i confini di almeno quattro
Stati - in una regione per giunta già di per sé balcanizzata e contesa
dalle grandi potenze - riteneva che esso avrebbe avuto bisogno di essere
sostenuto da una profonda rivoluzione sociale che, ristrutturando i
rapporti di forza fra le classi e i ceti costituisse contemporaneamente
una rivoluzione culturale, economica e politica per l'intera regione,
conferendo una identità propria al progetto politico di costruzione
dello Stato del Kurdistan indipendente. Perché questa strategia avesse
successo occorreva che il progetto fosse inclusivo verso tutte le
popolazioni che abitavano il territorio.
La soluzione venne trovata costruendo gradualmente un progetto
federativo, insieme libertario e egualitario che prevedeva larghe
autonomie territoriali, una sorta di comunalismo, caratterizzato sotto
il profilo culturale e politico dall'assoluta eguaglianza di genere, al
punto che ogni carica politica e amministrativa era ricoperta da un uomo
e da una donna. Questa scelta comportava la mobilitazione in armi di
uomini e di donne e la completa emancipazione di genere e si
accompagnava al tentativo di costruire una struttura di servizi per la
popolazione preoccupandosi soprattutto dell'istruzione e dell'assistenza
sanitaria.
Questo tipo di progetto politico e di struttura sociale, se possibile,
accentuava l'avversione di tutti gli Stati nei quali il popolo curdo è
distribuito a causa del significato eversivo dell'ordinamento proposto e
dell'orientamento culturale rispetto a quello vigente negli Stati della
regione che vedevano nei valori laici e egualitari affermati e messi in
pratica dei curdi un pericolo estremo anche in relazione all'impronta
islamista degli ordinamenti, sia che questi facessero capo a una visione
sunnita, sciita o alauita dell'Islam.
Partendo da queste premesse, quando l'intervento criminale degli Stati
Uniti in Irak distrusse il paese, licenziando l'esercito e i funzionari
Baathisti che reggevano il governo di Saddam Hussein il nascente
Jihadismo potette dare vita allo Stato islamico, erigendo a capitale
dell'ISIS la città di Raqqa, ed espandendo la sua influenza anche
nell'area occupata dai curdi. A quel punto per i curdi, che nel
frattempo erano insorti in armi e avevano creato un proprio spazio
autonomo, approfittando della crisi siriana, divenne una scelta
conseguente schierarsi con tutte quelle forze, anche occidentali, che
cercavano di opporsi all'ISIS, con il duplice obiettivo di difendersi da
nemici giurati del loro progetto politico e sociale e al tempo stesso
sperando che offrendo i propri servizi all'occidente, questo poi avrebbe
sostenuto in qualche modo le loro rivendicazioni, avendo sempre
dichiarato di sostenere l'autodeterminazione dei popoli.
Non avevano ancora capito quanto gli occidentali possano essere falsi
nel mantenere gli impegni e che la gratitudine in politica e in affari è
merce inesistente, soprattutto non avevano capito che gli Stati Uniti
non hanno alleati, ma sudditi, e pertanto non avrebbero avuto esitazione
alcuna a sacrificarli in nome dei loro interessi (non a caso gli indiani
d'America li apostrofavano con il nomignolo di lingua biforcuta).
Cosi quando, impegnate a tenere prigionieri i sopravvissuti allo scontro
e liquidato sul campo di battaglia l'ISIS utilizzando le milizie curde,
dopo averle impiegate per custodire i campi delle famiglie dei Jihadisti
e il carcere di Al Aqtan, a Raqqa ora hanno deciso di soddisfare le
richieste della Turchia di annientare i curdi, utilizzando le milizie
islamiste filoturche formate da jihadisti reclutati nei campi che hanno
preso il potere in Siria, sostenuti e diretti dalla Turchia e di
sgomberare le basi statunitensi in quei territori, che avrebbero dovuto
sostenere l'autonomia curda.
Il risultato è il via libera a 73.000 jihadisti, pronti ha rilanciare la
violenza del fondamentalismo islamico nel mondo e a riprendere il
reclutamento di adepti alla causa. A disposizione di costoro, facenti
capo alle milizie salafite, sono disponibili ben 9.000 i detenuti
Jiadisti combattenti, a suo tempo posti sotto la custodia dei curdi ai
quali vanno aggiunti 6.500 membri delle milizie islamiste che provengono
da 42 diversi paesi, anch'essi oggi liberi, che contribuiranno a
rilanciare il radicalismo islamico. A completare il disimpegno
contribuisce il fatto che gli Stati Uniti - come dicevamo - si sono
ritirati dalla base di Tanf l'11 febbraio. Questa base è stata
fondamentale per destabilizzare il governo siriano, contrastare la
presenza iraniana e consentire all'ISIS di ricostruirsi nell'arco di
otto anni.
Con la caduta del regime politico di Assad e il ritiro iraniano dalla
Siria, gli Stati Uniti hanno ritenuto che il loro ruolo è terminato, e
hanno dato fine alla loro presenza nel deserto siriano di Homs,
trasferendo le loro forze nella Siria orientale, dove continueranno a
mantenere la loro presenza per preservare il controllo dei pozzi
petroliferi e supervisionare la fragile situazione nel nord-est del
paese dopo il fallimento del progetto di utilizzazione dei curdi. È da
notare che questo ritiro arriva pochi giorni dopo quello dell'esercito
russo dalla sua base di Qamishli, che li porta a concentrarsi sulla costa.
La strategia messa a punto dagli Stati Uniti prevede che il loro posto
venga preso dai turchi, considerati l'alleato più affidabile e in grado
di controllare l'attuale regime siriano gestito da Abu Mohammed al
Jolan, l'ex-jihadista "ripulitosi" con giacca e cravatta, ribattezzato
con nuovo nome di Al Sharaa, nel tentativo di far dimenticare il suo
passato. Questa scelta, offrendo ai turchi la carta finale per
distruggere l'entità curda (il che e non è sgradito ai quattro Stati che
li ospitano) e ponendo la Siria sotto l'egida turca, porta le truppe di
questo paese al confine dello Stato di Israele, consentendo agli Stati
Uniti di bilanciare il controllo incontrastato di Israele sull'area e di
limitare il condizionamento sul governo degli Stati Uniti della lobby
sionista. Ancora una volta nella storia i curdi rimangono vittime degli
equilibri fra le grandi potenze che si disputano il controllo dell'area
mediorientale e vengono sacrificati, a maggior ragione se si guarda ai
contenuti del loro progetto sociale, culturale e politico, a riprova che
l'occidente che dice di battersi in difesa dei valori della democrazia,
della libertà e della partecipazione delle donne, nonché del diritto di
autodeterminazione dei popoli, quando si tratta di potere e di affari,
nega la parola data, rinnega le alleanze, schiaccia i popoli.
L'errore (forse necessitato) della dirigenza curda è stato quello di
essersi fidati degli Stati Uniti, di avere creduto nel progetto
israeliano di frammentazione dell'ordine politico in Medio Oriente, nel
sogno di poter frantumare l'unità territoriale degli Stati esistenti,
per ritagliarsi la propria indipendenza identitaria e nazionale, non
cogliendo fino in fondo la portata eversiva, anche sociale e culturale,
del loro obiettivo.
Eppure rimane il fatto che solo un progetto politico inclusivo che
preveda il coinvolgimento paritario delle diverse etnie, gruppi
linguistici, aggregati religiosi è in grado di consentire la pacifica
convivenza e la pace in questa tormentata area politico geografica ed
economica e culturale area del pianeta.
G.L.
Il popolo curdo per la rivoluzione sociale, Newsletter Crescita
Politica, N. 156 - Febbraio 2022, Anno 2022; Il fiore della laicità,
Newsletter Crescita Politica, N. 127 - Gennaio 2020, Anno 2020; Guerra
alla convivenza, Newsletter Crescita Politica, N. 124 - Ottobre 2019,
Anno 2019.
https://www.ucadi.org/2026/03/01/la-liquidazione-dei-curdi-del-rojava/
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