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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #5-26 - Il lager sotto casa. Processo per Moussa Balde, morto suicidato in CPR (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 22 Mar 2026 08:09:20 +0200
C'è chi ancora crede che gli orrori appartengano al passato, che siano
confinati nei libri di storia, nelle fotografie in bianco e nero dei
campi nazisti, nei reticolati che tagliavano il cielo durante il
genocidio armeno, oppure ancora nel lontano Stato Libero del Congo
durante il genocidio causato dal re Leopoldo II del Belgio. Si sente
ancora quel "Mai più" come un'eco di fantasmi nei corridoi bui
dell'Europa; ironia della sorte, lo si sente da persone non così lontane
da quelle che a Gaza e Cisgiordania stanno sterminando la popolazione
palestinese. E poi si passa oltre. Ma l'orrore non ama il passato, è
ciclico; vive dove lo si tollera, vive nel totalitarismo della
solitudine. Lo si tollera a Gaza e in Sudan ma, anche nel cuore delle
nostre città, l'orrore ha tante maschere: Stato, genocidio, fascismo,
eserciti, carceri. O una sigla: CPR.
Non occorre più attraversare l'Europa per vedere un campo di sterminio.
Basta andare a Torino, in corso Brunelleschi. Lì sorge il Centro di
permanenza per il rimpatrio. Non è nascosto tra foreste lontane; non è
mimetizzato nel deserto come in Libia. È in mezzo alle case, accanto
alla vita ordinaria di chi va al lavoro, porta i figli a scuola, fa la
spesa o va a fare una rilassante e illuminante sessione di hatha yoga.
Anche i lager tedeschi non erano sempre lontani: spesso erano lì, nel
tessuto urbano, tollerati, normalizzati, invisibili agli occhi di chi
non voleva vedere, come il lager nazista nella risiera di San Sabba a
Trieste, o come i manicomi pre-basagliani.
Nel CPR di Torino è morto suicidato Moussa Balde, il 23 maggio 2021,
aveva ventitré anni, originario della Guinea. Il suo nome in arabo
significa salvato dalle acque, la forma araba del nome Mosé. La sua
storia è quella di un fratello che aveva speranza. Era un giovane
migrante, passato attraverso il deserto violento delle istituzioni,
degli aguzzini schiavisti e sopra quel mare sporco di sangue delle
fortezze democratiche europee, finito in Italia con quella pazza idea
rivoluzionaria di vivere. Dopo un'aggressione subita per strada, invece
di protezione, supporto e amore ha trovato la reclusione. Non una
condanna penale, ma una detenzione amministrativa: nove giorni di
isolamento nel cosiddetto "ospedaletto" del CPR, una cella nuda,
spoglia, che il garante dei detenuti descrisse come un vecchio zoo. Lì
si è tolto la vita o forse se l'è ripresa.
L'11 febbraio scorso, Annalisa Spataro, l'allora direttrice del centro,
è stata condannata per omicidio colposo dal tribunale di Torino,
riconoscendo una responsabilità individuale. La condanna prevede un anno
di carcere con pena sospesa, subordinata alla condizione che l'imputata
non commetta nuovamente reati analoghi. Spataro e la società francese di
gestione Gepsa S.p.A. sono stati inoltre condannati a versare ai parenti
di Moussa una provvisionale di 350mila euro, come anticipo sul
risarcimento che verrà stabilito in via definitiva. È stato invece
assolto il medico Fulvio Pitanti, direttore sanitario della struttura.
Ma lo Stato, l'orrore, resta fuori dal banco degli imputati. È sempre
così: al peggio si sacrifica un funzionario, e si salva l'istituzione.
Si paga un risarcimento, si archivia la coscienza e si continua a fare
democrazia col sangue e oppressione disumana.
Eppure, la questione non è la colpa di una sola direttrice o dei medici
collusi dei CPR. La questione è l'esistenza stessa di questi lager,
strutture dove si è rinchiusi per una "irregolarità" burocratica. Dove
si rende illegale l'essere umano fuori posto. Luoghi dove la libertà è
violentata in nome dell'ordine amministrativo dello Stato e della sua
propaganda politica. In nome di un pezzo di carta mancante ci privano
del cielo e dei sogni, ci privano di sorrisi e abbracci, di amore e di vita.
Che differenza sostanziale c'è tra un campo di ieri e uno di oggi,
quando la logica è la medesima? Allora si diceva che certi uomini
fossero pericolosi per la razza; oggi si dice che sono irregolari per lo
Stato e pericolosi per la "pubblica sicurezza".
Allora si costruivano reticolati per difendere la purezza; oggi si
erigono i templi dello stato capitalista, muri di burocrazia per
difendere la "sicurezza nazionale". Cambiano le parole, resta l'idea
violenta: esistono esseri umani che possono essere segregati perché la
loro sola presenza è considerata un problema.
Qualcuno griderà allo scandalo per il paragone. Dirà che i lager nazisti
furono sterminio industriale, che non si può accostare. È vero: la
storia non si copia mai identica. Ma ciò che deve inquietare non è
l'identità dei mezzi, bensì la parentela della mentalità. Anche i campi
tedeschi nacquero come strumenti amministrativi, come misure
straordinarie per categorie definite "indesiderabili". Anche allora si
cominciò con l'isolamento, con la sospensione del diritto, con la
convinzione che tutto fosse giustificato dall'emergenza.
Eppure, è palese che la morte su scala industriale lo Stato la perpetua
ogni giorno... femminicidi, suicidati e morti in carcere, morti
abbandonati nel Mediterraneo, morti di mafia, struttura che lo Stato ha
sempre coperto e favorito, morti sul lavoro... devo dirne altri? Morti
per avvelenamento da inquinanti causate da fabbriche senza scrupoli che
lo Stato dovrebbe regolare, cosa che si guarda bene dal fare. Parliamo
di oltre 1500 persone uccise dallo Stato ogni anno. Lo Stato ci
violenta, ci abusa, ci manipola, ci uccide e pensiamo ancora sia la
struttura migliore per una società responsabile verso sé stessa e verso
questa terra?
Oggi, mentre si piange Moussa Balde, il governo in elegante camicetta di
lino nera annuncia nuove strette: più poteri, meno controlli,
restrizioni persino all'uso dei telefoni nei CPR. Invece di chiudere
questi luoghi, li si rafforza. Invece di riconoscere il fallimento
morale e politico, si irrigidisce il sistema. È la logica di ogni
potere: quando una struttura genera morte, non la si smantella; la si
difende in nome dell'ordine. La morte fa paura quindi è funzionale al
regime.
I CPR sono nel mezzo delle nostre città, come i campi erano nel mezzo
delle città tedesche. La differenza è che oggi non si vedono le colonne
di fumo, ma si sente un silenzio più sottile: quello dell'indifferenza.
Ci abituiamo all'idea che qualcuno possa essere rinchiuso senza
processo, senza colpa, senza prospettiva. Ci abituiamo a pensare che la
libertà sia un privilegio amministrativo datoci solo se nel "bene comune".
Da anarchico, io non posso accettare questa normalizzazione. Non posso
accettare che la libertà dipenda da un documento. Non posso accettare
che lo Stato, dopo aver prodotto disperazione, si assolva con una
sentenza e un indennizzo. Non posso accettare che sotto casa mia o a
10000 km da qui esista un luogo dove la dignità è sospesa e dove la vita
vale meno di un foglio di carta.
"L'Auschwitz sotto casa" non è un'esagerazione retorica: è il rifiuto di
voltare lo sguardo, è il riconoscere che ogni volta che accettiamo un
CPR accettiamo il principio che la libertà può essere tolta a chi è più
debole. E quando un principio simile si radica, nessuno è davvero al sicuro.
Se sentiamo ancora dolore di fronte alle torture nei CPR e nelle
carceri, e questo dolore ancora ci scuote, allora cominciamo da qui: non
con riforme che leniscono la coscienza, ma con la rivolta contro questi
ergastoli a cielo aperto. Perché finché un'anima sarà murata viva,
finché il respiro di Moussa Balde si spegnerà in una cella sorda, avremo
un abisso di vergogna che ci portiamo dentro, un orrore che ci contamina
col suo silenzio fino a dentro il cuore. Non possiamo tacere: il
silenzio è complicità, il silenzio è morte, il silenzio è totalitarismo.
Allora, battiamo, battiamo così forte su quelle porte così da poterci
liberare e liberare tutti i dannati della terra, perché il "mai più" sia
qualcosa di più di un'illusione ma sia davvero cancelli che si
abbattono, muri che si sgretolano, frontiere che si dissolvono e Stati
che scompaio. Anarchia è solidarietà.
Gabriele Cammarata
https://umanitanova.org/il-lager-sotto-casa-processo-per-moussa-balde-morto-suicidato-in-cpr/
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