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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #36-25 - Il rapporto-panettone. Censis: a Natale siamo tutti meno poveri (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 19 Jan 2026 07:11:04 +0200
Ogni anno, in questo periodo la società dello spettacolo ci propina il
cine-panettone, la società dei consumi addobba l'albero dei doni, la
cristianità moltiplica presepi viventi. E, puntuale come un rito laico,
arriva anche il Rapporto Censis: la grande fotografia dell'Italia. ----
Una fotografia che sembra neutrale, ma che riflette soprattutto lo
sguardo di chi la scatta. Il popolo diventa fauna da osservare; il
conflitto si trasforma in "malessere"; la povertà in "febbre del ceto
medio". Eppure i numeri dicono altro: un Paese impoverito, sfruttato,
precarizzato, che vive alla giornata perché gli hanno sottratto il futuro.
La narrazione che sostituisce l'analisi
La prosa del Censis - "età selvaggia", "barbari", "Grand Hotel Abisso" -
non serve a capire, ma a neutralizzare. Processi economici diventano
stati d'animo; scelte politiche diventano fatalità psicologiche.
Deindustrializzazione? "Autunno dell'industria." Precarietà?
"Instabilità." Salari stagnanti? "Affanno." Povertà crescente? Non
pervenuta. Un lessico che depoliticizza tutto: niente capitale, niente
sfruttamento, niente responsabilità politiche. Solo percezioni. Perché
il Censis parla del ceto medio e non della povertà? La categoria
centrale del Rapporto è sempre la stessa: il ceto medio. Non per caso.
Il ceto medio è la platea a cui parlano le élite: la zona cuscinetto che
garantisce stabilità sociale. La povertà, invece, obbligherebbe a
parlare di salari fermi da decenni, precarietà strutturale, welfare
smantellato, evasione impunita, ricchezza privata concentrata. Meglio
trasformare la questione sociale in ansia collettiva. Meglio parlare di
"declino percepito" che di disuguaglianza prodotta.
Il "Grande Debito": austerità mascherata da necessità
Il Censis presenta la crescita del debito pubblico come un destino
naturale che impone il ridimensionamento del welfare. Il messaggio
implicito è chiaro: lo Stato non può più permettersi di garantire
diritti sociali. Ma si tace su chi ha beneficiato per anni di politiche
fiscali indulgenti, chi alimenta l'evasione, chi ha guadagnato dalla
privatizzazione dei servizi. Gli interessi sul debito pesano più della
spesa per ospedali e scuole: vero. Ma il Rapporto non si chiede perché
devono pagarli le persone comuni e non i grandi patrimoni. Il "Grande
Debito" diventa così il linguaggio elegante con cui si giustifica
l'austerità permanente.
Il militarismo come risposta distorta alla crisi
Il rapporto del Censis ammette un dato decisivo: mentre la manifattura
arretra, l'industria delle armi cresce del 32%. È l'unico settore in
aumento.
La nuova politica industriale del Paese, dunque, non parla più di
innovazione, scuola, ricerca, lavoro qualificato. Parla di riarmo.
L'Italia segue la corsa al 2% del PIL in spesa militare, mentre i fondi
per sanità, trasporti e case popolari vengono considerati
"insostenibili". Non è un dettaglio: è la trasformazione dello Stato
sociale in Stato armato.
Il militarismo non risponde alla crisi: la consolida, spostando risorse
dai diritti alle armi e dai bisogni popolari alle logiche geopolitiche.
Conclusione
Ogni dicembre il Censis ci consegna la sua immagine dell'Italia. Una
fotografia che invita all'adattamento, non al cambiamento; alla
rassegnazione, non alla lotta. Ma dietro la retorica del "ceto medio in
ansia" c'è un Paese impoverito. Dietro l'"età selvaggia" c'è un modello
economico che non funziona. Dietro il "Grande Debito" c'è l'austerità.
Dietro la "corsa al riarmo" c'è il sacrificio del welfare. Il nostro
compito è rompere questa cornice, restituire parole al conflitto, dare
un nome ai responsabili e forza alle lotte di chi questa crisi la vive
sulla propria pelle. Perché non è l'Italia ad essere selvaggia: è il
capitalismo che la governa. E nessun rapporto annuale potrà raccontare
ciò che racconta la resistenza quotidiana collettiva.
Totò Caggese
https://umanitanova.org/il-rapporto-panettone-censis-a-natale-siamo-tutti-meno-poveri/
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