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(it) Italy, UCADI, #212 - Il tramonto di Ventotene (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 29 Oct 2026 09:01:26 +0200
Il 30 agosto gli islandesi hanno respinto con il 52,8% di "no" contro il
47,2% di "sì" la proposta di riaprire i colloqui con Bruxelles,
congelati dal 2013, sulla piena adesione del paese alla UE, a
dimostrazione del fatto che l'Unione rimane attrattiva per i paesi
poveri che beneficerebbero delle risorse comunitarie, invece di essere
contributori netti coma l'Italia. E d'altra parte come si fa a non
comprendere i timori islandesi, quando la classe politica che governa
l'Unione è composta da Ursula von der Stupid e Kaja Kretina Kallas
affiancate da una Banda Bassotti composta di esponenti politici dei
Paesi Baltici che hanno occupato gli incarichi più importanti?
Ciò che colpisce non è la loro nazionalità né la russsofobia che li
anima, ma l'infima qualità delle loro capacità politiche e gli alti
livelli di compromissione servile di costoro verso i padroni
statunitensi, i quali hanno gestito e finanziato le loro carriere
politiche. È bene ricordare che tutti costoro fanno parte di quella
campagna acquisti messa a punto dall'Establishment statunitense e
gestita da Donald Rumsfeld, all'epoca Segretario della Difesa USA, e del
colonnello Wilkerson capo dello staff di Colin Powell, a margine
dell'"Information Operations Roadmap", operazione psicologica (PsyOp),
finalizzata a influenzare le opinioni pubbliche dei paesi "alleati" e
che portò, tra l'altro, alla costruzione delle carriere politiche sia di
Stoltenberg che di Rutte, futuri segretari NATO. Campagna acquisti che
ora sta dando i risultati attesi.
Dell'investimento fecero parte oltre ad aspiranti politici, giornalisti
e analisti politici, sedicenti politologi gestori o analisti di istituti
di studi politici finanziati lautamente, sia dall'Unione europea che dai
padroni USA, e che ora svolgono il ruolo di mosche cocchiere della
guerra all'Ucraina senza se e senza ma, e giustificano i crimini di
Israele e il genocidio palestinese. La campagna acquisti non risparmiò
analisti finanziari, imprenditori, economisti, addetti alle società di
rating, alti burocrati, membri a vario titolo dell'establishment
soprattutto europeo, tessendo una rete alle dipendenze non solo dei
think tank. statunitensi che orientano la politica estera del paese, ma
al servizio delle lobby ebraiche del Mossad.
Di questo "investimento politico" oggi gli USA raccolgono i risultati e
la politica e soprattutto gli allargamenti progressivi dell'Unione
vengono gestiti da questo manipolo di manutengoli. L'Unione sembra voler
perseguire l'unico fine dell'allargamento, invece di perseguire la
coesione interna, la realizzazione dell'amalgama degli ordinamenti degli
Stati che ne fanno parte, prova ne sia che sembrano destinati ad aderire
il Montenegro e l'Albania, mentre restano in attesa la Moldavia e la
Georgia, nonché l'Ucraina, tutti paesi che dall'adesione all'Unione
europea avrebbero da guadagnare economicamente, a danno di quelli che
ora ne fanno parte, non costituendo alcun vantaggio economico né
politico per l'intera Unione. Dopo decenni di attesa resta a distanza la
Turchia, oggi tutt'altro che interessata perché proiettata verso un
ruolo autonomo di potenza globale e in grado di proiettare la propria
influenza dal Caucaso all'Africa, al Medio Oriente. A grande distanza
vanno collocate la Serbia, la Macedonia del Nord e la Bosnia, nelle sue
diverse articolazioni, mentre resta escluso il Kosovo a causa dei veti
di molti Paesi in ragione della sua natura giuridica di territorio. E
non di Stato. A gestire l'operazione, Marta Kos, commissaria
all'Allargamento, ex campionessa di nuoto slovena, prestata alla
diplomazia e appartenente a pieno titolo alla "covata". D'altra parte
l'allargamento dell'Unione è stato fino ad ora gestito ed è finora
avvenuto su sollecitazione della NATO che ha utilizzato l'adesione come
cavallo di Troia per facilitare la sua espansione e portarsi a ridosso
dei confini della Russia e per alimentare l'eterogeneità della sua
composizione e minarne la coesione.
Oggi la decisione degli islandesi non sorprende più di tanto poiché il
paese fa già parte del mercato unico e dello spazio Schengen, ma
evidentemente non è preoccupato per la sua posizione strategica che li
vede collocati sulla rotta artica, a poca distanza dall'ambita
Groenlandia, ma anzi pensa di ricavare benefici e centralità per i
propri porti dall'apertura della rotta artica, mantenendo l'equidistanza.
Limiti e manipolazioni del progetto di Unione Europea
Il progetto di dar vita a un'entità politica europea venne concepito,
come è noto, a Ventotene e trovò epigoni tra quei politici e
intellettuali europei che erano stati travolti dalle guerre fratricide
europee. Essi sostennero il progetto e si adoperarono per realizzarlo.
Correttamente, il documento analizzava le conseguenze dell'affermazione
del fascismo e del nazismo in Europa, il trionfo dei nazionalismi e
criticava il militarismo e la guerra, prendendo atto che dal conflitto
sarebbe stato sconfitto il colonialismo e che avrebbe portato la perdita
dell'impero per Inghilterra e Francia. Gli ultimi cascami coloniali di
Spagna e Portogallo sarebbero crollati di fronte alla pressione dei popoli.
Ad avviso degli estensori del manifesto si creavano così le condizioni
perché i popoli europei, sommersi dalle macerie della guerra e stremati
dai reciproci massacri, si rendessero conto del loro interesse a vivere
in pace e che, proprio partendo da questa esigenza, facendo leva più che
sugli ideali, sugli interessi comuni, dessero vita a strutture di
collaborazione prodromiche per la costruzione una Europa Unita e
federale. Da qui il Trattato di Parigi del 1951 e la costituzione della
Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA), la prima
organizzazione internazionale di stampo sovranazionale, che dette inizio
al processo di integrazione europea, seguita poi dall'accordo su una
politica agricola comune. Da qui il Trattato di Roma del 1957 e quello
sulla politica agricola comune del 1962.
Si trattava ancora di un ristretto primo nucleo di paesi europei
occidentali e il raggio di azione si sviluppava solo nell'ovest del
continente, non solo omettendo di coinvolgere l'Est Europa, ma
soprattutto escludendo dal progetto i territori fino agli Urali ed
oltre, a causa della "guerra fredda" e non accorgendosi, o comunque
prendendo atto che così facendo le possibilità di un futuro conflitto
venivano rimosse solo in parte, perché restava fuori dall'aggregazione
ed anzi era considerato nemico uno degli attori principali dell'eterno
conflitto intra europeo, la Russia, allora nella forma politica
istituzionale dell'URSS.[1]
Ma era un'epoca di grandi speranze e si confidava che prima o poi si
sarebbero create le condizioni per aprire un dialogo con il resto
d'Europa: in attesa di tempi migliori l'Unione assorbiva i paesi
dell'Europa occidentale. La CECA proseguiva nella sua evoluzione e dopo
avere sconfitto sul campo la concorrenza dell'European Free Trade
Association, (EFTA), voluta dall'Inghilterra per contrastare i paesi
continentali, procedette con successivi allargamenti fino ad inglobare
quasi tutti i diversi Stati dell'Europa occidentale che ne facevano
parte per poi, dopo il 1991 e il crollo del muro di Berlino, attuare
successivi allargamenti che portarono l'ormai divenuta Unione europea ad
inglobare gli Stati eredi dalle ex repubbliche socialiste dell'Est
Europa, fino ai margini della Russia.
Una Russia rinata dalle ceneri dell'URSS e separata dall'Unione da due
Stati cuscinetto: la Bielorussia e l'Ucraina.
Ciò avveniva dopo che, a guida e sotto l'egemonia tedesca, l'Unione
europea aveva liquidato la concorrenza costituita dall'ex Jugoslavia,
possibile polo di aggregazione alternativo dei Paesi balcanici,
promuovendo e scatenando un conflitto etnico dissolutore dell'entità
jugoslava che ha portato alla frammentazione di quella nazione per
consentirne il graduale assorbimento nell'Unione europea, che non si è
ancora concluso.[2]
A guidare il processo di aggregazione europea era l'egemonia esercitata
dal capitalismo franco renano che aveva fatto proprie le teorizzazioni
dell'ordo capitalismo, un modello socioeconomico per il quale lo Stato
interviene attivamente per definire le regole del mercato, anziché
lasciare che esso si autoregoli, creando il quadro giuridico e
istituzionale per garantire la concorrenza, prevenire i monopoli e
assicurare la stabilità monetaria.
Veniva così messo a punto un intervento pubblico regolatore, che
differenziava questo modello dalle economie pianificate, tipiche dei
piani quinquennali sovietici che manteneva al centro la proprietà
privata e l'iniziativa d'impresa, un modello che ben si sposava con il
corporativismo di matrice cattolica e il principio di cooperazione e di
teorizzazione dell'intervento dello Stato a regolare i settori chiave
dell'economia per dar vita al welfare che avrebbe dovuto costituire
l'alternativa ai bisogni di partecipazione economica della classe
operaia. In tal modo, l'ordine economico e finanziario della società,
restava nell'ambito capitalistico, associato a dinamiche di
sfruttamento, asservito a derive tecnocratiche e sovraniste del mercato.
Questa evoluzione e sviluppo delle forze produttive produceva una
differenziazione del capitalismo europeo da quella statunitense.
Sul finire degli anni '70, dopo aver prodotto la rinascita del sistema
economico in Italia e in Germania, ma in realtà anche negli altri paesi
dell'Europa occidentale e consentito all'asse economico-industriale e
finanziario franco-renano di assumere la direzione degli affari europei
e di orientarne la politica, il sistema produttivo europeo assisteva
allo sviluppo di ampi e radicali movimenti sociali che avevano come fine
il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni
e la conquista di maggiori di tutele giuridiche e diritti civili. Sul
finire degli anni 80 il ciclo di lotte operaie veniva sconfitto e il
modello economico veniva piegato dagli Stati Uniti a massimizzare lo
sforzo per vincere la guerra fredda, ottenendo come risultato il crollo
dell'URSS.
La vittoria degli Stati Uniti veniva presentata come la fine della
storia e da allora iniziava una profonda trasformazione del modello,
considerato troppo competitivo dal potere imperiale statunitense che, in
una prima fase agiva cercando di produrre mutamenti strutturali che
snaturassero in senso liberista quegli elementi di socialismo che erano
presenti all'interno dei sistemi economici dell'Occidente europeo,
costituiti da una forte caratterizzazione del welfare, conseguenza anche
dei riflessi istituzionali e strutturali delle lotte operaie che avevano
portato ad un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei
popoli europei e all'ampliamento dei diritti.
Iniziò allora un'accentuazione del carattere liberista del sistema
economico e finanziario, caratterizzato dallo smantellamento sempre più
accentuato della partecipazione pubblica all'economia e del ruolo di
direzione dello Stato nell'orientamento delle politiche economiche e
nella messa a punto di scelte di programmazione di lungo periodo. Per
l'Italia è l'epoca dello smantellamento delle partecipazioni statali e
della privatizzazione della gestione dell'energia elettrica (che non a
caso la gestione pubblica dell'energia era una delle caratteristiche
positive indicate dal manifesto di Ventotene). Mario Draghi già
funzionario della Banca d'Italia, ma al tempo stesso legato alla Goldman
Sachs, erede per parte di moglie della famiglia Cappello, ovvero della
crema della finanza italiana, affitta il panfilo Britannia per
predisporre un ambiente consono a mettere all'asta le partecipazioni
dello Stato all'industria italiana, ponendo le basi di quel "merito" che
lo porterà poi a dirigere la BCE.
La globalizzazione e il decentramento produttivo, da vedere come
risposta capitalistica alla crescita dei salari a causa delle lotte
sociali che portarono ad un miglioramento notevole delle condizioni di
vita e di lavoro e alla crescita dei diritti, continuarono a produrre
profonde trasformazioni del modello in un senso sempre più liberista e
liberale, al punto da smantellare gradualmente tutte le conquiste
sociali economiche e di libertà conseguite.
Le responsabilità della sinistra nella degenerazione del modello
economico europeo
Il crollo dell'URSS faceva venire meno l'elemento di comparazione e
competizione che fino ad allora aveva spinto il capitalismo occidentale
europeo a garantire forme di welfare diffuso, in modo da reggere il
confronto e la concorrenza con il modello sovietico e, al tempo stesso,
apriva gli sterminati territori dell'Est agli investimenti occidentali,
offrendo forza lavoro qualificata ed istruita, con la disponibilità di
enormi risorse non utilizzate, consentendo il travaso di popolazioni
verso l'Occidente. Ciò permetteva di abbattere il mercato del lavoro
attraverso l'introduzione di un enorme esercito industriale di riserva
che deprimeva, in una prima fase i salari, producendo la stagnazione per
poi abbassarli grazie alla crescita dell'inflazione e alla perdita
progressiva del loro potere d'acquisto e costituiva una prima risposta
al palesarsi della crisi demografica degli Stati europei, indotta dal
relativo benessere e dalle crescenti restrizioni salariali.
Questo mutare dei fondamenti strutturali dell'economia creava le
condizioni per una trasformazione anche degli equilibri politici e si
avviava da allora una regressione delle forze politiche di sinistra,
progressiva e crescente, che non si è ancora arrestata e che minaccia di
travolgere le forme residue di democrazia parlamentare ed è all'origine
del ritorno della destra e del fascismo in Europa.
Le formazioni politiche di sinistra, prive di riferimenti ideologici,
ignoranti della loro memoria storica, dimentichi delle categorie di
analisi dell'economia e della politica, a corto di idee, di proposte, di
progettualità, di programmi, si sono appiattite sulle politiche della
cosiddetta sinistra statunitense "progressista", che punta sulla tutela
dei diritti civili,
piuttosto che preoccuparsi prioritariamente di quelli economici e
sociali (anche se attualmente sembra essere in corso una profonda
riflessione accompagnata da un mutamento dovuto alla crescita della
componente socialista all'interno e all'esterno del partito democratico
statunitense).
Anche sotto la spinta delle tendenze politiche appena segnalate l'Unione
europea, in una prima fase, facendosi carico del deterioramento delle
condizioni climatiche globali del pianeta, sotto la spinta dei movimenti
ecologisti ha adottato la politica del Green Deal, puntando a
raggiungere la neutralità climatica e a proteggere le risorse naturali,
attraverso normative comuni e piani strategici. Per essere attuata
questa politica avrebbe richiesto un investimento di capitali enorme e
una capacità progettuale che sono mancati, sia per quanto riguarda il
volume degli investimenti che per quanto concerne l'incapacità di
prevedere le profonde ripercussioni economiche che una tale
trasformazione avrebbe avuto sul tessuto produttivo, finanziario ed
industriale dell'area europea ed adottare le opportune misure per farvi
fronte.
D'altra parte l'impero statunitense, in crisi che vive ormai di debito,
avendo smantellato il proprio tessuto produttivo, aveva bisogno del
risparmio accumulato dalle popolazioni europee per drenarlo e
utilizzarlo ai propri fini, finanziando il proprio debito. Da qui la
decisione di saccheggiare l'Occidente europeo da essi considerato un
protettorato.
Si è così accentuata la competitività intra-capitalistica tra le diverse
aree del pianeta e il potere imperiale statunitense messo all'angolo
dalla crescita sul mercato mondiale come potenza geopolitica della Cina
e dai tentativi sempre più efficaci di tanti popoli del pianeta di
affrancarsi dal dominio e dallo sfruttamento. Sono così nati i Brics, con
tutto ciò che ne consegue, e i paesi ai margini dell'impero stanno via
via rendendosi sempre più autonomi, circoscrivendo sempre le capacità di
proiezione della potenza militare statunitense. Il controllo dei mari da
parte della potenza imperiale viene messa in discussione iniziando col
presidiare gli stretti e si assiste alla nascita di potenze regionali e
alleanze regionali volte alla costruzione di un mondo sempre più
multipolare. La politica dei dazi praticata dagli Stati Uniti per
spremere sempre più i diversi paesi sottoposti a protettorato e
finanziare il loro deficit è sembra più in difficoltà.
Questo attacco senza precedenti è stato portato attraverso le due guerre
oggi in essere: quella di Ucraina e quella in Medio Oriente le cui cause
ed effetti sono complesse e sono state oggetto di analisi da parte
nostra in più occasioni e alle quali rimandiamo. Ciò che vale rilevare
in questa sede è che l'attacco portato verso l'Unione europea mette
definitivamente in crisi la gestione economica ordo-liberista del
sistema economico e politico che è costretto ad impegnarsi nella guerra
e, per sopravvivere, a trasformare la propria in un'economia di guerra,
smantellando lo Stato sociale che con tanta fatica e il contributo dei
lavoratori era stato costruito, trascinando l'intero pianeta in una
possibile guerra nucleare.
Per questa via sono venute meno le ragioni che portarono anche noi a
guardare con favore all'ipotesi di uno Stato federale europeo inteso
come strumento di prevenzione e di cancellazione per sempre della
guerra, almeno in Europa.
L'Unione europea, per come si va configurando in questo nuovo scenario,
perde la sua ragion d'essere.
Restando convinti che la pace costituisce una precondizione perché i
popoli possano trovare e realizzare una maggiore giustizia sociale e
creare le condizioni per la loro emancipazione dallo sfruttamento siamo
consapevoli che bisogna avviare una profonda riflessione su quali
possono essere gli strumenti attraverso i quali raggiungere lo scopo che
ci prefiggiamo, quello della pace e di un maggior benessere per i popoli
europei.
Il primo passo è senza dubbio costituito dal liberarsi dai falsi miti,
come l'Unione europea nella forma attuale, evitando di cadere nella
trappola della retorica occidentalista, predicata da nostalgici soloni
dell'atlantismo, da cascami e residui della guerra al comunismo, da
false letture della storia, anche quando costoro ricoprono le più alte
cariche dello Stato e infiorettano i loro discorsi con la difesa delle
libertà che essi stessi non tutelano anche essendo a ciò preposti.
[1]La contraddizione costituita dal mancato coinvolgimento nel processo
di aggregazione europea non era ignota agli estensori del manifesto e
viene rilevata da Ernesto Rossi nel suo libro (Ernesto Rossi, L'Europa
di domani. Un progetto per gli Stati Uniti d'Europa 1944, Introduzione
di Nicola Colaianni, 2026). Come non risolvibile nelle contingenze
politiche di allora se non promuovendo un dialogo se non una partnership
condizionata al superamento della contrapposizione dei blocchi
conseguenti alla guerra fredda. Quando nel 1991 questi condizionamenti
sembrarono rimosso l'allora comunità europea non seppe approfittarne e
preferì sposare la filosofia NATO che pure nella fase iniziale del suo
cammino ne aveva facilitato la nascita, introducendo un virus, quello
dell'inglobamento e dell'allargamento progressivo che determinerà il
fallimento del progetto.
[2]Non bisogna dimenticare che all'epoca la Jugoslavia era il paese
leader dei non allineati, un movimento molto ramificato di paesi che si
ponevano in una posizione Intermedia tra i blocchi statunitense e
sovietico e che senza dubbio costituiva un polo di aggregazione politica
di rilevanza internazionale.
Gianni Cimbalo
https://www.ucadi.org/2026/09/29/il-tramonto-di-ventotene/
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