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(it) Italy, Sicilia Libertaria #471 - Ambiente cibo clima - Ritornare alla terra (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sun, 18 Oct 2026 07:14:31 +0300


Oramai più di vent'anni fa - nel 2005, edizione italiana del 2007- la documentarista e sociologa Silvia Pérez-Vitoria pubblicava un libro dal titolo emblematico e provocatorio allo stesso tempo Il ritorno dei contadini. Dieci anni dopo, nel 2015, Manifesto per un XXI secolo contadino riaggiornava il tema con una maggiore urgenza, tanto che la studiosa afferma che senza un ritorno alla terra le nostre società rischiano il collasso.
Ma oggi nella nostra società, a fronte delle numerose crisi attraversate - dall'ambiente al lavoro, dal clima sempre più rovente alla impossibilità persino di produrre il cibo necessario -, qual è la riflessione che facciamo sulla terra, la considerazione che abbiamo del mondo contadino. Si direbbe nessuna riflessione, nessuna considerazione del mondo contadino: il cibo, sul quale negli ultimi anni si è costruita una retorica basata su "bontà, tradizione, salubrità", sembra tuttavia disincarnato dalle braccia, dall'impegno, dalla fatica e dalle difficoltà di chi produce gli alimenti. I contadini sono per lo più invisibili, tranne quando vengono trasformati in imprenditori, con una retorica altrettanto vacua che non tiene conto né delle condizioni reali in cui si opera né dei rapporti sociali e di classe. Se questo è il quadro generale, ma se è anche vero, come scrive Silvia Pérez-Vitoria, che il XXI secolo sarà contadino o non sarà, adesso che è già passato un quarto di secolo con una certa urgenza dovremmo chiederci da quale parte cominciare?
L'agricoltura è evidente ha subito notevoli trasformazioni, si è molto meccanizzata e industrializzata, anche i piccoli produttori sono inseriti in qualche misura nelle rete modernizzatrice, costretti anche a ricorrere a sementi brevettate, concimi e pesticidi di sintesi. Il paesaggio agrario si presenta con ampie aree di monocolture volte all'esportazione. Per fare un solo esempio si pensi alla viticoltura in Sicilia, cosa è diventata negli ultimi due decenni: una trasformazione di successo dal punto di vista delle logiche imprenditoriali, fatta di propaganda e brand. Tuttavia, a fianco o in alternativa a questo sistema esiste un tessuto di piccoli contadini che producono e lavorano su un piano locale, rifiutando spesso le logiche produttivistiche del sistema industriale, mantenendo una relazione diretta con quelli che definiamo consumatori, dentro cui funzionano meccanismi che vanno al di là della semplice utilità. A livello globale è proprio la piccola agricoltura che fornisce lavoro e cibo alla maggioranza della popolazione. Anche in Sicilia e in Italia la produzione contadina ha un ruolo importante. Ecco dunque quale potrebbe essere un primo passo verso un ritorno più consapevole alla terra: sostenere, rafforzare, incentivare in varie forme le reti dell'agricoltura contadina. Non è semplice ma è qualcosa che in nuce esiste già, caratterizza luoghi e territori. Si dovrebbe forse da un lato sottrarla alle spinte alla brandizzazione, che comunque sono presenti in alcuni contesti, dall'altro lavorare a rendere queste reti più esplicite, più solide, farle diventare uno spazio politico di confronto e azione.
Altra questione, porre il problema dell'uso e dell'accesso alla terra. Se l'idea di una riforma agraria nei termini in cui era intesa nel Novecento può apparire fuori tempo, in realtà la questione della concentrazione della proprietà è attuale come ieri. Purtroppo dall'immaginario collettivo sono scomparsi i lavoratori della terra, i contadini come classe sociale, ridotti a comparse o a eroi di cui raccontare storie esemplari, buone per programmi televisivi per il grande pubblico. Ma oggi sarebbe possibile, urgente e necessario ricostituire un movimento contadino, capace di ridare centralità alla terra, di individuarla come una via d'uscita alle crisi attuali e di ridefinire nuovi modelli sociali e nuove relazioni che perseguano autonomia, sovranità alimentare, riadattamento alla natura? E' una domanda che dobbiamo porci, una riflessione da avviare, da fare uscire sicuramente dagli ambiti ristretti in cui avviene per trasformarla in una discussione pubblica e in un progetto politico.
Perché il punto non è semplicemente affermare modelli di produzione contadina dentro il mercato esistente, per un più equo e sostenibile, come spesso si dice, sistema produttivo, ma fare diventare il ritorno alla terra il grimaldello di una più generale e radicale trasformazione della società. Il tema è vasto e la riflessione è appena all'inizio, anche se non mancano in Italia e altrove esempi interessanti. Noi al momento affidiamo le conclusioni di questo articolo ancora a Silvia Pérez-Vitoria: "In futuro, forse le società saranno costrette a scegliere tra industria e agricoltura. Di certo non potranno continuare col modello esistente. Ciò implica un'energia che finirà per non essere più disponibile, un consumo di ricchezze naturali che entra in concorrenza con la sopravvivenza dell'umanità (pane o smartphone?).[...]L'agricoltura industriale non è capace nemmeno di nutrire la popolazione, dal momento che non è questo il suo obiettivo. Esistono delle alternative. Vengono dai contadini, dalle popolazioni autoctone. Riprendono tradizioni millenarie che fanno dell'agricoltura industriale una parentesi infelice nella storia dell'umanità.[...]dobbiamo avere il coraggio di dire che ci siamo sbagliati e che in ogni caso non andremo lontani proseguendo per questa strada. Allora perché non ripartire dai fondamenti della vita sulla Terra, che presuppongono rispetto, equilibrio e considerazione delle molteplici visioni del creato dai popoli?[...]Bisogna riconoscere che quando le crisi economiche e sociali si inaspriscono la gente torna alla terra".1
1 Silvia Pérez-Vitoria, Manifesto per un XXI secolo contadino. Jaca Book, Milano 2016, pp. 119-122.

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