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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #26-26 - Questa non è una guerra (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 28 Sep 2026 07:42:02 +0300
Crosetto annuncia l'invio di navi da guerra nello stretto di Bab El
Mandeb, e l'Italia è sempre più coinvolta nella guerra globale. È
urgente dare una risposta chiara alle politiche di guerra, contro nuove
spedizioni militari e per il ritiro di tutte le missioni all'estero. È
difficile in questo momento prevedere cosa succederà nei prossimi giorni
e quali fatti effettivamente seguiranno alle dichiarazioni del Ministro
della Difesa Crosetto. Certo l'avanzata delle truppe del Consiglio
politico supremo Huthi in Yemen ha mutato rapidamente la situazione,
facendo emergere le difficoltà e le vulnerabilità dell'Arabia Saudita e
dei suoi alleati, tra cui l'Italia.
Non è facile inquadrare la vicenda. Per capire cosa sta succedendo in
queste settimane può essere utile riassumere alcuni fatti. In Yemen è in
corso una guerra civile dal 2014 quando il Consiglio politico supremo
degli Huthi, una forza sciita zaydita che negli anni è stata legata
all'Iran, ha conquistato la capitale Sana'a iniziando un lungo conflitto
prima contro le forze leali al regime del presidente Hadi, sostenuto da
USA e Arabia Saudita, e poi dal 2022 - dopo il fallimento delle
trattative di pace in seguito al ritiro di Hadi - contro il Consiglio di
Leadership Presidenziale, ancora unico governo yementa riconosciuto
dalla cosiddetta comunità internazionale. Nel contesto della guerra di
Israele a Gaza dal 2023 e poi nel quadro della guerra con l'Iran
condotta da Stati Uniti e Israele a partire dal marzo scorso, gli Huthi
sono più volte intervenuti a sostegno dei propri alleati. Negli ultimi
mesi lo scontro tra USA e Iran per il controllo dello stretto di Hormuz
ha dato una nuova centralità strategica al Mar Rosso e allo stretto di
Bab El Mandeb. Dallo scorso marzo infatti l'Arabia Saudita ha deciso di
trasferire gran parte del traffico di petrolio sull'oleodotto est-ovest
Petroline, che dai giacimenti di Aqbaiq nel Golfo Persico arriva fino al
porto di Yanbu sul Mar Rosso, fino ad allora sottoutilizzato, iniziando
ad impiegarlo al massimo della sua capacità. Da allora si sono
intensificati gli attacchi lungo il tracciato di 1201 km che taglia in
due la penisola arabica e ha 13 stazioni di pompaggio. La vulnerabilità
dell'infrastruttura a sabotaggi ed attacchi militari si inserisce in un
contesto già complesso, infatti, per limiti degli impianti, anche in una
situazione di pace questa soluzione non avrebbe comunque reso l'Arabia
Saudita in grado di fornire la stessa quantità e qualità di oli che
potevano passare via nave attraverso Hormuz, mettendo in discussione il
suo ruolo di fornitore globale di petrolio. A partire dal 3 settembre,
gli Huthi hanno lanciato un'offensiva assumendo il controllo di quasi
tutta la costa occidentale dello Yemen, e quindi di fatto anche dello
stretto di Bab El Mandeb, occupando le principali isole di questo
strategico braccio di mare. In seguito ad attacchi con droni
all'oleodotto, l'Arabia Saudita ha chiuso lo scorso 11 settembre
l'intera conduttura per motivi di sicurezza. Nei giorni successivi le
forze Huthi sono avanzate ulteriormente in Yemen, mentre sono proseguiti
i bombardamenti con droni verso l'Arabia Saudita. In questo contesto si
colloca l'annuncio sull'invio di navi da guerra nello stretto di Bab El
Mandeb, fatto nel pomeriggio del 17 settembre da Crosetto al Forum
Risorsa Mare di La Spezia che ha visto la partecipazione di numerosi
esponenti del Governo, delle Forze Armate e delle imprese armatoriali,
spedizioniere e portuali. Crosetto ha affermato che l'Italia era pronta
ad inviare le navi anche da sola e che la "burocrazia" italiana non si
sarebbe sovrapposta a quella europea, facendo chiaramente riferimento a
problemi interni alla missione europea Aspides. Poche ore dopo, nella
notte tra il 17 e il 18 settembre, le forze armate Houthi hanno colpito
la base aerea Re Fahd a Taif, in Arabia Saudita vicino a La Mecca. Uno
dei quattro Eurofighter italiani schierati nella base, nel quadro della
missione Task Force Air Arabia, è stato distrutto nell'attacco. Stando
alle notizie diffuse dalle agenzie, nella base, oltre a militari
sauditi, statunitensi e di altri paesi, sarebbero presenti 300 militari
italiani. Le truppe italiane sono presenti nell'area da tempo, ma è
dalla seconda metà di marzo che è in corso questa missione, che nel
complesso prevede lo schieramento di 300 militari, 4 eurofighter, un
aereo radar e due aerei da trasporto C-130J. Una missione passata sotto
traccia anche grazie alle nuove procedure di autorizzazione per le
missioni militari all'estero, che non prevedono più la precisa
indicazione del paese e dell'area in cui impiegare le forze di
spedizione, ma inquadrano le missioni entro parametri più generici,
permettendo il ricollocamento di uomini e mezzi all'interno di ampie
aree geografiche.
Come già è stato scritto in passato su queste pagine, anche riguardo
alla costituzione di un contingente di intervento rapido, la nuova
procedura è più adatta al contesto di guerra globale, lasciando al
governo ampia possibilità di manovra. In questo modo la gestione e la
rimodulazione delle missioni sembra in effetti avvicinarsi sempre più
alla conduzione di una campagna di guerra.
Oltre alla Task Force Air Arabia, nei paesi del Golfo è anche schierata
la Task Force Land Cerbero, che conta 260 militari, unità SAMP/T
antimissilistiche, radar avanzati e sistemi di difesa aerea contro droni
di piccole e medie dimensioni.
Al momento non c'è notizia di una riunione del Consiglio dei Ministri,
né sembra sia stato annunciato un intervento di Crosetto in Parlamento,
si tratta quindi per ora solo delle dichiarazioni rese dal ministro di
fronte ai padroni del mare nella città militarizzata di La Spezia. In
effetti l'unico fatto conseguente, di cui almeno siamo a conoscenza, è
la scorta effettuata dalla fregata Bergamini alla nave portacontainer
Jolly Oro della compagnia Ignazio Messina in viaggio verso Suez. Intanto
l'Arabia Saudita ha estremamente ridotto le esportazioni di petrolio,
gli USA sembrano in difficoltà, o comunque hanno finora valutato di non
intervenire direttamente, limitandosi a fornire supporto all'Arabia
Saudita, che in questi giorni sta effettuando bombardamenti su obiettivi
Huthi. Quali che siano gli sviluppi delle prossime ore risultano
paradossali le parole pronunciate ancora da Crosetto ancora nel fine
settimana, in seguito all'attacco che ha colpito gli aerei italiani:
"Non siamo in guerra". Questa frase che va ripetendo dallo scorso marzo
è purtroppo tradita dalla realtà dei fatti. Perché certo Roma non avrà
dichiarato guerra al governo di Sana'a, ma le truppe italiane sono
presenti in tutta l'area, a supporto di paesi ampiamente coinvolti in
questa guerra. Senza contare le armi e le attrezzature che attraverso
l'Italia, se non direttamente dall'Italia, sono arrivate all'Arabia
Saudita e che hanno alimentato la guerra civile in Yemen in tutti questi
anni. Basti pensare che proprio da questo è iniziata - nel 2019 - la
campagna contro il trasporto di armi nel porto di Genova da parte di
gruppi di lavoratori portuali, protesta estesasi poi ad altri porti.
Inoltre le truppe italiane sono presenti con la missione Aspides e con
le missioni antipirateria tra Mar Rosso e Oceano Indiano, ma soprattutto
sono presenti sull'altra sponda dello stretto di Bab El Mandeb, con le
missioni in Somalia e la base militare in Gibuti. Una parte consistente
della proiezione militare, nonché degli interessi economici e politici
dell'Italia, sono orientati in questa regione. In un contesto come
questo impegnarsi a tutelare la "libertà di navigazione" - ovviamente
solo per grandi armatori e gruppi finanziari - non è tanto diverso da
dichiarare guerra.
Dario Antonelli
https://umanitanova.org/questa-non-e-una-guerra/
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