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(it) Italy, FDCA, Cantiere #46 - L'INPS non è solo pensioni - Storia del patrimonio mutualistico - Totò Caggese (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 27 Sep 2026 08:23:13 +0300
Perché parlare oggi dell'INPS? ---- La presentazione del Rapporto
annuale INPS 2025 riporta al centro del dibattito il futuro del sistema
di protezione sociale italiano. Nel presentarlo, il presidente
dell'Istituto, Gabriele Fava, ha proposto la creazione di una «Officina
del Welfare»: uno spazio permanente di elaborazione e confronto sulle
politiche sociali dei prossimi anni.
È una proposta che merita attenzione. L'invecchiamento della
popolazione, la denatalità, le trasformazioni del mercato del lavoro e i
profondi cambiamenti economici e sociali pongono interrogativi ai quali
nessun sistema di protezione può sottrarsi.
Ma ogni riflessione sul futuro dovrebbe partire dalla conoscenza del
presente. Prima di discutere come dovrà evolvere il welfare italiano, è
forse necessario porsi una domanda ancora più semplice.
Che cos'è realmente l'INPS?
La risposta più diffusa sembra quasi ovvia: è l'ente che paga le
pensioni. Una risposta comprensibile, ma riduttiva.
L'INPS è il principale ente previdenziale italiano, ma limitarne il
ruolo all'erogazione delle pensioni significa trascurare una parte
essenziale della sua funzione e della sua storia. Dietro quella
definizione si nasconde un sistema molto più ampio, costruito nell'arco
di oltre un secolo, che accompagna la vita delle lavoratrici e dei
lavoratori prima del pensionamento: durante la malattia, la maternità,
la disoccupazione, le crisi aziendali e in molte altre situazioni nelle
quali il reddito individuale viene meno o si riduce.
Per comprendere il dibattito sul futuro dell'INPS è quindi necessario
compiere un passo indietro. Prima di interrogarsi sulle riforme
dell'Istituto, occorre comprendere la natura della ricchezza sociale che
esso amministra e le radici storiche dalle quali essa ha avuto origine.
Ogni mese milioni di lavoratrici e lavoratori italiani versano
contributi all'INPS.
La maggior parte di loro pensa che quei contributi servano soprattutto a
finanziare la futura pensione. In realtà, solo una parte della
contribuzione è destinata a questo scopo. Il resto alimenta un insieme
articolato di fondi che intervengono in momenti molto diversi della vita
lavorativa.
Quando un lavoratore si ammala e continua a percepire un reddito. Quando
una lavoratrice o un lavoratore usufruiscono del congedo di maternità o
paternità.
Quando un'impresa attraversa una crisi e ricorre alla cassa
integrazione. Quando una persona perde il lavoro e riceve l'indennità di
disoccupazione. Quando il datore di lavoro fallisce e interviene il
Fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto.
Sono prestazioni diverse, disciplinate da normative differenti e
finanziate attraverso specifiche contribuzioni. A prima vista possono
apparire strumenti autonomi, quasi privi di un filo conduttore. Eppure
rispondono tutte alla stessa logica: proteggere le persone dagli eventi
che possono interrompere o ridurre il reddito da lavoro.
Le pensioni rappresentano certamente la componente economicamente più
rilevante del sistema amministrato dall'INPS, ma non ne esauriscono la
funzione. Accanto alla tutela della vecchiaia convivono assicurazioni
contro la malattia, la maternità, la disoccupazione, la sospensione
dell'attività lavorativa e altri rischi sociali maturati nel corso dello
sviluppo industriale del Paese.
Se osservato nel suo insieme, l'INPS appare meno come un semplice ente
pensionistico e più come l'amministratore di un articolato sistema di
assicurazioni sociali che accompagna il lavoro lungo l'intero arco della
sua vita.
Da dove nasce questo sistema?
Il mutualismo del lavoro
Il sistema di assicurazioni sociali amministrato oggi dall'INPS non
nasce con l'INPS.
Le sue radici affondano nell'esperienza del movimento operaio e delle
società di mutuo soccorso, sorte per affrontare collettivamente i rischi
che accompagnano la vita delle lavoratrici e dei lavoratori.
La malattia. L'infortunio. La vecchiaia. La maternità. La perdita
dell'occupazione. Le crisi produttive.
Eventi diversi, accomunati da una stessa caratteristica: nessuno può
prevedere se e quando ne sarà colpito. Ma tutti possono contribuire
affinché chi li affronta non venga lasciato solo.
È questa la logica del mutualismo: trasformare un rischio individuale in
una responsabilità collettiva.
Con lo sviluppo della società industriale, tuttavia, le sole forme
volontarie di mutuo soccorso non furono più sufficienti. L'estensione
del lavoro salariato, la crescita delle grandi concentrazioni
industriali e l'emergere di nuovi rischi sociali resero necessario
costruire strumenti più stabili e capaci di garantire una tutela estesa
all'intera collettività dei lavoratori.
Lo Stato intervenne progressivamente per riconoscere queste forme di
tutela, renderle obbligatorie, sottoporle a regole comuni e assumerne
l'amministrazione. L'INPS divenne il principale ente incaricato di
gestire questo sistema.
Ma amministrare non significa creare.
Il patrimonio mutualistico non nasce dall'INPS né dallo Stato. Nasce
dalla capacità del mondo del lavoro di organizzare forme collettive di
solidarietà, progressivamente riconosciute e istituzionalizzate.
Una ricchezza costruita dal lavoro
Ogni mese milioni di lavoratrici e lavoratori destinano una parte della
ricchezza prodotta a fondi comuni destinati a finanziare tutele
collettive: pensioni, indennità di malattia, congedi di maternità e
paternità, cassa integrazione, disoccupazione, Fondo di garanzia per il
trattamento di fine rapporto e molte altre prestazioni.
Ogni contributo ha una destinazione specifica. Nel loro insieme, però,
questi versamenti rispondono a un unico principio: condividere il costo
dei rischi che nessun individuo sarebbe in grado di affrontare da solo.
Nel linguaggio giuridico si parla di contribuzione obbligatoria. Dal
punto di vista sociale, quei contributi rappresentano anche una quota
della ricchezza prodotta dal lavoro destinata a costruire diritti e
tutele comuni.
È questo il patrimonio mutualistico amministrato dall'INPS.
Ma quale è oggi la sua reale dimensione?
Quanto vale oggi il patrimonio mutualistico?
Il patrimonio mutualistico costruito dal lavoro dipendente può essere
misurato.
Il Rapporto annuale INPS 2025 ne restituisce le dimensioni attraverso il
numero degli assicurati, dei pensionati, delle prestazioni erogate,
delle imprese coinvolte e delle risorse economiche amministrate.
I dati che seguono non descrivono soltanto l'attività dell'INPS.
Misurano la consistenza di uno dei più grandi patrimoni collettivi
costruiti dal lavoro nella storia del Paese.
Sono 27 milioni i lavoratori assicurati presso l'INPS e 1,8 milioni le
imprese che ogni anno versano i contributi. I pensionati sono 15,7
milioni, mentre le pensioni in pagamento superano i 21 milioni, segno
che molte persone percepiscono più di una prestazione. A queste si
aggiungono 30,1 milioni di certificati medici di malattia, 2,8 milioni
di beneficiari della Naspi e 10 milioni di figli che ricevono l'Assegno
Unico e Universale.
Sono numeri che difficilmente possono essere ricondotti all'immagine
tradizionale dell'INPS come semplice ente pensionistico. Essi descrivono
un sistema che accompagna milioni di persone lungo tutto il corso della
vita: quando si entra nel mondo del lavoro, quando ci si ammala, quando
nasce un figlio, quando si perde l'occupazione e quando si raggiunge la
pensione.
Anche le dimensioni economiche confermano questa realtà. Nel 2024 l'INPS
ha gestito 471 miliardi di euro di entrate correnti, di cui 284 miliardi
provenienti dai contributi, ed ha erogato 460 miliardi di euro, dei
quali 417 miliardi destinati alle prestazioni istituzionali.
Queste cifre raccontano qualcosa che va oltre il bilancio di un ente
pubblico. Raccontano la dimensione economica della solidarietà
organizzata. Ogni anno una parte della ricchezza prodotta dal lavoro
viene raccolta e redistribuita per garantire sicurezza sociale a milioni
di persone.
Sono queste le cifre che danno corpo, oggi, al patrimonio mutualistico
amministrato dall'INPS.
Conclusioni
Il Rapporto annuale INPS 2025 invita a riflettere sul futuro del welfare
italiano. È una riflessione necessaria: una popolazione che invecchia,
tassi di natalità in calo, un mercato del lavoro che cambia forma sono
sfide alle quali nessun sistema di protezione sociale può sottrarsi.
Ma ogni riforma dovrebbe partire dalla consapevolezza di ciò che l'INPS
amministra. Dietro pensioni, indennità e ammortizzatori sociali non c'è
soltanto l'attività di un ente pubblico. C'è un patrimonio collettivo
costruito, nel corso di oltre un secolo, attraverso il lavoro e la
contribuzione di milioni di persone.
Discutere del futuro dell'INPS significa, prima di tutto, discutere del
futuro di questo patrimonio mutualistico: di come conservarlo,
rafforzarlo e adattarlo ai cambiamenti della società, senza smarrire il
principio che ne è all'origine.
Perché il mutualismo non appartiene al passato. È l'idea, ancora
attuale, che i grandi rischi della vita non debbano ricadere
esclusivamente sul singolo individuo, ma possano essere affrontati
collettivamente attraverso la solidarietà.
È forse da qui, e non da un discorso astratto sul futuro, che dovrebbe
partire la «Officina del Welfare» proposta dal presidente Fava: dalla
consapevolezza concreta di ciò che il sistema già amministra.
Prima di discutere il futuro dell'INPS, dovremmo dunque interrogarci sul
futuro del patrimonio mutualistico che esso amministra. Questa, forse, è
la riflessione più importante che il Rapporto annuale INPS 2025 ci consegna.
https://alternativalibertaria.org/
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