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(it) Italy, FDCA, Cantiere #46 - Il nucleare non è mai finito - Totò Caggese (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 26 Sep 2026 07:40:53 +0300
Da mesi il governo lavora a una delega destinata a riaprire il dossier
nucleare in Italia. Nel dibattito pubblico si parla di "nucleare
sostenibile", di piccoli reattori modulari, di sicurezza energetica, di
transizione ecologica. Eppure forse la prima cosa da dire è un'altra.
--- Il nucleare, in Italia, non se n'è mai andato. --- Le centrali
italiane hanno smesso di produrre elettricità dopo il referendum del
1987[1], celebrato all'indomani del disastro di Chernobyl. Nel 2011,
dopo il disastro di Fukushima, un secondo referendum confermò nuovamente
quella scelta. L'Italia è uno dei pochi paesi europei in cui il rifiuto
del nucleare sia stato espresso due volte attraverso un pronunciamento
popolare diretto.
Ma chiudere le centrali non ha significato chiudere il nucleare. Ha
significato piuttosto entrare in una lunga fase di gestione della sua
eredità.
Da quasi quarant'anni l'Italia continua infatti a convivere con il
combustibile esaurito delle vecchie centrali, con migliaia di metri cubi
di scorie radioattive disseminate in depositi temporanei sparsi sul
territorio nazionale, con impianti ancora da smantellare e con costi
permanenti di sorveglianza, manutenzione e gestione che continuano a
ricadere sulla collettività.
È un nucleare meno visibile, quasi rimosso dal discorso pubblico, ma
profondamente presente nella materialità del territorio.
Secondo l'Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi, oggi in Italia
sono custoditi oltre 33 mila metri cubi di rifiuti radioattivi
disseminati in depositi temporanei sparsi dal Piemonte alla Basilicata.
A questi si aggiungeranno i rifiuti derivanti dal decommissioning delle
vecchie centrali - Caorso, Trino, Latina, Garigliano - e quelli prodotti
quotidianamente da attività mediche, industriali e di ricerca.
Perché il nucleare non coincide soltanto con le grandi centrali
atomiche. Esiste anche negli ospedali e nei labo-
ratori di medicina nucleare, nei centri di ricerca, nelle attività
industriali che utilizzano materiali radioattivi, nei trasporti
specializzati e nei siti di stoccaggio disseminati sul territorio nazionale.
Ed è forse qui la prima grande rimozione del dibattito contemporaneo. Il
nucleare non produce soltanto energia. Produce anche una lunga eredità
materiale fatta di scorie, infrastrutture, manutenzione, sorveglianza e
controllo del rischio. Una temporalità lunghissima che continua ben
oltre la vita economica delle centrali e oltre la stessa stagione
politica che le ha generate.
In questo senso il nucleare è una tecnologia particolare: sopravvive a
se stessa. Anche quando smette di produrre elettricità continua a
produrre costi, apparati tecnici, conflitti territoriali e
responsabilità collettive che attraversano intere generazioni.
Ed è proprio questa continuità materiale a rendere così particolare il
ritorno del nucleare nel dibattito politico italiano. Perché il paese
prova a riaprire il dossier atomico senza avere ancora chiuso quello
precedente.
Il Deposito nazionale previsto dalla legge del 2010 continua infatti a
non esistere. Le ipotesi di localizzazione hanno generato opposizioni
territoriali diffuse e nessun territorio sembra disposto ad assumersi in
modo permanente il peso della memoria radioattiva del paese.
La stessa natura "temporanea" dei depositi esistenti tende così a
protrarsi indefinitamente. In molti casi il provvisorio sembra ormai
avere assunto il carattere della permanenza.
Non si tratta soltanto di un problema tecnico. È una questione politica,
territoriale e persino culturale.
L'esperienza di ScanZiamo le Scorie, nata dopo le proteste di Scanzano
Jonico del 2003 contro l'ipotesi di un deposito nazionale in Basilicata,
mostra quanto il tema nucleare sia ormai intrecciato alla sfiducia verso
le istituzioni, ai ritardi del decommissioning e alla percezione di
territori considerati sacrificabili. Nelle audizioni parlamentari sulla
delega nucleare, molte associazioni hanno insistito su un punto preciso:
prima di progettare nuovi impianti occorrerebbe dimostrare la capacità
concreta di mettere in sicurezza quelli esistenti.
Il problema non riguarda soltanto le scorie. Riguarda la credibilità
stessa dello Stato. Se il decommissioning delle vecchie centrali
continua a slittare di decennio in decennio, se il deposito nazionale
non riesce a trovare collocazione dopo oltre trent'anni di discussioni,
allora il ritorno del nucleare finisce inevitabilmente per aprire una
domanda più ampia: una società contemporanea è davvero capace di
governare processi tecnologici che richiedono continuità amministrativa,
controllo e manutenzione per tempi così lunghi?
Il lessico, in questo scenario, non è un elemento secondario. Da sempre
il nucleare è anche una questione linguistica. Le parole servono a
orientare la percezione pubblica, a rendere accettabile il rischio, a
trasformare problemi politici e sociali in questioni apparentemente
neutre e tecniche.
Non è casuale che oggi si parli di "nucleare sostenibile", di
"transizione energetica", di "neutralità tecnologica", di "sicurezza
energetica", molto più raramente di scorie, contaminazione o incidenti.
In Francia, dove il nucleare continua a rappresentare uno degli assi
strategici dello Stato, questa dinamica emerge in modo particolarmente
evidente. Attorno al progetto Cigéo per lo stoccaggio geologico profondo
delle scorie radioattive, sociologi, psicologi e specialisti della
comunicazione lavorano da anni sul tema dell'"accettazione sociale".
Perfino le parole cambiano continuamente significato. Termini come
"reversibilità", "deposito" o "stoccaggio" vengono ridefiniti per
rendere il problema più gestibile sul piano simbolico e politico,
attenuando l'idea stessa di irreversibilità e permanenza che accompagna
i rifiuti radioattivi.
Le parole, insomma, non descrivono soltanto il nucleare. Contribuiscono
a renderlo governabile socialmente.
Anche il cosiddetto "nuovo nucleare" viene raccontato attraverso un
linguaggio fortemente orientato all'innovazione. Gli SMR - i piccoli
reattori modulari - vengono presentati come tecnologie più sicure, più
flessibili, meno costose e più facilmente integrabili nei territori e
nelle reti energetiche contemporanee.
Dietro questa narrazione, però, emergono enormi incertezze tecniche ed
economiche. Molti progetti esistono soprattutto come annunci
industriali, startup sostenute da finanziamenti pubblici e operazioni
industriali e finanziarie costruite attorno alla promessa di una futura
rivoluzione energetica.
Società come Newcleo lavorano su reattori veloci raffreddati a piombo
fuso, tecnologie che inseguono da decenni il sogno di un nucleare quasi
illimitato senza essere mai riuscite a trovare una reale stabilità
industriale. Eppure miliardi pubblici continuano a essere investiti nel
settore.
È significativo che molte delle audizioni parlamentari favorevoli al
nucleare insistano continuamente su temi come la politica industriale,
la ricostruzione di una filiera nazionale, la competitività del sistema
produttivo, la sicurezza strategica e la necessità di garantire
continuità energetica a un sistema industriale sempre più energivoro.
Il nucleare viene presentato non tanto come semplice tecnologia per
produrre elettricità quanto come infrastruttura strategica della
sovranità industriale.
Non è un caso che Confindustria colleghi esplicitamente il tema nucleare
al rischio di deindustrializzazione del paese e alla necessità di
sostenere nuovi consumi energetici legati alla digitalizzazione,
all'elettrificazione e alla crescita dei data center.
Allo stesso modo molte imprese del settore insistono sulla necessità di
ricostruire competenze tecniche altamente specializzate e di programmare
investimenti distribuiti su tempi lunghissimi.
La stessa Europa appare oggi attraversata da strategie profondamente
differenti. La Francia continua a investire nel nucleare come
infrastruttura strategica dello Stato, mentre la Germania ha
progressivamente abbandonato l'atomo puntando soprattutto sulle
rinnovabili. Eppure la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina
ha mostrato le fragilità di entrambi i modelli: da un lato i costi
crescenti e le difficoltà industriali del sistema nucleare francese,
dall'altro la forte dipendenza tedesca dal gas russo. Più che da un
equilibrio stabile, il panorama energetico europeo appare oggi
attraversato da profonde incertezze.
Qui emerge forse uno degli aspetti più interessanti del ritorno
dell'atomo nel XXI secolo. Il nucleare non ritorna principalmente per
alimentare il vecchio mondo industriale del Novecento. Ritorna dentro
una nuova economia energivora segnata dalla crescita dei data center,
dell'intelligenza artificiale, del cloud, dell'automazione e della
competizione tecnologica globale.
L'enorme aumento dei consumi energetici legati alle infrastrutture
digitali sta modificando profondamente il dibattito energetico
contemporaneo. Il problema non è più soltanto produrre elettricità, ma
garantire flussi continui e stabili di energia a sistemi informatici e
industriali che funzionano su scala planetaria e richiedono capacità
energetiche sempre più gigantesche.
Persino alcuni documenti critici verso gli SMR riconoscono apertamente
questo scenario. Italia Nostra osserva che il ritorno di interesse per i
piccoli reattori modulari nasce anche dalla necessità di alimentare
giganteschi sistemi digitali e infrastrutture informatiche ad altissimo
consumo energetico.
La transizione energetica rischia così di assumere un carattere
paradossale. Non tanto una riduzione dei consumi e della dipendenza
tecnologica, quanto il tentativo di sostenere una domanda energetica
sempre più gigantesca prodotta dal capitalismo digitale, dalla
militarizzazione e dalla competizione geopolitica globale.
In questo quadro la distinzione tra nucleare civile e militare tende
inoltre a diventare sempre più sottile. Dopo la guerra in Ucraina e la
crisi del gas russo, il nucleare è tornato a essere presentato come uno
strumento di sicurezza nazionale, autonomia strategica e sovranità
energetica. Non a caso Emmanuel Macron ha dichiarato apertamente che
nucleare civile e nucleare militare sono "indissociabili".
In realtà lo sono sempre stati. La storia del nucleare è intrecciata fin
dalle origini agli apparati militari, alla ricerca strategica, alla
gestione del plutonio e alla costruzione della potenza statale. Gli
stessi SMR derivano in molti casi da tecnologie sviluppate
originariamente in ambito navale e militare.
Ed è forse qui che il ritorno del nucleare mostra la sua dimensione più
profonda. Perché l'atomo non rappresenta soltanto una fonte energetica.
Implica anche una particolare forma di organizzazione economica, tecnica
e politica della società.
Il nucleare richiede tempi lunghissimi, grandi investimenti iniziali,
continuità amministrativa, apparati scientifici altamente specializzati,
sistemi permanenti di controllo e una gestione centralizzata del rischio
che nessun altro settore energetico possiede nella stessa misura. Non è
un caso che, anche nelle audizioni parlamentari più favorevoli al
ritorno dell'atomo, ricorrano continuamente parole come pianificazione,
strategia nazionale, filiera industriale, sicurezza, stabilità normativa
e coordinamento pubblico.
Persino i soggetti più vicini a una visione liberista dell'economia
finiscono inevitabilmente per chiedere: garanzie pubbliche, sostegno
statale, autorità indipendenti, procedure centralizzate e investimenti
programmati su tempi pluridecennali.
È una contraddizione significativa. Per decenni il capitalismo
occidentale ha esaltato flessibilità, privatizzazioni,
decentralizzazione e riduzione dell'intervento pubblico. Il nucleare,
invece, tende inevitabilmente a reintrodurre pianificazione, continuità
strategica e presenza permanente dello Stato.
Anche per questo il ritorno dell'atomo sembra parlare meno del mondo
industriale del Novecento e molto di più della crisi del presente. Crisi
energetica, crisi climatica, competizione geopolitica, digitalizzazione,
paura della deindustrializzazione europea: è dentro questo intreccio che
il nucleare viene nuovamente proposto come soluzione possibile.
Ma proprio questa complessità rende difficile ridurre il dibattito a un
semplice scontro tra favorevoli e contrari. La questione riguarda
piuttosto il rapporto tra tecnica e democrazia, tra Stato e territori,
tra emergenza e costruzione del consenso, tra il tempo breve della
politica e quello lunghissimo delle conseguenze materiali.
Perché il nucleare obbliga a ragionare su scale temporali che eccedono
completamente quelle della politica ordinaria. Governi, parlamenti e
mercati ragionano su anni o al massimo decenni. Le scorie radioattive,
invece, su secoli e talvolta millenni.
Forse è proprio questo il punto più rimosso del dibattito pubblico. Il
nucleare promette sicurezza energetica nel presente, ma trasferisce sul
futuro una quantità enorme di responsabilità tecniche, economiche e
ambientali che nessuna generazione può davvero controllare fino in fondo.
E mentre il mondo attraversa crisi climatiche, guerre energetiche e
nuove competizioni strategiche, il nucleare sembra diventare sempre più
uno specchio delle trasformazioni del presente: crisi energetica,
competizione geopolitica, centralizzazione del potere tecnico, crescita
incessante dei consumi e difficoltà delle democrazie contemporanee nel
governare processi che si estendono ben oltre l'orizzonte della politica
ordinaria.
Settembre 2026
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