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(it) Italy, FDCA, Cantiere #46 - Il loro ordine è la guerra (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Thu, 24 Sep 2026 09:40:46 +0300


Ceuta e la fortezza europea --- Mentre capitali, armi ed eserciti possono attraversare il pianeta, alle persone viene negato il diritto di superare una frontiera. --- La crisi di Ceuta dell'estate 2026 ha mostrato ancora una volta che l'Europa considera le persone migranti come corpi da respingere, sorvegliare o utilizzare nei negoziati tra governi. --- Le informazioni diffuse durante la crisi sono state confuse e contraddittorie. Proprio l'incertezza avrebbe dovuto imporre prudenza. Le destre europee hanno invece parlato immediatamente di invasione.

Dietro quegli attraversamenti vi erano povertà, disoccupazione, disuguaglianze e una frontiera coloniale che separa territori vicinissimi attraverso enormi differenze nei salari e nei diritti.

Ceuta e Melilla sono residui della presenza coloniale europea in Africa. Ma il colonialismo scompare dal discorso pubblico proprio quando servirebbe a comprendere la crisi.

L'Europa piange i morti e contemporaneamente perfeziona il sistema che li produce: esternalizzazione delle frontiere, accordi con governi incaricati di fermare le partenze, rimpatri e sorveglianza.

I trafficanti prosperano perché non esistono percorsi sicuri. Più aumenta la repressione, più cresce il prezzo dell'attraversamento.

L'Italia e la propaganda dell'emergenza

Il governo italiano ha trasformato la crisi di Ceuta in uno strumento di propaganda, introducendo controlli sui collegamenti provenienti dalla Spagna nonostante l'assenza di movimenti significativi verso l'Italia.

È il copione della destra: trasformare ogni movimento migratorio in un'emergenza nazionale, alimentare la percezione dell'assedio e presentare la sospensione dei diritti come buon senso.

Questa politica è reazionaria perché costruisce una falsa contrapposizione tra lavoratori italiani e migranti.

Nasconde le responsabilità delle imprese, dei governi e delle rendite dietro il fantasma dell'invasione.

Quando una lavoratrice non trova casa, un giovane non ottiene un lavoro stabile o una famiglia attende mesi per una visita medica, il governo parla di frontiere e identità nazionale.

Il migrante diventa il capro espiatorio di un sistema che la destra non vuole cambiare.

Il nazionalismo trasforma la rabbia contro il capitale in ostilità contro altri sfruttati.

L'Europa delle armi

L'Unione europea ha ormai assunto il riarmo come asse della propria politica economica e industriale.

Il programma Readiness 2030, inizialmente chiamato ReArm Europe, apre la possibilità di mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa.

Centocinquanta miliardi arriveranno attraverso SAFE, lo strumento europeo di prestiti destinati agli acquisti militari comuni. Altri 650 miliardi potranno essere mobilitati consentendo agli Stati di aumentare il debito per finanziare armi, munizioni, droni, missili e infrastrutture strategiche.

Per anni l'Unione europea ha imposto disciplina di bilancio e austerità quando si trattava di sanità, istruzione, pensioni e salari. Oggi gli stessi vincoli vengono sospesi per l'industria militare.

Il debito pubblico, giudicato irresponsabile quando serve a costruire ospedali o assumere insegnanti, diventa accettabile quando finanzia sistemi d'arma.

Non si investe per preservare la vita, ma per accrescere la capacità di procurare la morte.

L'Europa non sta costruendo un'alternativa alla NATO. Vuole diventare un pilastro più armato dell'ordine occidentale e, insieme, rafforzare una propria industria bellica capace di competere nel mercato globale.

La promessa dell'Europa sociale viene sostituita dall'Europa delle armi.

Dal due al cinque per cento

Al vertice NATO dell'Aia del giugno 2025, l'Italia e gli altri alleati hanno assunto l'impegno di destinare entro il 2035 il 5 per cento del PIL alla difesa e alla sicurezza allargata.

Il 3,5 per cento finanzierà le esigenze militari propriamente dette. Un ulteriore 1,5 per cento potrà comprendere infrastrutture strategiche, reti, preparazione civile, innovazione e industria della difesa.

In Italia cinque punti di PIL significherebbero, ai valori attuali, oltre cento miliardi di euro all'anno.

Non tutto apparirà come spesa militare. Ferrovie, porti, reti digitali, sistemi energetici, ricerca e protezione civile potranno essere inseriti nella pianificazione NATO.

La militarizzazione diventerà meno visibile e più pervasiva.

Una ferrovia potrà essere presentata come infrastruttura civile e insieme progettata per il trasporto di truppe. Un finanziamento universitario potrà essere definito innovazione mentre sviluppa tecnologie militari.

L'economia di guerra penetrerà nei bilanci civili e nella vita quotidiana.

L'aumento della spesa italiana

Secondo le stime NATO pubblicate nel luglio 2026, la spesa italiana per la difesa propriamente detta passerà dai 33,4 miliardi di euro del 2024 ai 48,3 miliardi del 2026.

Quasi quindici miliardi in più in due anni.

La quota sul PIL salirà dall'1,52 al 2,10 per cento. Calcolata a prezzi costanti, la spesa militare risulta più che raddoppiata rispetto al 2014.

Non è un adeguamento marginale. È una riconversione delle priorità dello Stato.

Quando si tratta di salari, sanità, scuola, casa o tutela del territorio, il governo sostiene che le risorse sono scarse. Quando la NATO stabilisce nuovi obiettivi, il denaro viene immediatamente trovato.

È una scelta politica e di classe.

L'austerità non scompare: cambia destinazione. La spesa pubblica cresce per le armi, mentre la disciplina di bilancio continua a gravare su salari, pensioni e servizi.

È la socializzazione dei costi della guerra e la privatizzazione dei profitti.

Pordenone e le filiere militari

La riconversione militare diventa concreta nei territori.

Il 29 luglio 2026 Confindustria Alto Adriatico ha organizzato a Pordenone un incontro per presentare il "Progetto Nazionale Connext Filiere", rivolto alle imprese interessate alla difesa, all'aerospazio e alle tecnologie dual use.

Dietro parole come innovazione, opportunità industriali e sviluppo tecnologico si trova una scelta precisa: inserire il territorio nella nuova economia di guerra.

Al vertice delle filiere si collocano grandi gruppi come Leonardo, Fincantieri e Avio Aero. Intorno vengono organizzate reti di piccole e medie imprese, università, centri di ricerca e percorsi formativi.

Il denaro pubblico finanzia gli investimenti, sostiene la ricerca e forma la manodopera. I profitti rimangono privati.

La retorica del dual use serve a presentare come neutre tecnologie che vengono finanziate e sviluppate nell'ambito della difesa.

Un drone, un sensore o un software possono avere anche applicazioni civili. Ma se finanziamento, committente e finalità appartengono al settore militare, siamo dentro l'economia di guerra.

Il doppio uso diventa così la foglia di fico dietro la quale nascondere il profitto prodotto dalla capacità di sorvegliare e distruggere.

Salari in caduta, profitti militari in crescita

Il riarmo avviene in un paese nel quale, tra il 1990 e il 2020, i salari reali sono diminuiti del 2,9 per cento.

Questo dato descrive un rapporto di forza. Per decenni precarizzazione, privatizzazioni, frammentazione contrattuale e indebolimento del sindacato hanno trasferito ricchezza dal lavoro ai profitti e alle rendite.

Oggi il paese che sostiene di non avere risorse per i contratti pubblici, la sanità o la scuola trova decine di miliardi per armamenti e filiere militari.

Quando si parla di servizi vengono invocate le compatibilità finanziarie. Quando si parla di guerra, il debito torna virtuoso.

Il keynesismo militare viene concesso a ciò che distrugge e negato a ciò che cura.

Università, scuole e ricatto occupazionale

La riduzione dei finanziamenti ordinari spinge università e centri di ricerca a dipendere dalle commesse private. L'industria militare può così orientare laboratori, dottorati, brevetti e corsi di studio.

La militarizzazione procede attraverso la dipendenza finanziaria.

Lo stesso rischio coinvolge gli istituti tecnici e professionali, trasformati in luoghi destinati a formare manodopera per le filiere della difesa.

Prima si impoveriscono territori e servizi, poi la produzione militare viene presentata come unica possibilità di occupazione.

Il ricatto è evidente: accettare le armi oppure perdere il lavoro.

L'alternativa non può però essere scaricata sulle lavoratrici e sui lavoratori. Serve una riconversione produttiva finanziata pubblicamente e controllata da chi lavora e dalle comunità territoriali.

Le competenze impiegate negli armamenti possono essere utilizzate per trasporti pubblici, energie rinnovabili, tecnologie sanitarie, tutela del territorio e manutenzione delle infrastrutture.

Non manca il lavoro socialmente necessario. Manca la volontà di sottrarre la produzione alla logica del profitto e della guerra.

Non esistono imperialismi progressivi

Nel nuovo disordine mondiale ci viene chiesto di scegliere tra Stati Uniti ed Europa oppure Cina e Russia.

È una falsa alternativa.

Gli Stati Uniti difendono la propria egemonia. La Cina costruisce una propria area d'influenza economica e militare. La Russia rivendica con le armi il controllo sullo spazio ex sovietico. L'India cerca di emergere come potenza autonoma. L'Europa tenta di trasformarsi in un polo militare più competitivo.

Nessuno di questi progetti appartiene alle classi lavoratrici.

Il multipolarismo degli Stati non coincide con l'internazionalismo dei popoli.

I comunisti anarchici non sono equidistanti tra occupante e occupato o tra aggressore e aggredito. Ma il sostegno alle popolazioni oppresse non deve diventare subordinazione agli Stati o alle organizzazioni autoritarie.

Non possiamo sostenere la NATO in nome dell'Ucraina, la Russia in nome dell'antiamericanismo, la Cina in nome del multipolarismo, Hamas in nome della Palestina o il nazionalismo di Modi in nome del Sud globale.

L'internazionalismo significa indipendenza politica di classe da tutti gli Stati e solidarietà concreta con tutte le popolazioni oppresse.

Il nostro campo

Il nostro campo è quello dei lavoratori cinesi che tentano di organizzarsi autonomamente, degli oppositori russi alla guerra, della popolazione ucraina che resiste all'invasione, delle organizzazioni palestinesi laiche e libertarie e degli israeliani che rifiutano l'occupazione.

È il campo dei giovani "scarafaggi" indiani quando trasformano l'umiliazione in protesta, dei contadini e dei lavoratori che scioperano, delle caste oppresse, delle minoranze religiose e delle donne che combattono il patriarcato.

È il campo delle persone migranti che sfidano le frontiere e delle compagne e dei compagni che a Pordenone hanno contestato la trasformazione del territorio in una filiera militare.

È il campo dei portuali che rifiutano di caricare armi, degli studenti che respingono gli accordi con l'industria bellica e dei lavoratori che rivendicano la riconversione senza perdere salario e occupazione.

L'internazionalismo deve tornare a essere organizzazione concreta.

Servono coordinamenti sindacali transnazionali, scioperi contro l'economia di guerra, campagne nei porti e nelle industrie e solidarietà materiale con le organizzazioni di classe e libertarie.

Serve una presenza comunista anarchica capace di collegare guerra e carovita, riarmo e tagli sociali, razzismo e sfruttamento, nazionalismo e repressione.

Costruire l'antimilitarismo di classe

Non basta un pacifismo morale. Non basta dichiararsi contrari alla guerra mentre fabbriche, porti, università e bilanci pubblici vengono organizzati per renderla possibile. L'antimilitarismo deve diventare pratica di classe. Occorre contrastare i finanziamenti pubblici all'industria bellica, denunciare gli accordi tra imprese e università, opporsi al trasporto delle armi e costruire coordinamenti tra lavoratori, portuali, studenti e comunità territoriali. Rivendicare una riconversione produttiva che garantisca salario e occupazione e metta le capacità industriali al servizio dei bisogni sociali.

La sicurezza dei padroni del mondo difende proprietà, mercati e profitti. La nostra sicurezza significa salario, casa, salute, istruzione, libertà e controllo collettivo sulla produzione.

Per questo diciamo:

Basta denaro pubblico alle armi.   

Salari, sanità, scuola e servizi sociali, non sistemi d'arma.

Fuori l'industria bellica dalle università, dalle scuole e dai territori.  Riconversione produttiva sotto il controllo di chi lavora e delle comunità.                                      Casa, salario e servizi: la nostra guerra è quella contro lo sfruttamento.

Le classi dominanti sostengono che dobbiamo armarci perché il mondo è pericoloso, chiudere le frontiere perché siamo assediati e accettare l'austerità perché le risorse sono limitate.

È vero il contrario. Il mondo è pericoloso perché gli Stati si armano e competono per il dominio. Le frontiere uccidono perché ricchezze e diritti sono distribuiti in modo diseguale. Le risorse sembrano limitate soltanto quando vengono richieste dalle classi popolari.

La pace non è il silenzio imposto dagli eserciti. È il superamento delle condizioni che producono continuamente la guerra: capitalismo, imperialismo, colonialismo, patriarcato, nazionalismo e dominio statale.

Il loro ordine è la guerra.

I loro profitti sono costruiti sulle nostre rinunce, sulla distruzione dell'ambiente e sulla vita delle popolazioni.

Il nostro compito è inceppare la macchina del riarmo, organizzare l'internazionalismo, ricomporre la classe e trasformare la paura in solidarietà, la solidarietà in conflitto e il conflitto in rivoluzione sociale.

Settembre    2026

https://alternativalibertaria.org/
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