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(it) Italy, UCADI, #209 - Tra Trump e Meloni volano stracci (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 17 Aug 2026 08:17:27 +0300
Trump accusa telefonicamente Meloni di avere elemosinato una foto con
lui in occasione del G7 di Évian-les-Bains, Meloni nega. Benché Trump
sia un mentitore seriale, questa volta c'è da credergli, memori
dell'abitudine di Giorgia Meloni a comportarsi come una vanesia
impenitente, bisognosa in ogni occasione di apparire in tutti gli
incontri internazionali ai quali partecipa. Il tappo biondo, dagli occhi
porcini, di solito bianco vestita, (quando non di un rosa-bambola) si è
aggirata, come mostrano le riprese dell'evento, nella sala che ospitava
l'evento, a caccia di un divano sul quale accoccolarsi accanto all'amato
Presidente, suo boss. Ciò al fine di dimostrare il persistere di
sedicenti rapporti privilegiati con Lui.
Se non che l'uomo è bizzarro e poco diplomatico, rancoroso e alla prima
occasione ne ha approfittato per dichiarare che aveva avuto pietà, che
la penitente gli aveva fatto pena con le sue petulanti insistenze, che
perciò si era benevolmente concesso, ma che questo non significa che
l'avesse perdonata, perché il capo non perdona i traditori. Un vero capo
pretende dai servi la totale obbedienza e non tollera tentennamenti, non
accetta rifiuti.
Alla risposta piccata della vaporosa bionda che negava decisamente
tutto, l'ottuagenario golfista dalle chiome pel di carota rincarava la
dose promettendo fuoco e fiamme e denunciando il tentativo di essere
manipolato per guadagnare consensi dell'opinione pubblica da parte della
petulante indesiderata fan, la quale a sua volta gli consigliava di
preoccuparsi piuttosto della sua popolarità in discesa libera.
Sembra che il risultato ultimo di tutto questo debba essere una
ritorsione da parte di Trump che si concretizzerebbe nel ritiro, in
tutto o in parte, degli Stati Uniti dalle loro basi nel nostro paese.
Inutile dire che se ciò avvenisse sarebbe il più importante risultato
conseguito dal governo Meloni durante tutto il suo periodo di attività e
che da solo rappresenterebbe il più grande successo del governo
nell'arco dei quattro anni appena trascorsi ben superiore a tutto ciò
che ogni governo ha fatto per il paese. Dovremmo addirittura concludere
che è valsa la pena di vedersi ridurre le pensioni, mantenere bassi i
salari, assistere alla distruzione sistematica del servizio sanitario
nazionale, subire impotenti la deindustrializzazione del paese,
soccombere alla lottizzazione degli incarichi pubblici, sopportare il
ritorno di rigurgiti fascisti, accettare il trattamento vile e
spregevole verso i migranti, digerire i decreti sicurezza e quant'altro
il governo Meloni ci ha propinato nei suoi quattro anni di attività. In
fondo c'è un prezzo per tutto e l'importanza del risultato è
proporzionale al sacrificio richiesto per raggiungere l'obiettivo.
Questo e non la stabilità sarebbe il più importante obiettivo centrato
dal governo Meloni.
Elogio dell'instabilità
Sì, la stabilità della quale Meloni si fa vanto non è assolutamente da
considerarsi un valore positivo, visto che in generale essa non
corrisponde ad una crescita del paese, il quale solo grazie alla
vivacità del confronto politico mostra di saper crescere a livello
economico e sociale, prova ne sia che le maggiori conquiste nel campo
della tutela del lavoro, dei diritti sociali, dei diritti di libertà, lo
stesso maggior sviluppo economico è avvenuto in periodi di forte
instabilità, ma caratterizzati da una forte tensione politica e morale
tra le diverse forze politiche e quelle sociali che si proponevano di
affrontare i problemi più urgenti della società e cercavano nel
confronto politico e con le istituzioni di risolverli. È stato così per
l'introduzione del divorzio e dell'aborto, per l'adozione dello statuto
dei lavoratori, per la riforma del diritto di famiglia e per
l'istituzione del sistema sanitario nazionale, per il dibattito
sull'eutanasia che proprio a causa della caduta del dibattito sociale e
del confronto politico e della sopravvenuta stabilità non è riuscito a
trovare uno sbocco positivo.
Altrettanto potrebbe dirsi per l'introduzione del salario minimo e per
molte altre riforme necessarie. In altre parole la stabilità non giova
alla Repubblica, perché annichilisce il dibattito politico e il
confronto sociale, addormenta la partecipazione popolare, è di ostacolo
alla mobilitazione e alla lotta a difesa dei propri diritti, mortifica
l'aspirazione del paese a crescere e a migliorare. La democrazia vive di
partecipazione e la Meloni, essendo di indole profondamente
antidemocratica, la partecipazione popolare non la vuole, ma ambisce
solamente all'applauso, al consenso agli osanna della folla, tanto da
andare a ricercare nei raduni degli alpini facili applausi, salutandosi
di amor di patria.
I problemi del paese reale
La gravità della situazione economica e sociale è sotto gli occhi di
tutti, la deindustrializzazione del paese procede con passi da gigante,
così come pure prosegue la cessione degli asset produttivi a operatori
internazionali e la delocalizzazione, senza che il governo in carica sia
in grado di mettere in atto un minimo di programmazione per affrontare i
problemi che nel futuro il paese si troverà davanti. Ci riferiamo
all'introduzione sempre più ampia dell'intelligenza artificiale, la
quale modificherà profondamente il mercato del lavoro e sottrarrà
milioni di posti di lavoro alla disponibilità delle persone. Il mercato
del lavoro ne sarà profondamente sconvolto ed è probabile che ad un
restringimento dell'occupazione a livelli tecnici e qualificati
corrisponderà un aumento della richiesta di manodopera a bassa
qualificazione e basso salario, che è quella tipica dell'esercito
industriale di riserva del quale fanno parte i migranti, soprattutto
quelli che sono mantenuti tali e non integrati dalla situazione
strutturale legislativa concernente la concessione del permesso di
soggiorno e la stabilità di lavoro nel nostro paese, condizione che
facilita il ricorso al mercato del lavoro nero, precario e senza diritti.
Questa modifica del mercato del lavoro avviene in condizioni ancora più
gravi, in considerazione del fatto che il nostro ordinamento non dispone
della misura del salario minimo che garantirebbe una soglia alle
possibilità di sfruttamento della manodopera da qualunque parte essa
provenga. L'impoverimento del mercato del lavoro comporta
l'impoverimento dei salari e quindi della rimessa degli accantonamenti
pensionistici con la probabile crisi dell'erogazione pubblica e certa
delle pensioni, con la spinta al ricorso alle assicurazioni private che
porta con se la distruzione del risparmio e la sua canalizzazione verso
i fondi d'investimento, soprattutto di origine speculativa.
La crisi demografica è accentuata dal venir meno delle tutele sociali
che si riflettono in tassi di natalità che sono bassi anche in
considerazione del peso che hanno nelle condizioni di vita e di
benessere la fatiscenza delle strutture di trasporto, sempre maggiore,
la carenza di alloggi a prezzi abbordabili, un'assistenza sociale e
sanitaria Pubblica che perde sempre più colpi, a vantaggio
dell'assistenza privata. Il processo di trasformazione della nostra
società viaggia incontrollato e non orientato per l'assenza di una
struttura di governo in grado non solo di governare il cambiamento ma di
orientare e programmare gli investimenti in una direzione rispetto ad un
quadro di riferimento di obiettivi da perseguire nel tempo.
Una visione per il futuro
Quello che manca alla sinistra che aspira al governo e si prepara al
prossimo confronto elettorale è una visione del futuro, un progetto che
sia in grado di aggregare ceti e classi sul raggiungimento di un
obiettivo che si fa forte di una programmazione che non lasci indietro
nessuno e che riduce i dislivelli di ricchezza tra le persone,
avvicinando le classi sociali e ricostruendo la presenza di una classe
media, sufficientemente ampia da costituire un punto di riferimento e di
alleanza per un esercito di lavoratori sempre più disunito e
sparpagliato, privo di orientamento, di diritti e di obiettivi comuni
che si proponga di orientare e governare la società. Senza questa base
di riferimento i partiti della sinistra o i cosiddetti partiti
progressisti, come dir si voglia, hanno poche speranze di ricostruire un
elettorato che diriga verso di loro il consenso in considerazione
dell'interesse che queste persone hanno a vedersi difesi e governati in
nome di un obiettivo comune di benessere collettivo.
Di particolare ostacolo risulta essere la scelta guerrafondaia dei
partiti progressisti e di sinistra che hanno accettato e introiettato la
scelta dello scontro bellico e del confronto inevitabile verso il quale
orientare lo sviluppo produttivo: il riarmo dell'Europa nella
prospettiva che solo combattendo contro la Russia per distruggerne
l'unità e drenarne le risorse, contrattando singolarmente con la miriade
di piccoli Stati che la sostituirebbero sorgendo sulle sue rovine. Per
costoro, il drenaggio coloniale delle loro risorse economiche
rappresenta la salvezza dell'Occidente che in tal modo si approprierebbe
delle risorse altrui per finanziare il loro benessere. Si tratta di una
scelta criminale, miope che non tiene conto che l'avversario che si è
scelto di combattere è dotato di un arsenale di 6.500 testate nucleari
con le quali in qualsiasi momento può annientare le popolazioni europee
e che sul piano etico, morale e dei valori dispone di un insieme di
valori forti di riferimento che gli consentono una resilienza certamente
maggiore di qualsiasi forza di aggressione ed è perfettamente in grado
di respingere ogni attacco fino al totale annichilimento dell'avversario.
Il crogiolarsi nell'edonismo da parte dell'Occidente europeo non ha
rappresentato una buona scelta nella prospettiva di un mondo divenuto
sempre più competitivo e da quando sono venute meno le rendite di
posizione storica dominante delle quali l'Europa poteva beneficiare in
passato per sostenere il proprio benessere. La fine del colonialismo, la
crescita del mondo estraneo ai G7 e ai G8, la nascita stessa dei Brics,
il ritorno al ruolo di grande potenza economica, sociale e militare
della Cina, dell'India e di numerosi altri aggregati imperiali,
costituiscono un fattore del quale tenere necessariamente conto per
costruire un futuro per l'Europa e all'interno di essa per l'Italia.
I nazionalismi (di facciata) alla Meloni, i populismi e gli egoismi
nazionali, il richiamo alle glorie del passato e ai sogni di grande
potenza che furono del fascismo e non solo di esso, non hanno più
cittadinanza e senso negli attuali equilibri economici e politici del
mondo e richiedono alla destra internazionale al di là dei suoi
rigurgiti di ritorni impossibili una profonda riflessione su quando il
mondo sia cambiato così come pure richiedono alle forze della sinistra
una attenta riflessione sul ritorno a livello globale degli interessi di
classe.
La Redazione
https://www.ucadi.org/2026/06/27/tra-trump-e-meloni-volano-stracci/
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