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(it) Italy, UCADI, #209 - S C H I A V I (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 13 Aug 2026 07:19:39 +0300
Nella Melonia Felix, il rinvenimento di quattro cadaveri bruciati di
braccianti in un'auto, tre pachistani e un afgano, in quel di
Amendolara, in Calabria ci ricorda l'esistenza di un bracciantato
migrante che in questo caso prestava la propria opera nell'agro
metapontino per dedicarsi alla raccolta delle fragole, dei limoni, della
verdura, attività che molti braccianti nati in Italia e di pelle bianca
non vogliono più fare, ammesso che ve ne siano ancora.
Le paghe infime, le condizioni di lavoro bestiali, lo sfruttamento
mafioso e ndranghetista, lo rendono impossibile.
Alimentano lo sfruttamento tra gli stessi migranti e fanno intraprendere
ai giovani italiani, dotati di un passaporto comunitario, di
intraprendere la strada dell'emigrazione, più remunerativa e con
maggiori diritti. A lavorare sotto il sole e la pioggia sono rimasti i
migranti, molti dei quali artatamente irregolari, alla ricerca disperata
di un permesso di
soggiorno, i quali, ricattati a causa della loro condizione di non
regolari, accettano più degli altri, paghe da fame, condizione di lavoro
inumane, vivendo in alloggi di fortuna, vere baraccopoli che si formano
ai margini dei campi. Le abitazioni per loro, costruite in alcuni casi
con i fondi del PNRR, sono rimaste vuote e nell'attesa
dell'assegnazione, vandalizzate.
Di questi luoghi ne conosciamo molti, nella cosiddetta "fascia
trasformata" (da Pachino fino a Palma di Montechiaro e Vittoria), nella
piana di Rosarno, nel metapontino, nelle campagne del napoletano,
nell'Agro pontino e in tutta la provincia di Latina, nel foggiano, nelle
Murge e ancora, risalendo la penisola, nelle fattorie Emiliane e della
bassa Padana, nel Monferrato, ad occuparsi delle vigne, nel Trentino per
raccogliere mele.
Gli appartenenti a questo esercito industriale di riserva, a basso costo
e senza diritti, sono il frutto perverso della legge Bossi-Fini e della
gestione dei migranti che consegna alla clandestinità permanente la gran
parte di loro, legando in rinnovo del permesso di soggiorno al
mantenimento di un lavoro costante e legale. Accanto a questi vi sono
quelli impiegati nella gestione delle stalle e dei pollai intensivi,
favoleggiando di una "propensione naturale" dei migranti provenienti
dall'India e dal Bangladesh a vivere in simbiosi con gli ovini.
Poi ve ne sono di quelli impiegati nell'industria: basta fare una
passeggiata a Monfalcone per scoprire che gran parte degli addetti ai
cantieri provengono dall'India e dal Bangladesh. A costoro, molti dei
quali sono di religione islamica, viene negato il diritto alla moschea e
i comuni gestiti dai leghisti si fanno scrupolo e preoccupazione di
negare sia i permessi edilizi necessari per costruire la Moschea che
concedere il cambio di destinazione in luoghi di culto di capannoni
dismessi o di immobili acquistati con uno sforzo economico notevole da
parte delle comunità. Si tratta di migliaia di persone che restano
assolutamente sconosciute alle statistiche e anonime, non censite, alle
quali si rimprovera per sovrammercato di non riuscire ad integrarsi o di
non volersi integrare, quando in realtà non hanno alcuna possibilità di
farlo, perché sono loro negate le strutture. La gestione burocratica
delle amministrazioni locali, soprattutto ma non solo, a conduzione
leghista glielo impedisce, ostacolando la loro strutturazione in comunità.
Abbiamo assistito con orrore ma senza stupore, il 9 maggio 2026, alla
notizia che un bracciante agricolo di 35 anni, originario del Mali,
Bakari Sako, venisse aggredito e ucciso da una baby gang a Taranto
formata da quindicenni nullafacenti; abbiamo accettato che un bracciante
agricolo indiano, Satnam Singh, di 31 anni, il 17 giugno 2024 a Borgo
Santa Maria (Latina), venisse abbandonato dal datore di lavoro davanti a
casa, con in una cassetta il braccio mozzato e triturato da una macchina
agricola a morire dissanguato; ricordiamo che nel crollo a Firenze del
solaio di un supermercato la gran parte dei lavoratori morti sotto il
crollo erano migranti irregolari e potremmo continuare citando altri
eventi noti e meno noti, sapevamo inoltre che a gestire il lavoro dei
braccianti e dei migranti sono dei Kapo spesso reclutati tra di loro,
costruendo una gerarchia di sfruttamento governata dalla miseria, dalla
mancanza di diritti, dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, sapevamo di
tutto questo, ma quel che è avvenuto recentemente a Milano supera ogni
immaginazione.
La gestione multinazionale del bracciantato e del caporalato
Milano, 2022, area dell'ex Tiro a Segno, in piazzale Accursio (quartiere
Cagnola): il governatore lombardo Fontana, il sindaco Sala, l'assessora
Letizia Moratti, l'ambasciatore Usa, danno il via ai lavori per la
costruzione della nuova sede del Consolato USA, progettato da SHOP
Architects. Il complesso si estenderà su oltre 40.000 m² e integrerà la
storica Palazzina Liberty del 1905. Il budget del progetto ammonta a 351
milioni di dollari. L'impresa costruttrice incaricata dei lavori è la
Caddell Construction Company, LLC, un colosso dell'edilizia statunitense
con sede principale in Alabama sotto il controllo del Bureau of overseas
buildings operations del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti:
fiduciario in Italia un manager turco, Ulas Demir. Si legge nell'atto
della procura di Milano che la Caddell Construction «per l'anno 2025, ha
impiegato un organico variabile dalle 311 alle 394 unità, delle quali
nel mese di dicembre ne sono state utilizzate 388 di cui 316 di etnia
indiana. Al mese di febbraio 2026 le maestranze denunciate dalla sede
secondaria della Caddell per la costruzione del nuovo consolato sono
state 261».
Dall'inchiesta svolta dal Nucleo di tutela del Lavoro, che fa capo alla
Procura della Repubblica di Milano, si apprende che da anni, vicino al
centro di Milano, vi è un luogo dove la manodopera utilizzata viene
nella maggior parte assunta all'estero con procedure di tipo
ricattatorio e mafioso.
I lavoratori vengono agganciati nel loro paese d'origine, l'India, da
intermediari senza scrupoli. Questi intermediari promettono stipendi
dignitosi, sfruttando il loro stato di necessità. Per poter partire
viene richiesto un pagamento a tutti i lavoratori di un corrispettivo
pari a circa 5.000 euro (500 mila rupie), al fine di ottenere il
relativo visto di soggiorno per lavoro e ricevere la garanzia stessa del
lavoro; per poter pagare tale "pizzo" gli stessi operai e le loro le
famiglie si indebitano pesantemente. Una volta arrivati in Italia, i
lavoratori scoprono che le promesse erano false; il debito contratto
diventa una catena dato che il "caporale di cantiere" trattiene gran
parte del salario (già misero) con la scusa dell'alloggio e del vitto e
con la minaccia di licenziamento, con il risultato che molti lavoratori
rimangono nello stato di clandestinità.
Lo sfruttamento diventa più penetrante ed economicamente esoso nella
vita di cantiere, dove gli operai «sono costretti a lavorare con turni
massacranti, senza sicurezza e sotto la costante minaccia di
licenziamento» e quindi di rientrare nel loro paese d'origine, in
applicazione alla legge Bossi-Fini, se non sottostanno a condizioni
lavorative degradanti e sottopagate, non potendosi nemmeno ribellare,
perché ricattabili e controllati, trasformati in schiavi e di fatto
retribuiti a 2EUR l'ora.
Ricostruiti i fatti sorgono inevitabili alcune domande: come è stato
possibile, a fronte di un numero così imponente di manodopera sfruttata,
che quanto avveniva sia potuto sfuggire per circa 4 anni all'attenzione
degli organi di vigilanza sul lavoro e sull'emigrazione? Si dirà che era
difficile venirne a capo, considerato che si è fatto di tutto per
impedire ai sindacati di entrare nel cantiere, a verificare le
condizioni di lavoro: anche se vi è chi sostiene che ad ostacolare
verifiche e controlli è stato il fatto che si trattava di una stazione
appaltante e di una aggiudicataria non italiana e non europea.
Giova tuttavia ricordare che la costruzione riguarda la sede di un
consolato: l'utilizzazione di manodopera senza nome, utilizzata e poi
dispersa nel paese di origine, è funzionale a cancellare nelle
maestranze, a fine lavoro, memoria delle caratteristiche del progetto
eseguito, viste le certe esigenze di riservatezza che devono coprire le
caratteristiche costruttive e gli impianti realizzati, ma questa
esigenza non può giustificare comunque lo sfruttamento e la
schiavizzazione della manodopera; allo stesso tempo proprio le
caratteristiche strutturali dell'opera da realizzare non giustificano
l'ignoranza su quanto avveniva da parte del committente.
Ne consegue che, malgrado che la magistratura abbia disposto il
commissariamento immediato dell'azienda e che questa dovrà ora
regolarizzare i suoi lavoratori, controllare i luoghi di lavoro e
dotarsi di strumenti organizzativi per evitare che i fenomeni di grave
sfruttamento di cui è accusata si ripetano, i suoi dirigenti devono
essere indagati dei reati di cui all'art. 603 bis c.p. (e la connessa
responsabilità ex D.Lgs 231/2001 a carico dell'impresa), non solo quelli
operativi come Ulas Demir, fermato mentre stava fuggendo in Turchia ma
quelli della Caddell Construction Company, LLC, e del Bureau of overseas
buildings operations del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, in
quanto non potevano non sapere, questo anche se non vi è alcuna
possibilità che ciò avvenga.
I legami che uniscono gli Stati Uniti all'Italia non giustificano e non
consentono ad un paese straniero, per quanto importante alleato, di
violare le leggi vigenti del nostro paese: ne va della sovranità tanto
cara all'attuale governo, ma così nei fatti disprezzata e vilipesa.
G. C.
https://www.ucadi.org/2026/06/27/s-c-h-i-a-v-i/
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