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(it) Italy, FDCA, Cantiere #45 - Scuola e ricerca: perché questo contratto non andava firmato,Alessandro Granata Seixas (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Tue, 28 Jul 2026 07:19:01 +0300


Il rinnovo del Contratto nazionale dell'Istruzione e Ricerca 2025-2027 è stato presentato come un risultato positivo, quasi una prova di responsabilità sindacale in tempi difficili. Eppure, dietro la retorica della "firma necessaria", resta una domanda politica fondamentale: davvero questo era il massimo ottenibile per oltre un milione di lavoratrici e lavoratori della scuola, dell'università e della ricerca?
Per una parte della categoria sindacato la risposta è no. L'area alternativa Radici in FLC-CGIL ha espresso in Assemblea Generale un voto contrario netto, definendo la pre-intesa un risultato debole e insufficiente. Una posizione che non nasce da massimalismo ideologico, ma da una valutazione concreta della situazione salariale, dei rapporti di forza e della funzione stessa di un'organizzazione sindacale.
Il nodo centrale è semplice: il contratto non recupera il salario perso. Gli aumenti previsti si aggirano attorno al 6% nel triennio, mentre l'inflazione accumulata negli anni precedenti ha eroso circa l'11% del potere d'acquisto. In pratica, lavoratrici e lavoratori continueranno a guadagnare meno di prima in termini reali.
Eppure si è scelto di firmare rapidamente, senza costruire una vera mobilitazione nazionale. Nessuno sciopero generale del comparto, nessuna campagna di massa nei luoghi di lavoro, nessuna assemblea nazionale diffusa delle RSU. La trattativa si è svolta quasi interamente dentro i tavoli tecnici, mentre la categoria restava sostanzialmente spettatrice.
Ma allora la domanda diventa inevitabile: a cosa serve essere il più grande sindacato della scuola se non si è capaci di utilizzare quella forza organizzata per strappare condizioni migliori?
Un sindacato grande non dovrebbe limitarsi a gestire l'esistente o a certificare arretramenti salariali. Dovrebbe essere in grado di costruire rapporti di forza. Dovrebbe saper trasformare il malcontento diffuso in iniziativa collettiva. Dovrebbe saper dire no quando le condizioni imposte sono insufficienti.
Il problema non è solo economico. È politico e strategico.
Negli ultimi anni scuola e università hanno subito un progressivo impoverimento materiale e simbolico. Gli stipendi del comparto sono ormai tra i più bassi del pubblico impiego, nonostante l'elevato livello di qualificazione richiesto. Il personale ATA sfiora salari da povertà, mentre docenti e ricercatori vedono aumentare costantemente la distanza rispetto ad altri settori pubblici.
Nel frattempo avanzano trasformazioni profonde: regionalizzazione, aziendalizzazione, premialità, frammentazione territoriale, ingresso dei privati nella scuola pubblica. Il contratto nazionale viene progressivamente svuotato, sostituito da logiche locali e competitive che indeboliscono i diritti collettivi.
In questo quadro, firmare rapidamente una preintesa debole rischia di avere un significato preciso: normalizzare l'idea che la scuola debba continuare a perdere terreno senza opporre resistenza reale.
Eppure il contesto avrebbe potuto consentire un'altra strada. Il governo attraversa una fase di difficoltà politica e sociale. Le contestazioni alle riforme sulla scuola, sull'università e sulla pubblica amministrazione crescono. Proprio per questo, sostengono i contrari alla firma, sarebbe stato il momento di aprire una stagione di mobilitazione vera: scioperi, assemblee, coordinamento tra comparti, costruzione di vertenze territoriali e nazionali.
Tenere duro non avrebbe significato inseguire una testimonianza sterile. Avrebbe significato utilizzare la forza numerica e organizzativa del sindacato per riaprire il conflitto salariale e sociale. Perché i diritti non si ottengono grazie alla benevolenza dei governi o alla tecnica negoziale. Si conquistano quando esiste una pressione collettiva capace di modificare i rapporti di forza.
La posizione espressa da Radici in FLC pone quindi una questione che va oltre questa singola pre-intesa: quale strategia e tattica servono al sindacato oggi per salvare la scuola pubblica e valorizzare i salari?
Un sindacato che firma per senso di responsabilità anche quando i risultati sono insufficienti? Oppure un sindacato che considera la mobilitazione, il conflitto e la partecipazione democratica strumenti indispensabili per difendere salario, dignità del lavoro e funzione pubblica dell'istruzione?
Perché senza conflitto il rischio è evidente: il contratto collettivo smette di essere uno strumento di avanzamento sociale e diventa soltanto il luogo in cui si certificano arretramenti già decisi altrove.

http://www.alternativalibertaria.org
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