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(it) France, OCL CA #360 - Italia - Ungheria - Sconfitte piacevoli ma che non cambiano molto (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Thu, 16 Jul 2026 07:56:19 +0300


Il 23 marzo in Italia e poi il 12 aprile in Ungheria, i due governi, personificati da Meloni e Orbán, fascisti per alcuni, semplicemente neoliberisti per altri, hanno subito una sonora sconfitta elettorale, con un tasso di sbarramento stranamente identico del 54%. ---- Il nostro lato romantico ed emotivo non ha potuto far altro che gioire davanti alla televisione la sera del 12 aprile, quando sono stati annunciati i risultati in Ungheria. Le buone notizie non sono così frequenti! Ma tale è la nostra natura che abbiamo un altro lato, più razionale, che non può essere guidato unicamente dalle emozioni! E poi, la catastrofe... Il successore di Orbán, opportunamente chiamato Magyar, è un nazionalista irriducibile che difende la stessa linea del suo predecessore in materia di immigrazione e diritti LGBT. Un ex protetto di Orbán che voleva diventare califfo al posto del Califfo. Questa ambizione fu accolta favorevolmente da una parte degli imprenditori ungheresi che necessitavano di maggiore flessibilità nei rapporti con l'Europa, pur mantenendo forti legami con la Russia.

In Italia, Meloni non fu estromessa dalle urne, come accadde a Orbán. Subì semplicemente una sonora sconfitta nel referendum del 23 marzo sulle riforme istituzionali volte a conferire al governo un maggiore controllo sulla magistratura, istituendo organi di controllo selezionati per sorteggio anziché eletti dai propri pari. Con una differenza di due milioni di voti tra "sì" e "no", e un tasso di astensione inferiore (45%) rispetto ai referendum precedenti[1], il colpo fu tanto più duro in quanto la campagna elettorale si concentrò più sulla Meloni stessa e sulle politiche generali del suo governo che sulla riforma giudiziaria, i cui dettagli erano in gran parte sconosciuti, se non per il fatto che rappresentava un ulteriore passo verso il controllo statale sulla magistratura.

Va detto che questa riforma implicava una rielaborazione della Costituzione italiana, originariamente redatta da partiti nati dalla Resistenza, un'icona intoccabile. Modificare la legge potrebbe apparire come una vendetta dei post-fascisti, che permetterebbe loro di abbattere una magistratura percepita come "rossa" e "favorevole agli immigrati clandestini". Soprattutto perché Meloni, per l'occasione, ha rilanciato una campagna basata su paura, ordine e religione: se vince il "no", stupratori, pedofili e immigrati clandestini saranno liberati, ha ripetutamente proclamato!

Va inoltre sottolineato che il voto ha confermato la tradizionale divisione tra Nord e Sud del Paese: un "no" massiccio al Sud (60-65%, e addirittura 75% a Napoli); un "sì" al Nord, ma limitato a tre regioni (Veneto, Lombardia-Milano e Friuli), dato che il "no" ha prevalso in Piemonte-Torino, Valle d'Aosta e Liguria-Genova. Da notare che Torino è legata alla resistenza degli squat di Askatasuna, al movimento No TAV e alle lotte operaie nell'industria automobilistica. Genova è un importante centro del movimento pro-Gaza e dei blocchi portuali, mentre Napoli e la Sicilia si sono distinte negli ultimi decenni per le manifestazioni antimilitariste contro le basi NATO e il riarmo italiano. Naturalmente, non si tratta di una semplice relazione di causa-effetto, ma è comunque sorprendente che la recente ondata di proteste in alcuni centri urbani non abbia scatenato un'ondata di paura e di rifiuto tra gli elettori, nonostante gli sforzi dei media. La storica divisione tra Milano, capitale economica e finanziaria, e Torino, città proletaria con i suoi (ex!) consigli operai, rimane.

300.000 persone alla manifestazione "No ai re" a Roma il 28 marzo 2026.
Secondo i sondaggi post-elettorali, il "No" ha vinto con il 62% tra gli under 35, mentre il "Sì" ha ottenuto oltre il 50% tra gli over 55. Questi risultati sono indubbiamente significativi, ma vanno precisati, poiché tutti questi studi considerano ciascuna categoria come un unico gruppo, senza distinzione di origine sociale.

Eppure, nulla ha spinto Meloni ad avviare questa riforma giudiziaria, tanto meno a indire un referendum. Perché, dunque? O era certa che questa sarebbe stata un'opportunità per consolidare l'autorità del governo attraverso un sonoro "Sì", nel qual caso sarebbe stata criticata per essere una stratega incapace e poco conoscitrice del suo Paese. Oppure credeva che, anche con una vittoria o una sconfitta modesta, avrebbe avuto l'opportunità di rimodellare il suo governo, rimuovendo i ministri più impopolari e riaffermando la propria autorità.
Ecco cosa ha fatto non appena sono stati annunciati i risultati: ha licenziato due alti funzionari del Ministero della Giustizia e il Ministro del Turismo. Il leader del gruppo Forza Italia al Senato si è dimesso ed è stato sostituito dalla figlia dell'ex Primo Ministro Bettino Craxi, sotto la pressione del clan Berlusconi, che finanzia Forza Italia ma, soprattutto, persegue una politica economica interamente incentrata sull'Europa. Per loro, le tendenze anti-integrazioniste, come l'approccio dell'"Europa delle Nazioni", devono rimanere puramente ideologiche e distaccate dalle realtà politiche ed economiche. Questo orientamento è in definitiva molto simile a quello di Magyar in Ungheria.

Di conseguenza, più che i risultati in sé, ciò che più colpisce la nostra sensibilità, sia razionale che emotiva, è che il movimento sociale, a differenza di quanto accade spesso, non si sia spento con il processo elettorale.

La manifestazione "No ai re e alle regine" contro la guerra ha portato quasi 200.000 persone a Roma il 28 marzo, superando di gran lunga le 30.000 previste. Sebbene questo successo sia stato certamente in parte dovuto all'ondata di ottimismo generata dalla sconfitta dell'Italia, è chiaro che andò ben oltre un semplice rifiuto di Meloni, e che la riforma giudiziaria fu solo un dettaglio minore rispetto alle grida di "Per un mondo senza guerre" e al desiderio di un'Italia diversa.

Anche in Ungheria continuano le manifestazioni con rivendicazioni sociali ben definite, soprattutto tra i giovani in età scolare, anche se, per il momento, lo slogan dominante è "Europa, Europa, ancora Europa". Speriamo che l'illusione ungherese si dissolva presto quando il miraggio europeo si dimostrerà del tutto incapace di risolvere il continuo deterioramento della situazione della classe operaia.

JPD

Note
[1]Va notato, tuttavia, che questo tasso è molto più alto di quello degli anni del dopoguerra fino alla fine del secolo scorso, quando la partecipazione raggiunse a un certo punto quasi il 90%. La "passione italiana" per la politica si è trasformata, come in Francia, in una affascinante diffidenza...

http://oclibertaire.lautre.net/spip.php?article4700
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