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(it) Italy, FDCA, Cantiere #44 - Il ruolo dello Stato all'interno dello scontro interimperialistico -- Lino Roveredo (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Wed, 15 Jul 2026 07:49:16 +0300


Stiamo assistendo a una trasformazione storica profonda del ruolo e della forma dello Stato moderno. Gli Stati-nazione, affermatisi come risposta alla frammentazione politica del periodo medievale, han-no costituito per secoli il quadro fondamentale entro cui si è sviluppato il capitalismo. I processi di centralizzazione del potere hanno reso possibile l'unificazione di spazi economici omogenei, funzionali alla formazione di mercati nazionali e all'espansione della borghesia. In questo contesto, il principio di sovranità statale e la costruzione dell'identità nazionale hanno operato come strumenti politici essenziali per l'organizzazione e la stabilizzazione dei rapporti sociali e produttivi.
Il mercato nazionale, lungi dall'essere uno spazio neutrale, si configura come un dispositivo politico regolato dallo Stato e funzionale al consolidamento del potere economico e sociale. Il nesso tra Stato-nazione e mercato nazionale tende strutturalmente a generare dinamiche competitive tra Stati, in quanto ciascuno è chiamato a garantire le condizioni di accumulazione del capitale entro il proprio spazio e a proiettarle verso l'esterno. Ne deriva una competizione sistemica che, pur assumendo forme storicamente variabili, incorpora al proprio interno la possibilità del conflitto, fino alla guerra.
Consolidato il mercato nazionale, la dinamica dell'accumulazione capitalistica spinge verso un'espansione oltre i confini statali. La ricerca di materie prime, nuovi mercati e opportunità di investimento non rappresentano una contingenza, ma una tendenza intrinseca al processo di valorizzazione. In questo senso, l'imperialismo - e, nella sua fase storica iniziale, il colonialismo - non costituisce una deviazione, bensì uno sviluppo coerente del rapporto tra Stato e capitale. Le conquiste coloniali, sostenute militarmente e politicamente dagli Stati, si inseriscono in una logica di espansione dei rapporti capitalistici su scala globale.
Questa dinamica appare con particolare evidenza nell'Ottocento, con fenomeni come la corsa all'Africa, durante la quale le potenze europee si spartiscono interi territori. L'ideologia della "missione civilizzatrice", il richiamo al prestigio nazionale e alla grandezza dello Stato non si limitano a mascherare interessi economici, ma contribuiscono attivamente alla loro legittimazione, svolgendo una funzione materiale nella costruzione del consenso e nell'organizzazione del dominio.
Nel contesto contemporaneo, il ruolo dello Stato non si riduce, ma si riorganizza su scala più ampia. L'emergere di potenze come la Cina, gli Stati Uniti, l'India e la Russia segnala il consolidarsi di formazioni statali di dimensione continentale, caratterizzate da una forte integrazione tra apparato politico, capacità produttiva e proiezione geopolitica. Gli Stati-nazione non scompaiono, ma vengono progressivamente gerarchizzati all'interno di un sistema internazionale sempre più polarizzato, in cui la dimensione territoriale, demografica ed economica assume un ruolo decisivo.
In questo quadro, la competizione tra potenze non può essere ridotta né a una pura logica economica né a una mera "volontà di potenza": entrambe le dimensioni si intrecciano all'interno di strategie complesse di riproduzione del potere. Le forme con-temporanee dello scontro interimperialistico tendono a privilegiare modalità indirette, in cui l'obiettivo non è tanto l'acquisizione immediata di risorse, quanto la modifica delle condizioni sistemiche entro cui gli attori rivali operano. Si afferma così una logica di competizione relativa, in cui il rafforzamento di un attore passa attraverso l'indebolimento strutturale dell'altro.
In tale prospettiva, le tensioni che coinvolgono aree strategiche come l'Iran o il Venezuela possono essere lette anche in relazione al controllo dei flussi energetici globali. La crescente centralità della Cina come principale importatore mondiale di petrolio rende questi flussi un terreno decisivo di competizione geo-economica: Pechino importa circa 10-11 milioni di barili al giorno, pari a oltre il 70% del proprio fabbisogno, con una quota significativa proveniente dal Medio Oriente. Più che determinare un controllo diretto e stabile delle risorse, le strategie messe in atto tendono a produrre condizioni di instabilità e incertezza che incidono sui costi, sull'accesso e sulla sicurezza degli approvvigionamenti.
Un ruolo cruciale è svolto da snodi strategici come lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e tra i 17 e i 20 milioni di barili al giorno, oltre a una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Il controllo o la destabilizzazione di tali passaggi non ha soltanto un significato regionale, ma si configura come uno strumento di pressione sistemica capace di incidere sull'equilibrio tra le grandi potenze, in particolare su quelle maggiormente dipendenti dalle importazioni energetiche.
Queste dinamiche si intrecciano con le trasformazioni interne alle economie capitalistiche avanzate. In una prospettiva materialista, la deindustrializzazione e la finanziarizzazione vanno intese come momenti di una più ampia ristrutturazione del capitale. Di fronte alle difficoltà di valorizzazione nella sfera produttiva, il capitale riorganizza la produzione su scala globale e, al contempo, intensifica il ricorso a strumenti finanziari, non in alternativa ma in integrazione con essa.
La finanziarizzazione non sostituisce la produzione, ma ne ridefinisce le condizioni, accentuando la dipendenza dei processi produttivi da dinamiche speculative e da logiche di breve periodo.
Con l'esaurirsi della fase del compromesso "socialdemocratico" tra capitale e lavoro, che aveva garantito una parziale redistribuzione della ricchezza, tali trasformazioni si riflettono anche sul piano politico-istituzionale. Più che determinare automaticamente esiti autoritari, esse ridefiniscono il campo delle possibilità entro cui gli Stati operano, restringendo gli spazi di mediazione e accentuando il ricorso a strumenti di controllo. In questo contesto, si possono osservare tendenze all'indebolimento delle garanzie formali e a una crescente gestione del conflitto sociale in termini di ordine pubblico, dinamiche riscontrabili anche nel caso italiano sotto il governo guidato da Giorgia Meloni.
Nel complesso, emerge un assetto in cui la competizione tra potenze, la ristrutturazione del capitale e la trasformazione delle forme statali si intrecciano in modo sempre più stretto. Le contraddizioni del capitalismo contemporaneo non si manifestano solo sul piano economico, ma investono l'intero assetto politico e sociale, configurando un sistema caratterizzato da instabilità crescente e da conflitti che tendono a dispiegarsi simultaneamente su scala globale e interna.
L'acuirsi dello scontro tra potenze imperialiste, che riporta all'orizzonte la possibilità concreta di un conflitto globale, segna un passaggio storico in cui le contraddizioni del capitalismo si manifestano in forma sempre più violenta. In questo scenario, non è più rinviabile l'emergere di un protagonismo diretto della moltitudine degli sfruttati: un protagonismo capace di rompere con le mediazioni dominanti, di riappropriarsi della lingua della lotta di classe e di porsi apertamente il problema della trasformazione radicale dell'esistente.
La competizione tra le diverse frazioni del capitale - per quanto attraversata da contraddizioni interne - continua a scaricarsi sugli sfruttati, alimentando divisioni, conflitti e gerarchie che ne indeboliscono la capacità di risposta. Gli oppressi vengono così mobilitati, contrapposti e sacrificati all'interno di dinamiche che rispondono a logiche di potere e accumulazione che li escludono.
A questa frammentazione va opposta una rottura netta: la ricostruzione di una solidarietà internazionalista tra gli sfruttati non come principio astratto, ma come pratica materiale di lotta. Solo attraverso processi concreti di organizzazione, conflitto e cooperazione può emergere una forza in grado di contrastare l'intensificazione del dominio, dello sfruttamento e della guerra, aprendo la possibilità reale di un superamento dei rapporti sociali che li producono.

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