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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #10-26 - Utopie e autoritarismi nel decennio 1968 -1977 (ultima parte) (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 4 May 2026 07:57:25 +0300
Relazione presentata al Convegno di Carrara (11-12.10.2025) nell'80°
della FAI ---- Il movimento del '77 ---- A ridare forza all'immaginario
antagonista e rivoluzionario ci penseranno gli elementi di controcultura
sviluppati soprattutto negli ambiti libertari che danno vita prima ai
circoli giovanili e ai centri sociali, poi a forme di autonomia operaia
e infine a quel grande movimento del '77 che rappresenterà un ulteriore
momento di rottura sociale, con caratteristiche però completamente
diverse da quelle del '68.
Non è più il '68 degli studenti che rivendicano un diverso piano di
studi, una diversa trasmissione del sapere, un'altra organizzazione
della scuola e così via - un movimento sostanzialmente propositivo nella
sua contestazione rivoluzionaria - ma è un movimento radicalmente
alternativo che va alla rottura totale, un movimento che coglie i motivi
della sconfitta del movimento precedente nella deriva elettoralistica e
nella miseria istituzionale e che denuncia il progressivo recupero delle
istanze del '68 da parte di un potere capace di reinventarsi e di
integrare il modernismo nelle formazioni partitiche più spregiudicate,
come il Partito Socialista di Bettino Craxi.
Le avvisaglie si hanno con le contestazioni al festival del Parco Lambro
a Milano nell'estate del 1976, dove emerge, in tutta la sua dimensione,
la condizione dei giovani di allora, costretti ad una vita di grande
miseria esistenziale, tra lavori precari e sottopagati, una scuola
sempre più carente e distante, la fuga nell'eroina, un tempo 'libero'
fatto di noia, alienazione e vuoto sociale. La famiglia e la scuola non
sono più in grado di contenere una massa di giovani che il ciclo di
lotte precedente ha politicizzato e formato, pur all'interno di letture
partitiche ed ideologiche ormai in crisi di credibilità.
Una iniziale risposta arriva dai primi circoli che si formano attorno ai
luoghi di aggregazione di questa gioventù proletaria, nella periferia
delle città, e che lanciano la pratica dell'autoorganizzazione nei
circoli, nelle feste, nei momenti di autocoscienza, nelle occupazioni,
nelle ronde metropolitane, per riprendere in mano il proprio destino e
per lanciare la propria sfida alle città e all'ordine esistente.
A Milano, nel dicembre del '76, un'assemblea di duemila giovani decide
di boicottare la prima del Teatro della Scala - appuntamento
tradizionale della ricca borghesia milanese e dei circoli politici
dominanti - con diversi cortei che intendono convergere al centro città:
ne seguono militarizzazione della città e il duro attacco della polizia
alle manifestazioni. I feriti sono 21.
Parallelamente, in seguito ai provvedimenti del Ministero della Pubblica
Istruzione tendenti a smantellare la liberalizzazione dei piani di
studio conquistata nel '68, partono le prime occupazioni nelle
università: Palermo, Torino, Pisa, Napoli, Roma, poi Milano, Bari,
Bologna, Genova, Cagliari.
A Roma la situazione si fa subito tesa, con i fascisti che, il primo di
febbraio 1977, tentano un'irruzione nella città universitaria e sparano
fuggendo, colpendo alla nuca uno studente di lettere, Guido Bellachioma.
Mentre viene indetta una manifestazione antifascista dai sindacati, un
corteo di studenti esce dall'università per attaccare la sede del MSI di
Via Sommacampagna, che viene data alle fiamme. Sulla via del ritorno una
sparatoria tra poliziotti in borghese e manifestanti registra tre
feriti. Il PCI ne approfitta per attaccare il movimento e la CGIL indice
una manifestazione alla Sapienza di Roma con il suo segretario generale,
Luciano Lama, per riprendere il controllo della situazione. È la
scintilla che 'incendia la prateria': la mobilitazione studentesca è
tale da provocare una reazione del servizio d'ordine sindacale, con
conseguenti scontri e la fuga di Lama dall'Università, un fatto di
enorme impatto simbolico e politico.
Il movimento si rafforza, le occupazioni delle scuole si moltiplicano,
cresce la tensione sociale che sfocerà in manifestazioni vivaci come
quella di Roma del 5 marzo '77 duramente contrastate dalla polizia,
oppure come quella particolarmente partecipata e determinata dell'undici
marzo a Bologna in seguito all'assassinio di Francesco Lorusso da parte
di un carabiniere. La morte di questo studente di Lotta Continua,
particolarmente attivo nel movimento, è l'innesco per una serie di
proteste del movimento stesso: a Roma, Milano, Bologna e altre città. A
Roma, il giorno dopo, durante la manifestazione nazionale del movimento,
avvengono scontri durissimi, viene dato l'assalto ad un'armeria, pistole
e molotov fanno la loro apparizione in più parti; a Bologna compaiono i
mezzi blindati dei carabinieri, anticipazione della dura repressione che
seguirà e che - insieme all'intenso dibattito che attraverserà il
movimento in seguito alle diverse valutazioni degli avvenimenti appena
accaduti, con il loro corollario di illegalismo diffuso, più o meno
armato - contribuirà allo sviluppo di divisioni e lacerazioni che
influiranno pesantemente sull'andamento successivo.
Le componenti più creative del movimento, le femministe e i libertari,
progressivamente prendono le distanze dai progetti dell'area della
cosiddetta 'autonomia operaia', soprattutto dalle sue componenti
militariste.
Lorusso non sarà l'unico caduto in quel 1977. Lo seguono: un agente di
polizia, Passamonti, colpito durante una sparatoria in reazione allo
sgombero dell'università a Roma; la studentessa diciottenne Giorgiana
Masi, nel corso di una manifestazione radicale per ricordare la vittoria
del referendum per il divorzio, colpita alla schiena da un proiettile
sparato da un agente in borghese; il brigadiere Custrà a Milano per un
colpo d'arma di fuoco alla testa durante un corteo di autonomi. Più duro
si fa lo scontro con i fascisti che, a Roma, aggrediscono a ripetizione
militanti di sinistra e uccidono il militante di Lotta Continua Walter
Rossi. In risposta, a Torino, molotov lanciate contro il bar 'Angelo
azzurro', considerato un loro luogo di ritrovo, provocano la morte di un
perito chimico disoccupato, Roberto de Crescenzio. Colpi di pistola
fascisti feriscono ancora a Roma 4 militanti di sinistra e uccidono a
Bari Benedetto Petrone, della Federazione Giovanile Comunista Italiana.
Si registrano inoltre più di duemila attentati, di varia grandezza,
compiuti nel corso dell'anno.
Lo Stato risponde con l'aggravamento delle leggi repressive, in primis
la famigerata legge Reale, che aumenta la custodia preventiva e
legittima l'uso delle armi da fuoco in ogni circostanza da parte della
polizia.
Un convegno, proposto inizialmente da un gruppo di intellettuali
francesi preoccupati per lo stato delle libertà civili in Italia, si
pone l'obiettivo di dare una risposta a questo peggioramento.
L'appuntamento è fissato per settembre a Bologna, città che ha visto i
blindati nelle strade. La partecipazione è gigantesca; circa centomila
giovani provenienti da tutta Italia si confrontano durante tre giorni
per trovare risposta e futuro a un movimento schiacciato tra una
repressione montante, una condizione sociale sempre più escludente, una
ristrutturazione complessiva del mondo del lavoro grazie
all'introduzione delle nuove tecnologie che vivificano il dibattito sul
"rifiuto del lavoro". Ma il convegno diventa invece un palcoscenico dove
vengono riproposti schemi organizzativi ed ideologie obsolete, da dove
vengono espulsi i rimasugli dei partititi nati sull'onda del '68
(Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Movimento dei Lavoratori per il
Socialismo) e dove Autonomia Operaia si candida alla guida politica del
movimento. Il corteo che conclude la tre giorni, grande, imponente ma
nello stesso tempo impotente, chiude di fatto un periodo di grandi
speranze rimaste insoddisfatte.
In realtà il movimento del '77 è un movimento che non è realmente
rappresentativo della situazione sociale italiana, quanto, piuttosto, di
sacche sicuramente significative, particolarmente presenti in certe aree
geografiche, ma sostanzialmente minoritarie. Il movimento non riesce a
permeare la società italiana, a far sì che il bisogno di rivoluzione
diventi un elemento ampiamente condiviso da ampi strati di popolazione
che rimangono invece allineati ai partiti e ai sindacati tradizionali
della sinistra, una sinistra che si fa Stato schierandosi con il
compromesso storico e con la dichiarazione di fedeltà alla NATO, a
favore della ristrutturazione padronale e del rafforzamento dello Stato.
Privo di un'interlocuzione con il più ampio contesto sociale, incapace
di trovare strade nuove in grado di dare uno sbocco positivo alla crisi
in atto, al movimento - o almeno ad una buona parte di esso - non rimane
che un processo di radicalizzazione che assume caratteristiche molto
marcate.
La lotta armata
Più procede il "farsi Stato" del PCI, con la sua politica dei sacrifici
e l'alleanza con la DC, il partito del malgoverno e della corruzione,
più cresce l'insofferenza del movimento, o almeno di quel che ne resta.
Chiusi gli spazi per un'azione sindacale incisiva, stante l'allineamento
del sindacato alla politica del compromesso, sembra non restare ai più
che la scelta della lotta armata, quando non si tratta di una caduta
nella spirale dell'eroina (nel 1978 si registrano dai 60.000 ai 70.000
eroinomani, contro i 10.000 dell'anno precedente). Dai primi mesi del
1978 è un crescendo continuo di gruppi e di azioni armate.
Siamo di fronte ad una escalation che vede le Brigate Rosse come uno dei
principali punti di riferimento nella volontà di trasformazione dello
scontro sociale in guerra civile, pur nelle diversità di analisi e di
proposte. Ma tanti altri collettivi e gruppi, come Prima Linea,
Comunisti Combattenti, Proletari Armati, Azione Rivoluzionaria e così
via, prendono vita, anche in concorrenza fra di loro, sempre più
sganciati dalle dinamiche reali della vita delle masse lavoratrici.
L'omicidio nel 1979 da parte delle BR di un delegato sindacale a Genova,
Guido Rossa, legato ad una sua presunta delazione nei confronti del
gruppo, innesca di fatto un meccanismo di rottura insanabile tra quella
che è la classe operaia tradizionale e il progetto brigatista di
portarla su un piano di scontro armato con le istituzioni.
In realtà non vi è una possibilità reale di arrivare ad una guerra
rivoluzionaria perché non vi erano le condizioni adatte allo sviluppo di
un processo realmente rivoluzionario. Ma le risposte puramente
repressive del potere danno ulteriore ossigeno a quanti ritengono che la
lotta armata sia l'elemento dirimente. Proprio a partire dal '78 inizia
un'escalation che culmina con il rapimento e l'uccisione del presidente
della DC Aldo Moro e con uno stillicidio di azzoppamenti e ammazzamenti
di magistrati, giornalisti, insegnanti, professori e così via, che ha
come risultato finale un rifluire di tutte le pratiche di conflitto
sociale, strette tra le accuse di connivenza con il terrorismo
brigatista e l'appiattimento riformista.
Ad esempio, nei primi mesi del 1978, dopo molti sforzi si riesce ad
organizzare uno sciopero autonomo in una serie di fabbriche dove dei
collettivi operanti in realtà produttive importanti di Milano - Italtel,
Motta Alemagna, Magneti Marelli, Pirelli - avevano fatto un grosso
lavoro di collegamento e di confronto. Ma lo sciopero autonomo avviene
nel giorno stesso del rapimento di Aldo Moro. Appena scesi in piazza,
arriva la notizia tra capo e collo del sequestro Moro. In poco tempo
arrivano i blindati della polizia, l'incertezza sul da farsi diviene
palpabile, il sindacato proclama immediatamente lo sciopero di protesta
che di fatto va a coprire lo sciopero autoorganizzato e in quel momento
è evidente che il livello di scontro innescato dal sequestro Moro è tale
da costringere i movimenti ad una scelta radicale e senza ritorno.
In seguito al rapimento Moro una cappa repressiva scende su tutte le
situazioni di lotta con pedinamenti e controlli: un'insegnante di una
scuola superiore di Milano, in un'assemblea studentesca, si permette di
dire che in fin dei conti Moro non era quello stinco di santo che
volevano presentare ma un esponente di un'ala della DC, tra i principali
responsabili delle politiche antipopolari e repressive in atto nel
paese, e per questa sua affermazione viene denunciata e incriminata. Il
suo caso ha una grande risonanza mediatica e viene utilizzato per
richiamare tutti all'ordine in difesa della Repubblica "nata dalla
Resistenza".
L'affermazione "né con lo Stato, né con le BR", portata avanti dai
settori che non si riconoscono nel militarismo delle formazioni armate,
ma nemmeno intendono schierarsi con la repressione poliziesca, viene
duramente criminalizzata: il diritto alla libera opinione viene messo
sostanzialmente in discussione.
Con l'operazione del 7 aprile 1979 portata avanti dalla Magistratura nei
confronti di quelli che venivano individuati come i dirigenti del
movimento del '77, la repressione fa un nuovo salto in avanti, nel
tentativo di collegare l'espressione più di "frontiera" del movimento,
l'Autonomia Operaia Organizzata, alle formazioni clandestine armate, con
la costruzione di un teorema che prese il nome dal magistrato che lo
ideò, Calogero. Tale teorema sostanzialmente mette insieme le forme di
contestazione di piazza, i picchetti fatti da gruppi di operai
autoorganizzati con quelli che tirano fuori le pistole nei cortei e le
bande armate: un grande teorema che individua un unico disegno eversivo
contro la Repubblica "nata dalla Resistenza" e che mette nel mirino
molti esponenti e attivisti politici, quali Toni Negri, Ferrari Bravo,
Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Franco Piperno ed altri, legati alla
passata militanza in Potere Operaio, insieme a decine e decine di
militanti meno conosciuti. Questa operazione che porta questi esponenti
in carcere istituendo processi che si concludono con pesanti condanne,
alle quali molti si sottraggono fuggendo all'estero, rappresenta di
fatto la liquidazione di quello che era rimasto del movimento del '77.
Dal canto loro le formazioni armate, in seguito alle leggi sulla
dissociazione e il pentitismo, al crescente isolamento dai settori
tradizionali di riferimento, all'assottigliarsi della capacità politica
dei movimenti e ad una perdita di senso delle loro azioni, ridotte ad un
susseguirsi di omicidi assurdi, entrano in profonda crisi, fino alla
dissoluzione.
Tramontato il clima da compromesso storico, si afferma al governo del
paese il Partito Socialista di Bettino Craxi e inizia un'altra era,
quella della Milano da bere.
Massimo Varengo
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