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(it) Italy, FDCA, Cantiere #43 - La storia esprime coloro che la interpretano - Alternativa Libertaria / FdCA (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 11 Apr 2026 10:32:22 +0300
«La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non
può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più
svariati». ---- Così scriveva Antonio Gramsci nel 1930 nei Quaderni dal
carcere, quando era detenuto nel carcere di Turi. È questa
un'affermazione francamente abusata, sulla quale vale comunque la pena
riflettere sottraendosi a quella filologica tendenza in auge nell'intera
sinistra e non solo, che pretende di attribuire a certe formulazioni
teoriche significati onnicomprensivi. Da parte nostra crediamo invece
che sia il caso di limitarsi a cogliere l'umiltà e l'attualità
dell'ammonimento, proprio perché richiama al presente e alle drammatiche
tendenze inedite che lo caratterizzano. Ritenere che tutto sia cambiato
costituisce un enunciato ricorrente e molto diffuso che si configura
come un vero e proprio "prodotto della crisi", formulato per vanificare
ogni tentativo di interpretare la degenerazione del presente in una
prospettiva volta al superamento dei rapporti di produzione
capitalistici che precipitano sempre più nella barbarie. Oltre alla
strumentale contrapposizione tra vecchio e nuovo le "novità" però
esistono, e non consistono solo nella diffusa tendenza alla guerra,
quanto nel suo concreto dilagare in ogni ambito della società
capitalistica, sempre più plasmata in senso militarista e
nell'accrescere le capacità distruttive dei conflitti: le sofisticate
tecnologie impiegate e la stessa intelligenza artificiale sono così
poste al servizio delle distruzioni e delle stragi soprattutto delle
popolazioni civili; la diplomazia, le sue istituzioni e lo stesso
diritto internazionale dimostrano tutta la loro fragilità e impotenza
nei confronti dei rapporti di forza realmente dominanti, lasciando la
parola alle armi e ai conflitti che in questa fase storica stanno
dilagando in tutto il pianeta. Il capitalismo si è storicamente
affermato come processo dinamico tendente all'internazionalizzazione e
la classe che lo interpreta, la borghesia, è anch'essa una classe che
volge continuamente al cambiamento, basti pensare alla prima guerra
mondiale imperialista per ben comprendere questa classe e le "novità" a
cui ha dato luogo: una classe che domina il mondo al fine di perseguire
i propri interessi particolari volti all'estrazione e all'accumulazione
dei profitti, espropriando e concentrando sempre più in pochissime e
avide mani la ricchezza sociale prodotta dalle salariate e dai salariati
di tutto il pianeta che poi è la finalità storica del capitalismo, vale
a dire il suo "moto incessante nel guadagnare". Questa ineliminabile
necessità ha delle conseguenze drammatiche che rimandano a una chiara e
attualissima citazione svolta dallo stesso Karl Marx:
«Il capitale - dice il Quarterly Review - evita il tumulto e la
discordia, ed è timoroso per natura. Questo è vero, ma non è tutta la
verità. Il capitale teme l'assenza di profitto, o il profitto troppo
piccolo, come la natura ha paura del vuoto. Con un profitto adeguato il
capitale è molto audace. Il 10% sicuro, e lo si può impiegare ovunque;
il 20% diventa vivace; il 50%, positivamente temerario; il 100% lo rende
pronto a calpestare tutte le leggi umane; il 300%, e non c'è crimine di
cui non ardisca, anche a rischio della forca».[Il Capitale, libro I,
cap. 24.]
Anche queste poche righe, scritte oltre 150 anni fa, riescono a spiegare
tutte le tragedie del presente e, oltre alle interpretazioni filologiche
e psicologiche, consentono di comprendere le incertezze, gli azzardi e
le contraddizioni dei gruppi dirigenti del potere economico, politico e
militare che le borghesie esprimono nei rapporti di forza dello scontro
tra potenze che rappresentano l'affannoso tentativo di primeggiare, o di
non soccombere, nell'ambito della competizione imperialista per il
controllo dei mercati mondiali e di aree strategiche, come il Medio
Oriente appunto.
Così è per gli USA i quali, per contrastare l'inevitabile declino
economico, devono difendere a tutti i costi il dollaro quale moneta di
riferimento dei commerci mondiali, soprattutto nelle transazioni
energetiche, contrastando l'ascesa dello yuan cinese al fine di arginare
il proprio debito pubblico che sfiora ormai i 39 000 miliardi di dollari
e non consente né il prosieguo del sogno americano né, tantomeno, la
capacità di mantenere e, soprattutto, di gestire efficacemente
l'esercito più forte del mondo. Il fenomeno Trump nasce da questa
America ormai declinante economicamente, socialmente, culturalmente e
militarmente di fronte al mutare dell'assetto imperialista mondiale che
mina la sua egemonia di fronte alle altre potenze imperialistiche
emergenti. Analogamente, con Netanyahu e il suo governo, la borghesia
israeliana difende la propria egemonia in uno degli scenari più
infuocati del pianeta, anche al prezzo di immani distruzioni e di
rinnovati massacri delle popolazioni civili, là dove l'impiego delle più
raffinate tecnologie e dell'IA è posto al servizio della guerra
accrescendone la furia distruttrice, realizzando il genocidio di intere
popolazioni. Se gli USA individuano nella Cina un'agguerrita potenza
economica e militare, trovano nell'Iran un non sottovalutabile
concorrente attivo nell'intera area mediorientale, un concorrente in
grado di contrastare efficacemente il mito e ormai l'illusione di un
invincibile Israele che, alleato degli USA nella recente aggressione
all'Iran, rischia l'annientamento da parte di una potenza di area, una
potenza integralista sciita che dopo aver rovesciato nel 1979 il
precedente regime repressivo installato nel 1953 e sostenuto dalle
potenze imperialiste occidentali (USA e Inghilterra), ha dato luogo a un
regime integralista e patriarcale che, come il precedente, si è distinto
nella repressione sanguinosa di ogni dissenso politico e sociale per
garantire il proprio dominio. Le più recenti e generose lotte intraprese
da parte delle giovani generazioni, nelle quali si sono distinte
soprattutto le donne, le lavoratrici e i lavoratori per una esistenza
migliore e più libera, sono state sanguinosamente represse e oggi si
trovano nella morsa di fuoco dell'aggressione USA e israeliana e della
repressione degli apparati repressivi dello Stato iraniano e del suo
crescente nazionalismo.
Le potenze imperialiste declinanti, quelle emergenti, quelle di area e
le loro rispettive borghesie, si trovano a confliggere per partecipare
alla spartizione di un'area strategica e ricchissima di risorse, secondo
le logiche e le pratiche imperialistiche che, appunto, ardiscono a ogni
crimine «anche a rischio della forca». La fase che stiamo vivendo è
d'altronde la dimostrazione di una verità storica per la quale il
capitalismo non costituisce un sistema nel suo complesso armonico,
razionalizzabile e programmabile, men che meno controllabile nel suo
sviluppo in quanto l'intero sistema capitalistico non riesce a eliminare
i propri conflitti interni che esplodono, talvolta, anche in forme
violente di cui la guerra è una conseguenza inevitabile. Le guerre che
si sono combattute e che si stanno combattendo con tutto il loro uragano
di miseria, di distruzione e di morte devono quindi essere interpretate
nella loro concreta dinamica sociale e di classe: sono le borghesie che
si "aggrediscono" e non le sterminate masse delle salariate e dei
salariati in quanto, queste, in nessun Paese dispongono di capitali e di
potere che costituiscono l'esclusivo vantaggio proprio di quelle
borghesie che si combattono per continuare a sfruttarle. Le guerre sono
tutte riconducibili al fenomeno imperialistico ed è quindi da respingere
la logica omissiva e deformante "dell'aggressore e dell'aggredito". Sono
le masse "senza riserve", quelle che posseggono solo la loro forza
lavoro, a essere sfruttate, aggredite e sanguinosamente coinvolte nelle
guerre del capitale, in Ucraina, come in Sudan, in Palestina, in Iran e
in tutto il Medio Oriente, così come negli oltre cinquanta conflitti che
mietono morte, distruzioni immani, fame e miseria e che spingono decine
di migliaia di esseri umani alla fuga dai propri Paesi alla ricerca di
migliori condizioni di vita. In questo drammatico contesto nel quale
concretamente si paventa il terzo conflitto mondiale, è legittimo e
auspicabile sperare che le diplomazie mondiali trovino accordi per il
cessate il fuoco al fine di scongiurare vittime ulteriori e ulteriori
distruzioni: ma, per evitare pericolose illusioni, è anche
indispensabile comprendere che la diplomazia mondiale è costituita
proprio da quelle borghesie che si aggrediscono a vicenda nell'ambito
del diffuso conflitto imperialistico. Così è che la "diplomazia" non è
neutra e imparziale, ma un ambito nel quale si svolge un doppio gioco
che alterna i rapporti di forza alla ricerca di una pace formale e
fragilissima che convive con una crescente corsa al riarmo e alla guerra
ancora più generalizzata, nell'esclusivo interesse del capitale.
La vittoria del No nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo sulla
separazione delle carriere in magistratura
La modifica costituzionale fortemente voluta dal governo Meloni è stata
bocciata. A poche ore dal risultato delle urne si assiste al legittimo
tripudio proveniente dalla variegata opposizione governativa che ha
fatto propria una serie di contenuti che vanno dalla difesa talvolta
enfatica della Costituzione e della Repubblica alle richieste di
dimissioni del governo, al "No Antifascista" e al "No sociale", alla
riesumazione delle "primarie" e del "campo largo" in vista delle
elezioni politiche del 2027. Il vasto schieramento politico, sindacale e
sociale, nel quale sono presenti anche settori della Chiesa cattolica,
che ha sostenuto il No è attraversato da una più che comprensibile
euforia per una vittoria auspicata ma non certa: "L'Italia s'è desta"
quindi, si afferma all'unisono. Da parte nostra crediamo che questo
risultato non possa essere sottovalutato in quanto indebolisce il
governo e le sue prospettive e, soprattutto, apre spazi all'azione
politica e di classe che, indubbiamente, la vittoria del Sì avrebbe
chiuso. Ma la positività del risultato non deve lasciare spazio alla
decontestualizzazione. La sconfitta del governo, usiamo pure questa
definizione un poco trionfalistica, è infatti avvenuta su di un piano
esclusivamente istituzionale contribuendo a realizzare quella tregua
elettorale che ha bloccato, sia pure temporaneamente, il movimento di
opposizione sociale, le sue lotte, i suoi contenuti e la sua
organizzazione di base: una tendenza alla quale non sarà automatico
sottrarsi, dato che la vittoria del No rivaluta il ruolo dei partiti
politici parlamentari che si riappropriano dell'iniziativa politica a
fini elettorali, a discapito della generalizzazione del conflitto. Ma
guardiamo i dati.
Il referendum ha espresso una affluenza pari al 58,93%; non bassa, ma
nemmeno eccezionale se confrontata con la precedente. Al referendum per
la riforma costituzionale Renzi-Boschi del 2016 l'affluenza fu infatti
del 65,47% e il No ottenne una percentuale pari al 59,12%. Vero è che
rispetto all'oggi gli schieramenti di allora erano scomposti: il Partito
Democratico era al governo e quindi schierato per il Sì, mentre Fratelli
d'Italia essendo all'opposizione si pronunciò per il No. Anche in questo
caso la vittoria del No fu netta ma, sei anni dopo, alle elezioni
politiche del 2022 quella vittoria non impedì la conquista del governo
da parte di Fratelli d'Italia, erede del Movimento Sociale Italiano da
cui proviene l'attuale premier Giorgia Meloni. Questo per affermare che
il terreno istituzionale e le sue alleanze, sia pure vaste, non
costituiscono alcuna garanzia proprio perché rappresentano il mutevole
teatrino della politica, una prospettiva questa ben presente anche oggi
nello schieramento vittorioso del No.
La diffusa soddisfazione per la vittoria del No deve invece essere
rapportata ai contesti generali della crisi e della guerra. Alcuni dati:
dallo stretto di Hormuz, attualmente bloccato dall'Iran, passa il 20%
del petrolio e il 25% del gas naturale liquefatto, percentuali rilevanti
di altri prodotti petroliferi raffinati e, soprattutto, fertilizzanti
(da Hormuz transita circa il 50% dell'urea mondiale) indispensabili per
l'agricoltura. Le proiezioni del blocco stanno facendo aumentare
vertiginosamente i prezzi dell'energia e dei generi alimentari con
effetti devastanti sulle dinamiche inflattive e quindi sul potere di
acquisto dei salari e sulle condizioni di vita delle lavoratrici e dei
lavoratori di tutto il mondo. Le concrete conseguenze della crisi e
delle guerre imperialistiche combattute dalle borghesie internazionali
per spartirsi il bottino delle risorse energetiche mondiali rimandano a
una ineludibile e urgente necessità: l'unità internazionale del
proletariato contro il capitale e le sue guerre; una lotta da condurre
proprio contro la borghesia che ognuno ha nel proprio Paese senza
nessuna delega alle istituzioni.
Anche in Italia dobbiamo quindi utilizzare l'indebolimento del governo
non per rilanciare nuove alleanze elettorali in vista delle politiche
del 2027, ma per riprendere e generalizzare le lotte su obiettivi
unificanti quali il salario, la sanità, l'istruzione e i trasporti, le
pensioni e la lotta alla precarietà, per tornare a vincere nella difesa
delle condizioni di vita delle classi subalterne e per rilanciare e
rafforzare l'unità internazionalista delle lavoratrici e dei lavoratori
di tutto il mondo contro il militarismo e le guerre imperialiste, contro
la fame, la miseria, la devastazione e la morte che queste impongono.
Viva l'unità internazionale del proletariato!
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